Afghanistan, l’infiltrato killer e la fatica di resistere

Luca-Sanna-baraDopo l’ennesimo attacco La Russa promette: nessun ritiro. Roma, 20 gen – (di Alessandro Cisilin) La buona notizia è che il caporale Luca Barisonzi, dell’8° reggimento alpini di Cividale del Friuli, rimasto ferito alla spalla nell’attacco che ha portato alla morte l’alpino Luca Sanna, non è in pericolo di vita grazie a un intervento chirurgico ultimato con successo. “La prognosi rimane assolutamente riservata”, precisa però il ministro La Russa nella sua informativa alla Camera, lasciando aperti pesanti interrogativi sulle sue reali condizioni di salute.

Interrogativi che del resto si muovono a 360 gradi, dalla dinamica dei fatti alla reazione della politica italiana, dalle quotidiane violenze alle contraddizioni che si rinnovano sul terreno della missione della Nato in Afganistan. La salma del 32enne caporalmaggiore ucciso martedì atterra stamani a Ciampino per poi seguire la medesima trafila osservata per gli altri 35 connazionali caduti in Afghanistan, con la camera ardente allestita all’ospedale militare del Celio, a Roma, e i funerali solenni domattina presso la basilica capitolina di Santa Maria degli Angeli, prima del rientro nella natia Sardegna. La ricostruzione ufficiale della tragedia stavolta non è mutata, a differenza di quanto accadde 3 settimane fa col decesso di Matteo Miotto, suscitando polemiche tra il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore Camporini, rimpiazzato proprio l’altro ieri dal generale Abrate. Viene cioè confermata la circostanza che a sparare è stato un uomo solo, senza il contesto di una vera battaglia. Confermato anche l’abito dell’attentatore, la divisa dell’esercito afgano. E il fatto trova ora la più inquietante delle motivazioni: non si trattava di un invasato che avesse rubato chissà dove l’abito militare, bensì di un regolare soldato afgano in servizio da oltre 3 mesi e regolarmente destinato all’avamposto “Highlander” (a pochi chilometri dalla base italiana di Bala Murghab, nel distretto settentrionale di Badghis) gestito congiuntamente dai nostri militari e dagli alleati del posto.

Un “talebano infiltrato”, dunque: e non è una novità, dato che sono almeno una ventina i militari dell’Isaf uccisi solo negli ultimi 2 anni da guerriglieri facilmente penetrati tra le decine di migliaia di reclute istruite in fretta dalla Nato. Ma le stranezze sembrano dimorare altrove. A Montecitorio, dove La Russa ha fatto il punto sull’accaduto e sulla missione, che   costa quasi un miliardo di euro l’anno, parlando a un’aula semi-vuota.

In Afghanistan dove a dispetto dei conclamati successi aumentano gli scontri e gli attentati, con decine di vittime civili, anche ieri nel Sud-Est. In Pakistan dove il mullah Omar, presunto   numero due di Al Quaeda, si sarebbe fatto operare tranquillamente dopo un attacco cardiaco in un ospedale di Karachi con l’ausilio dei servizi segreti nazionali, secondo quanto riportato dal Washington Post, smentito da Islamabad. E a Palazzo Chigi. Dove prima Berlusconi sembra venire incontro alla reiterata richiesta dell’Idv di rimpatriare i nostri militari per poi “confermare gli impegni della missione”, secondo quanto riferito da La Russa. Fino cioè almeno al 2014. Con i complimenti dell’ambasciatore Usa a Roma Thorne, in visita ai nostri militari proprio nel giorno dell’ultima tragedia. (Il Fatto Quotidiano)

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