Bocciato dal Referendum del 2006 , il “federalismo” resuscitato può essere una vera trappola

umberto-bossiPossibili problemi anche per il comparto Sicurezza. Roma, 24 mag – (di Luca De Fusco) Il 28 Marzo u.s. diversi giornali e siti hanno riportato una notizia al limite dell’incredibile. A un folto gruppo di liceali emiliani in gita scolastica in Veneto e lì colpiti da una sicuramente venetissima intossicazione alimentare sarebbe stata negata l’assistenza medica d’urgenza sulla base del fatto che essi non erano “veneti”.
Seguì ovviamente una robusta catena di smentite, conferme, ufficialissime rettifiche in verità poco convincenti.

A questo punto i lettori adulti hanno già capito che si tratta dell’ennesimo esempio di cialtroneria burocratica che sperimentiamo da decenni. Tuttavia viene spontaneo chiedersi cosa accadrebbe se l’attuazione del programma federalista procedesse senza intoppi visto che non è bastato un referendum abrogativo (2006) per mettere un freno al delirio. Dovremo fare assicurazioni sanitarie private prima di avventurarci in regioni anche confinanti con la nostra? E cosa accadrebbe della scuola, vero collante della comunità nazionale?

In effetti non è mai accaduto che una riforma di cotanta importanza sia stata premiata con sistematica indifferenza da parte dell’opposizione. E quindi più che benvenuto un libro del Prof. A.Giannuli, ricercatore di Storia Contemporanea all’Università Statale di Milano ( 2012: La grande crisi).
Sullo sfondo dell’analisi della crisi mondiale, Giannuli mette a fuoco i punti oscuri del percorso federalista non scartando neanche la possibilità che la finora ridicolizzata secessione leghista possa essere realizzata in futuro.

E’ opportuno rammentare che la riforma costituzionale in senso federalista approvata nel 2005 dal parlamento dominato dalla Casa delle Libertà venne rigettata a larga maggioranza dagli italiani il 25-26 Giugno 2006 con percentuali plebiscitarie (affluenza 53,7% , voti contrari 61,7%), spuntando il sì solo in Veneto e Lombardia.
In circostanze normali questo avrebbe significato la chiusura del capitolo per una generazione invece nel 2008, al ritorno al potere del “Centro Destra” la Lega insistette pervicacemente nel riproporre il federalismo. In questo frangente il PD, già promotore del referendum abrogativo, decise inspiegabilmente di astenersi mentre l’IDV votò addirittura a favore.

Di fronte all’annuncio di Bossi dell’altro ieri che due ministeri saranno trasferiti da Roma a Milano ci sarebbe da chiedersi se oltre alla trovata elettorale ci sia qualcuno che sta facendo davvero i conti sui possibili costi di queste iniziative. Oltretutto i ministeri non dovevano essere in gran parte smembrati? E quelli (Difesa, Esteri) di natura centrale, non dovrebbero rimanere a Roma? A questo punto i romani e, in particolare, i dipendenti statali dovrebbero iniziare a preoccuparsi del proprio futuro. Il passaggio ad una struttura federale vedrebbe inevitabilmente lo smantellamento di molti uffici che a Roma hanno sede e questo porterebbe in tempi brevi a un crollo degli afflussi verso la capitale per fini amministrativi ossia quelle molte migliaia di persone che tutti giorni vi si riversano alimentando un consistente indotto (che consiste in una miriade di esercizi commerciali dagli alberghi ai taxi). Successivamente ci sarebbe una smobilitazione di chi resterebbe senza reddito e che potrebbe decidere di rientrare nella propria regione di origine. Ne seguirebbe un calo degli affitti e quindi dei valori immobiliari che si rifletterebbe inevitabilmente sulle garanzie economiche delle famiglie.
La compensazione del deficit con un incremento del turismo è teoricamente possibile ma ostica da realizzare in tempo di crisi mondiale.

Se il delirio regionalista dovesse prevalere il comparto Sicurezza potrebbe soffrire gravi problemi perchè la prevalenza di meridionali o comunque di “extra-regionali” potrebbe essere discriminata in un’ottica di rafforzamento delle polizie a ordinamento regionale. Esami di dialetto e magari anche di cultura regionale sarebbero molto efficaci per discriminare. Belle liste di “promossi” e “bocciati” e chi s’è visto s’è visto.
 
tremonti2E poi i costi restano comunque. Se saggiamente non si vuole prestare fede alla favola che “con il federalismo i costi diminuiranno” bisognerebbe interrogarsi sul futuro del debito statale che in mancanza di piani credibili rimarrà tale e quale (circa 1800 miliardi di euro) e in particolare sul pagamento degli interessi su tale debito visto che con la riforma federalista la parte consistente dell’imposizione fiscale passerebbe alle Regioni. Al debito pregresso bisognerà aggiungere il costo totale della riforma stessa che potrebbe aggirarsi sui 150-170 miliardi di euro da sborsare nel giro di 6-8 anni e che da solo quasi equivale il costo di una finanziaria annuale. Se si pensa di raccogliere tali fondi sul mercato obbligazionario è bene sapere che i mercati li accoglierebbero come “tarantella Bonds” e questo metterebbe subito l’Italia in compagnia di Grecia e Portogallo, in questi giorni sull’orlo del baratro economico. Qualunque politico di buon senso sarebbe preoccupato da tale eventualità tranne, sembra, le menti “economiche” della Lega. Qual è quindi il piano dietro a questa apparente spensieratezza? Forse l’uscita dell’Italia dalla zona monetaria dell’Euro, con il ritorno alla lira naturalmente svalutata con l’ingenua speranza di dare ossigeno alle esportazioni padane, oppure la creazione-diversivo di una nuova moneta (es. il Berlusco diviso in 100 Bossini suggerito ironicamente da Crozza)? Siamo da anni sotto osservazione quindi con un po’ di insistenza “padana2 non mancheremo l’”obiettivo”. E la speculazione internazionale darebbe il suo “aiuto” anche perché l’Italia rappresenta il 12,5 % del PIL della UE e un colpo ben assestato potrebbe mandare l’euro al tappeto con grande gioia di chi indovinate.
 
padano2Sarebbe tutto certamente più comico se il contesto generale dell’economia non fosse così grave. E’ancora fresco di stampa il rapporto ISTAT in cui si quantifica in dieci anni il regresso economico del nostro paese, definito con il più lento tasso di crescita dell’intera Unione Europea. Alto deficit, alta disoccupazione, scarsa competitività, scarsa innovazione.
 
E’ il caso di perdere tempo prezioso dietro al “federalismo”?

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