Bin Laden, lo spettro degli “interrogatori duri” dietro il successo

waterboardedRoma, 5 mag – L’America di George Bush – scrive Federico Rampini su Repubblica – lo rivendica con orgoglio. L’America di Obama imbarazzata non conferma nè smentisce. La tortura ha contribuito alla vittoria contro Bin Laden? Il sospetto-quasi-certezza divide l’America, tormenta la coscienza di alcuni nell’ora del trionfo. Da Bush a Obama, cosa è cambiato davvero, e quanta continuità viene nascosta sotto un velo di reticenze? Criminali di guerra, condannati a morte per impiccagione: così gli americani mandavano al patibolo i soldati giapponesi accusati di “waterboarding”: è il terribile interrogatorio in cui il prigioniero viene soffocato versandogli acqua in bocca. Si rischia di morire, come annegati. O si possono subire danni permanenti ai polmoni, al cervello. Da candidato nel 2008 Obama non ebbe esitazioni: “E’ tortura, è una pratica che tradisce i valori dell’America”. C’erano dubbi? Sì, perchè dal primo agosto 2002 un memorandum legale di John Yoo, alto consigliere della Casa Bianca, aveva stravolto la giurisprudenza: il “waterboarding” da quel momento non era più tortura. Via libera dunque per praticarlo contro terroristi, o presunti tali, se poteva servire a estorcere informazioni preziose per la sicurezza nazionale, per impedire attentati, prevenire nuove stragi. E’ la Interrogation Opinion di Yoo, passata alla storia come “Torture Memo”, ad avere spianato la strada alle 183 sedute di tortura inflitte dalla Cia a Khalid Shaikh Mohammed. “Sì, certo che lo sapevo. E lo rifarei per salvare delle vite umane”: così Bush rispondeva ancora il 2 giugno 2010, irremovibile nella difesa di quel metodo.

La celebre clip video di Amnesty International contro

il waterboarding

Subito dopo l’uccisione di Bin Laden, il fantasma della tortura è riapparso a turbare Obama. Ci ha pensato proprio Yoo a guastare la festa: poche ore dopo il blitz nel covo di Abbottabbad il giurista si è messo alla tastiera del computer per buttare giù un editoriale per il Wall Street Journal. “Se Obama può prendersi il merito della vittoria contro Bin Laden – dice Yoo – lo deve alle dure decisioni prese da Bush”. Un coro da destra lo sostiene. Si unisce Peter Wehner, ex direttore dell’Office of Strategic Initiatives con Bush: “Il più grande successo dell’Amministrazione Obama, l’uccisione di Bin Laden, è il risultato almeno in parte di politiche che Obama stesso aveva criticato”. Esce dal silenzio l’ex capo dell’antiterrorismo alla Cia, Josè Rodriguez: in un’intervista a Time dice che le informazioni essenziali per scoprire il covo di Bin Laden sono il risultato di “metodi di interrogatorio duri”. Una frase che fa riaffiorare anche l’imbarazzo dei mass media. Dall’epoca del famigerato memorandum Yoo, che escludeva il “waterboarding” dalle forme di tortura, molti media sono in un limbo lessicale. Ce n’è traccia ancora oggi. Tre giorni dopo l’annuncio dell’uccisione di Bin Laden, il New York Times nella sua edizione di carta intitola “Riesplode il dibattito sui metodi duri di interrogatorio” e nell’articolo usa anche l’altra espressione cara a Bush sulle “tecniche d’interrogatorio rafforzate”, mentre nell’edizione online lo stesso articolo è intitolato sulla “tortura”.

L’incertezza etica si è sedimentata nella coscienza americana dopo che Bush ha convinto l’opinione pubblica che proprio grazie al “waterboarding” Khalid Sheik Mohammed avrebbe dato informazioni che consentirono di sventare un attacco terroristico “stile 11 settembre” all’aeroporto di Los Angeles. “Un tuffo nell’acqua”, come lo definì sprezzante il vicepresidente Dick Cheney, è un prezzo equo per salvare vite umane. L’imbarazzo dell’Amministrazione Obama e dei democratici viene dal fatto che la tortura non è monopolio dei neocon. Quando nel 2005 il New Yorker comincia a pubblicare una serie di inchieste sulla pratica parallela delle “extraordinary rendition” – detta anche “outsourcing della tortura”, i detenuti vengono trasferiti in paesi stranieri dove le polizie usano sistemi brutali d’intesa con la Cia – il magazine progressista rivela che il sistema “risale alla presidenza di Bill Clinton”. E’ dai tempi di Clinton che la Cia iniziò a usare una filiale della Boeing – Jeppesen International – con base a San Josè in California, per quei voli speciali. Verso le prigioni saudite, egiziane. E gli scandali sarebbero esplosi alla luce del sole solo quando le vittime innocenti erano cittadini di paesi “avanzati”. Come il canadese-siriano Maher Arar, catturato all’aeroporto di New York il 26 settembre 2002, e spedito ad Amman in Giordania per la “tortura delocalizzata” su richiesta della Cia. Poi rilasciato, innocente, grazie all’intervento del Canada. Oppure Khaled el-Masri, tedesco di religione islamica, scambiato per un terrorista di Al Qaeda e catturato dalla Cia mentre viaggiava in Serbia nel gennaio 2004, spedito in una prigione afgana. Scagionato, anche lui, grazie alla Germania. Con Obama tutto questo doveva essere finito per sempre. Fedele alla posizione di principio espressa nella campagna elettorale del 2008, l’attuale presidente ha messo al bando il “waterboarding” nel gennaio 2009. E tuttavia tre mesi dopo, nell’aprile 2009, il Dipartimento di Difesa si rifiutava di confermare o smentire se i militari Usa vengano tuttora addestrati a usare quella “tecnica rafforzata” di interrogatorio. E risale al 2009, sotto Obama, il caso dell’uomo d’affari libanese Raymond Azar arrestato in Afghanistan da agenti americani, e sottoposto ai seguenti trattamenti: “Denudato completamente, perquisito in tutte le cavita” del corpo, incatenato, soggetto a ipotermia e privazione del sonno”. In una parola, tortura. Di fronte all’offensiva revanscista dei neocon, lanciata in queste ore da Yoo sotto la regia di Cheney e Donald Rumsfeld, colpisce la timidezza del campo democratico. Mentre il repubblicano Peter King, presidente della commissione Homeland Security alla Camera, afferma che “il waterboarding ha portato fino a Bin Laden”, la sua rivale democratica al Senato, Dianne Feinstein, si limita a dire che “quelle tecniche d’interrogatorio non hanno avuto un ruolo decisivo”. I democratici insistono piuttosto sulla scarsa efficacia della tortura – proprio Khalid Sheik Mohammed mentì sempre sul “postino” di Bin Laden quando interrogato col “waterboarding”.

L’uomo-chiave di Obama, Leon Panetta che ha guidato fin qui la Cia e sta per passare alla Difesa, è ambiguo: “Certo che alcune tecniche d’interrogatorio furono usate. Il dibattito è aperto, forse avremmo potuto ottenere gli stessi risultati con metodi diversi”. La linea ufficiale di Obama la ribadisce il suo portavoce Tommy Vietor: “L’intelligence è venuta da anni di lavoro, fonti diverse, questo dibattito è fuorviante”. Fuorviante? Sembra lontano il tempo in cui un coraggioso dirigente della Cia, Glenn Clarke, si dissociò da quei metodi denunciandoli come “anti-americani, contrari ai valori di questa nazione”. O quando nello stesso 2002 il vicedirettore dell’antiterrorismo per l’Fbi Pasquale D’Amuro disse al suo capo: “Un giorno qualcuno di noi potrebbe essere chiamato a rispondere di queste cose davanti alla giustizia”. Purtroppo aveva torto.

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