Calipari: “Uccidete il cane italiano”, la tesi dell’avv. Carlo Taormina

calipariRoma, 20 apr. – Riaprire il caso Calipari e “dare giusta sepoltura” a un servitore dello Stato: nasce con questo obiettivo il libro di Carlo Taormina, “Uccidete il cane italiano” (Pagine editore, collana I libri del Borghese, pagg. 200, euro 16), in uscita in questi giorni nelle librerie. Un volume che rappresenta una vera e proprio contro-inchiesta alla vicenda che, il 4 marzo 2005, vide lo 007 del Sismi morire a Baghdad mentre cercava di portare in salvo la giornalista del Manifesto, Luciana Sgrena. Un tragico incidente, secondo la versione ufficiale, avvenuto per mano del soldato americano, Mario Lozano, trovatosi a far fuoco contro l’auto che passava davanti al posto di blocco. Una storia dai contorni ancora oscuri e molto inquietanti per l’avvocato Carlo Taormina, che nel suo libro racconta il ritrovamento di un documento fonico dai contenuti potenzialmente esplosivi, il quale “comproverebbe che l’uccisione di Calipari fu un fatto assolutamente determinato, voluto, programmato”.

Si tratta di una telefonata avvenuta tra uno straniero e un italiano, definito come “generale Sansone”, e in cui il primo avverte il secondo che “da poco” hanno lasciato andare la “macchina degli italiani”. Il “cane italiano”, tuttavia, invece di dirigersi verso l’ambasciata italiana come previsto, ha cambiato percorso e si sta recando direttamente all’aeroporto di Baghdad. Al “generale Sansone”, dunque, l’uomo domanda se “qualcuno dei nostri” sia di servizio presso lo scalo aeroportuale. Avuta risposta della presenza di una pattuglia americana, lo straniero raccomanda a “Sansone” di dare l’ordine ai militari Usa di sparare contro la macchina di Calipari. “Dai l’ordine di sparare contro la macchina degli italiani, devi dire che sono terroristi, falli uccidere, devono sparare subito, è tardi, è tardi”. Segue l’indicazione (in ebraico) della targa dell’automobile, che nel file audio non è ben udibile, tranne gli ultimi tre numeri che, secondo gli accertamenti eseguiti da Taormina, coincidono in pieno con quelli della Toyota su cui viaggiano la Sgrena e il funzionario del Sismi. A reperire questo documento fu una persona legata al servizio militare, che lo rintracciò in una sezione occulta del sito internet “Campo degli antimperialisti”, il 4 marzo 2005, un’ora e mezza prima che Calipari venisse ucciso. Un dato, questo dell’ora e del giorno del ritrovamento del file, che “la procura di Roma non ha mai contestato”, afferma Taormina all’Agi.

“Io ho cercato di raccogliere tutti gli elementi perchè la magistratura si metta a lavorare per stabilire la verità – spiega Taormina – Se, infatti, questo documento fonico fosse vero, ci troveremmo di fronte a una situazione di estrema gravità. Se si trattasse, invece, di un fonomontaggio, averlo fatto trovare poco prima dell’assassinio di Calipari sarebbe un depistaggio davvero inquietante”. Purtroppo, prosegue l’avvocato, “fin dall’inizio, quando consegnai il documento ai magistrati, ci fu una forte resistenza da parte della Procura di Roma, che giudicò il file frutto di un fonomontaggio ma senza dire se i suoi contenuti fossero veri o non veri”. Ma c’è di più. Il documento di cui parla Taormina si “sposa” perfettamente con alcune informazioni scottanti diffuse da Wikileaks, che lo scorso ottobre pubblicò un rapporto concernente l’interrogatorio da parte dei servizi giordani del qaedista Sheikh Husain, ritenuto responsabile dei rapimenti in Iraq. L’uomo, dopo il suo arresto, avrebbe rivelato di aver fatto una telefonata al ministero dell’Interno iracheno, avvertendo che un’auto piena di esplosivo si stava dirigeva all’aeroporto e così inducendo i soldati americani a far fuoco. “Il libro l’ho finito di scrivere l’anno scorso”, racconta Taormina. “Lì per lì decisi di non farne nulla ma quando sono uscite le notizie di Wikileaks ho pensato che non si poteva star fermi”. Ma perchè avrebbero voluto uccidere lo 007 italiano? “La ragione più probabile – conclude Taormina – è che Calipari avesse capito che cosa succedeva del danaro dei sequestri. Certamente era a conoscenza del fatto che si pagasse un prezzo per i rapimenti. Ma a chi, poi, andassero questi soldi risultava poco chiaro. L’ipotesi che noi vogliamo sottoporre all’autorità giudiziaria è che, forse, il funzionario del Sismi aveva acquisito delle certezze su tale questione”. (AGI)

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