Afghanistan: si può vincere? I dubbi dell’intelligence

talebaniRoma, 2 dic. – Una domanda e’ sempre piu’ ricorrente nelle cancellerie dell’Alleanza Atlantica e nel Quartier Generale NATO a Bruxelles: si puo’ ancora vincere in Afghanistan? Gnosis, la rivista ialiana di intelligence, analizza nel suo ultimo numero gli aspetti principali del “Dossier” afghano invitando i governanti a non “avere fretta” e definire impegni di lungo periodo. Le speranze degli occidentali – scrive Gnosis – sono riposte sulla nuova strategia politico-militare degli Stati Uniti lanciata dal Presidente Obama. Il nuovo obiettivo perseguito dalla Casa Bianca e’ quello di rafforzare la sicurezza nel Paese (saranno inviati altri 30mila uomini ndr), mantenere sotto controllo l’attivita’ terroristica, cercare di riconquistare la fiducia della popolazione con la ricostruzione di una societa’ civile che consenta uno sviluppo sostenibile. Molte attese sono riposte anche nel Comandante del Teatro, il Gen. Stanley McChrystal, esperto di Forze Speciali e voluto dallo stesso Obama al posto del Gen. David McKiernan.
La nuova Amministrazione statunitense non ha escluso la possibilita’ di arrivare ad una soluzione politica del conflitto, non volendo sostenere lo sforzo bellico per un periodo indefinito senza individuare un’exit strategy che preveda il confronto con quella parte dell’insorgenza disponibile a trattare con il Governo centrale di Kabul, separandola dagli irriducibili jahadisti.
L’obiettivo Usa e’ quello di non dare tregua a questi ultimi per impedire nuovamente l’instaurarsi in Afghanistan di un regime confessionale che offra asilo ai terroristi di Al Qaeda. Per conseguire un accordo che ponga fine agli scontri e’ necessario, pertanto, che il Governo centrale riesca a creare le condizioni politiche affinche’ i “talebani moderati” si convincano della necessita’ di sedersi seriamente ad un tavolo delle trattative. Il punto e’ individuare chi sono costoro.

Gli attentati del 26 agosto a Kandahar, con quaranta vittime circa fra i civili, e quello del 17 settembre a Kabul contro un convoglio italiano con la morte di sei nostri paracadutisti e di una quindicina di civili sembrano, pertanto, anomali nel quadro generale dell’insorgenza ma non isolati nella sua storia. Questi attacchi sembrano essere piu’ una sfida della guerriglia nei confronti dell’apparato di sicurezza afghano ed occidentale nel dopo voto, quando le maglie si sono irrimediabilmente allentate, per dimostrare la capacita’ dei talebani di colpire ovunque e, forse, per punire gli elettori delle due citta’ “simbolo” per gli studenti coranici.
Dunque, le decisioni del prossimo Governo di Kabul saranno risolutive. Tre sono le grandi sfide che dovra’ affrontare il nuovo esecutivo: dividere la guerriglia attraverso la riconciliazione e la reintegrazione degli ex talebani, dare sicurezza e sostegno alla popolazione e sviluppare un dialogo costruttivo con le nazioni vicine. Per cominciare l’Afghanistan necessita di una strategia politica per smantellare la base di potere della guerriglia. Gli afghani hanno bisogno di Governatori e Capi distretto efficienti e di un’Amministrazione locale che sappia tener conto delle strutture tribali e della propria storia. Nel caso in cui gli alleati occidentali vorranno seguire queste indicazioni, tenendo conto che difficilmente Karzai potra’ trattare con il mullah Omar e Gulbuddin Hekmatjar, ma con i capi tribu’ si’, e affrontera’ il nodo sicurezza-ricostruzione-benessere, che interessa alla popolazione, allora le speranze di vincere potranno farsi piu’ concrete. In conclusione, non vi sono ancora indicazioni precise sull’esito finale del conflitto in tempi rapidi, ma in Afghanistan non bisogna mai avere fretta, cosa questa che sembra contrastare con la volonta’ degli europei in particolare. La richiesta di Gran Bretagna, Francia e Germania al Segretario generale delle Nazioni Unite di indire una Conferenza internazionale per individuare nuovi obiettivi di sviluppo, come se quelli esistenti non fossero gia’ abbastanza chiari, sembra piu’ finalizzata ad individuare un’exit strategy piuttosto che definire impegni per il lungo periodo come la situazione dell’Afghanistan richiede. (AGI)

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