Apocalisse a orologeria. incubo atomico: ora si teme per Tokyo

tokio-terremoto1Roma, 16 mar – (di Ferruccio Sansa) Evacuare Tokyo. Nessuno lo dice ufficialmente, ma nei palazzi del governo giapponese si studiano i piani per organizzare l’esodo dalla più grande metropoli del mondo: 35 milioni di persone, un terzo degli abitanti dell’isola. Se, però, la fusione del combustibile nucleare di Fukushima portasse a un’esplosione, potrebbe non esserci più un posto sicuro in tutto il Giappone.

Ipotesi catastrofiche, è vero. Ma Gunther Oettinger, commissario europeo per l’Energia, si lascia scappare: “In Giappone si parla di apocalisse. Praticamente tutto è fuori controllo. Non escludo il peggio nelle ore e nei giorni che vengono”. Probabilmente la fiducia, esibita finora dal governo giapponese, serviva a evitare che il panico travolgesse il Paese, peggio dello tsunami. Adesso, però, diventa difficile tenere a freno l’allarme: ieri mattina a Tokyo i livelli di radioattività erano dieci volte superiori alla norma. Colpa del vento che soffiava da nord. Ma non solo: Fukushima I è fuori controllo. I reattori uno dopo l’altro rischiano la fusione. Sabato era toccato all’1, c’era stata un’esplosione, ma il nucleo era rimasto integro. Poi domenica il botto nel numero 3. Lunedì il 2 che preoccupa ancora oggi: le barre sono rimaste senza liquido di raffreddamento e c’è stato un principio di   fusione. Ma adesso anche i tre reattori che erano spenti al momento del terremoto rischiano il collasso: ieri ci sono stati un’esplosione e un incendio al 4. La colpa, anche stavolta, sarebbe dell’idrogeno. I reattori di Fukushima I hanno infatti in comune, a coppie, il sistema di scarico nell’atmosfera. L’acqua utilizzata per raffreddare il reattore 3 sarebbe entrata nel circuito del 4, producendo l’idrogeno che porta all’esplosione. Le fiamme non avrebbero intaccato il nucleo, ma la temperatura all’interno del 4 continua a salire. Pompare l’acqua all’interno pare impossibile. Resta una soluzione estrema, disperata: raffreddare il reattore gettando acqua da elicotteri anti-incendio. Soltanto nei reattori 5 e 6 i valori sono sotto controllo. Così come a Fukushima II, la centrale gemella distante 9 chilometri. In tutti e quattro i reattori la situazione è tornata nella norma. È stata raggiunta la condizione di spegnimento a freddo con la pressione interna al reattore pari a quella dell’atmosfera, e la temperatura dell’acqua inferiore a 100 gradi. Masashi Goto, l’ingegnere che ha tokio-terremotoprogettato Fukushima aveva previsto: “Martedì (cioè ieri, ndr) sarà la giornata decisiva”. Non è stato così. Se la situazione non precipiterà, la battaglia durerà settimane. Bisognerà soltanto vedere se la popolazione, che finora ha dato prova di tanto coraggio, reggerà a una prova difficile perfino da immaginare. Non c’è solo l’emergenza di Fukushima. C’è la terra che continua a tremare: ieri mentre in Giappone arrivava la notte resa buia dai blackout, alle 22,34 (ora di Tokyo) ecco una scossa del 6 grado della scala Richter. E di nuovo tutti in strada. Tutti a temere per le centrali.

Subito si è diffuso l’allarme per l’impianto Hamaoka di Omaezaki vicino all’epicentro. Il reattore ha retto, ma sull’isola le centrali sono 55, alcune ancora attive per evitare un totale blackout energetico. Intanto le stime delle vittime parlano ormai di undicimila tra morti e dispersi. Nel nord del Paese, esposte alle radiazioni, ci sono un milione di persone rimaste senza tetto. E novecentomila soccorritori che continuano a scavare in città cancellate dal fango. Ecco il Giappone di ieri, diviso tra le operazioni di soccorso, il desiderio di ricominciare (domani la Toyota riaprirà i battenti) e la comprensibile tentazione di scappare: “Ci sono rischi di contaminazione per la popolazione”, ammette il ministro degli Esteri, Takeaki Matsumoto. E all’aeroporto di Tokyo le prime compagnie cancellano i voli. Gli aerei che partono sono pieni. Si va al sud, a Osaka. La fuga da Tokyo sta cominciando.

I sacrificati di Fukushima. Cinquanta tecnici in lotta con la centrale

tokio-terremoto2“Noi restiamo nella centrale”. Sanno benissimo a che cosa vanno incontro: saranno contaminati dalle radiazioni. E poi ci sono le esplosioni che da un momento all’altro potrebbero spazzarli via. Però rimangono, a lottare contro i sei reattori impazziti. Sono i cinquanta tecnici della Tepco che si sono offerti di restare per scongiurare la fusione, la catastrofe per il Giappone. A Fukushima I lavorano ottocento operai. La gran parte è stata evacuata, ma la Tepco ha lanciato un appello ai tecnici: “Chiediamo a cinquanta di voi di restare”. E loro hanno fatto un passo avanti. No, non per una promozione, per un premio, perché è inutile nasconderselo: chi resta oggi a Fukushima non avrà il tempo di godersi niente. Chi resta lo fa dimenticando se stesso. Lo fa per la propria famiglia e il Giappone devastato. È un attimo, il tempo di scrivere il proprio nome sul registro della Tepco. E poi basta: una volta entrati a Fukushima I, tornare indietro è impossibile. Il corpo in poche ore assorbirà più radiazioni che in anni e anni. Come gli elicotteristi di Chernobyl: erano aviatori impegnati sul fronte afghano, ottennero di tornare in patria in cambio di questa missione. Scaricarono dal cielo tonnellate di cemento per coprire il nucleo. Ci riuscirono, ma dopo sofferenze atroci morirono tutti. I tecnici Tepco, però, hanno scelto liberamente. Potevano salvarsi. Inutile, però, ripensarci una volta superati i cancelli di Fukushima. Non serve guardare i contatori geiger appesi alla cintura con le lancette impazzite. E non c’è il tempo, dentro la centrale, per ascoltare gli ingegneri nucleari che dai comodi studi della televisione avvertono: “Il livello della radioattività rischia di uccidere in poche ore chi è rimasto a Fukushima I”.

tokio-terremoto3Ormai è un’altro mondo quello fuori, la campagna brulla intorno alla centrale sembra a portata di mano, ma è lontana una vita. I tecnici indossano tuta bianca e respiratore, ma più che per proteggersi lo fanno per la disciplina che non riescono a scrollarsi di dosso. Di fronte a una fusione a pochi passi, sono nudi. Così continuano la battaglia. Fino a ieri con loro c’erano i soldati e gli esperti americani. Adesso sono soli. Bisogna prima di tutto presidiare la sala controllo, anche se l’enorme pannello degli strumenti toglie la speranza: centinaia di spie accese, tutti i livelli fuori scala, nessuno ormai fa più caso agli allarmi. Sono tre giorni che la centrale scivola verso il disastro: sabato l’esplosione al reattore 1, domenica al reattore 3. Lunedì al 2: le barre di   uranio sono rimaste esposte, senz’acqua di raffreddamento, e la fusione è cominciata. Poi ecco un boato, il fumo che ha avvolto tutto e si è portato via la vita di sei persone, cinque soldati e un tecnico di trent’anni. Ma ormai tutti e sei i reattori (anche i tre già spenti al momento del terremoto) sono fuori controllo. È come una nave che affonda, ma l’equipaggio non l’abbandona.

“Bisogna pompare l’acqua nei reattori”, sono le istruzioni. Facile a dirsi, ma l’acqua non c’è più, evaporata, se la sono bevuta tutta le barre incandescenti. Non resta che il mare, ma le pompe e i motori sono fuori uso, ridotti a un groviglio. Nei corridoi della centrale deserta risuonano voci, un’altalena di speranze e terrore: “Le barre del 2 sono scoperte, c’è rischio di fusione”. Ma i tecnici ci provano, rubano ogni litro disponibile: “Abbiamo riportato trenta centimetri d’acqua”. L’illusione dura un attimo: “Il liquido è evaporato, la fusione è cominciata”. Ma i cinquanta tecnici restano. Le famiglie da lontano possono solo guardare le immagini alla televisione. I teleobiettivi inquadrano quei puntini bianchi che si muovono senza sosta tra i reattori.

“Centrali sicure come in Giappone” l’imbarazzo della lobby nuclearista italiana
Dietro le dichiarazioni di facciata si prepara la ritirata (di Giorgio Meletti)

Per capire l’imbarazzo della lobby nuclearista italiana basta leggere  a pagina 20 dello studio intitolato “Il nucleare per l’economia, l’ambiente e lo sviluppo”, pubblicato sei mesi fa dall’Enel: “I moderni criteri di progettazione e le procedura di sicurezza adottate consentono alle centrali nucleari di resistere perfettamente a situazioni estreme, quali calamità naturali, come dimostra il caso del Giappone, uno dei Paesi a maggior rischio sismico”. Lo studio, commissionato a The European House-Ambrosetti, doveva rappresentare la summa del nostro sapere in materia nucleare, e voleva essere il primo passo per costruire consenso attorno al Rinascimento nucleare lanciato dal governo Berlusconi con la costruzione di otto nuove centrali atomiche.  

La ricerca è stata coordinata da un Comitato guida così composto: Faith Birol, capo economista dell’Agenzia internazionale per l’Energia, Gianluca Comin, direttore delle relazioni esterne dell’Enel, Bruno D’Onghia, responsabile per l’Italia dell’Edf (il gigante elettrico-nucleare pubblico francese), Sergio Garribba, consigliere del ministro dello Sviluppo economico, Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera (Pdl), Carlo Rossella, presidente della Medusa Film (gruppo Fininvest), l’economista Nicola Rossi e l’oncologo Umberto Veronesi, in seguito nominato presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare.

Veronesi ha dimostrato la sua equanimità dichiarando solo una settimana fa: “Senza nucleare l’Italia muore”.

Se dunque le centrali giapponesi, con tecnologia di 40 anni fa, hanno finora resistito a terremoti come quello di Kobe del 1995 (7,2 Richter), ed erano quindi stimate resistenti fino al grado 7,75 Richter, un terremoto di grado 8,9 con tsunami conseguente fa saltare tutti i calcoli. Come quelli per cui i nostri esperti hanno messo nero su bianco che le nuove centrali italiane avrebbero una probabilità di incidente catastrofico ogni cento milioni di anni (testuale).

La parola d’ordine del governo è sempre la stessa: “Si va avanti”. Il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani ha detto ieri di volersi rimettere a un coordinamento europeo sul tema della sicurezza, invitando a non farsi prendere dall’emotività.

Il problema è che mentre la Francia di Nicolas Sarkozy ha detto che andrà avanti senza problemi con le sue decine di centrali, alcune molto vecchie, il cancelliere tedesco Angela Merkel si è rimangiata la recente decisione di allungare la vita produttiva delle centrali più vecchie.

Una mossa che getta nello scompiglio i lobbisti dell’atomo: la Merkel aveva deciso su dati errati o ha cambiato idea su base irrazionale? Qualsiasi risposta mette in crisi i dogmi del nucleare sicuro.

E infatti, complice la scarsa voglia di Berlusconi di mettersi nei guai con un referendum nucleare che rischia di far da traino a quello sulla giustizia, quelli che contano stanno già preparando la frenata.

Ieri il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha diffuso una nota dal tono diverso: “A noi sta a cuore l’indipendenza energetica dell’Italia, ma prima e di più sta a cuore la salute e la sicurezza dei cittadini e non sarà mai assunta alcuna decisione che la possa metterle a rischio”. Nel frattempo c’è da segnalare un berlusconiano “malpancista”, il deputato Fabio Rampelli, che ha chiesto al governo di abbandonare la strada nucleare e comunque di lasciare agli elettori Pdl la libertà di scelta al referendum. Mentre il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha insistito ieri sulla linea “no all’emotività” e “andiamo avanti con il nucleare”.

Apparentemente la stessa posizione l’ha mantenuta il numero uno dell’Enel Fulvio Conti. Anche lui ha detto, parlando a Londra dove ha presentato il brillante bilancio 2010, che non dobbiamo “reagire in maniera emotiva”, e che l’unico problema che si pone adesso è “aspettare e analizzare” quanto sta accedendo in Giappone, per poi lavorare ulteriormente sulla sicurezza delle centrali.

E’ improbabile che l’Enel punti ad aumentare la sicurezza passando dalla probabilità di un incidente ogni cento milioni di anni a quella di un incidente ogni miliardo di anni. Più realisticamente Conti sta già allungando i tempi. Ha detto che rinunciare al nucleare sarebbe un grave danno per l’Italia (ma non per l’Enel) e ha annunciato che nel piano industriale 2011-2015 “sono previsti 300-400 (a fronte di 20 miliardi totali del piano nucleare, ndr) milioni di investimenti per preparare le procedure di autorizzazioni per arrivare entro il 2015 ad un progetto definitivamente approvato e cantierabile”.

Traduzione: il sogno di Berlusconi e Scajola, cantieri aperti entro la legislatura (primavera 2013) è già rinviato di almeno due anni e mezzo. Già nei mesi scorsi segnali simili a un “rompete le righe” erano arrivati dal governo. Conti sta concretamente tirando il freno. Ma l’ordine di servizio non è ancora arrivato ai lobbisti, che continuano imperterriti la loro propaganda del “tutto va bene”. (Il Fatto Quotidiano)

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