2010, Afghanistan: a Herat l’anno nero dei militari italiani

afghanistan_soldato_italianoScontri infiniti e 12 morti. Ma anche impegno per l’addestramento. Roma, 26 dic – Con la fine del 2010 giunge al termine l’anno più nero per i militari italiani impegnati in Afghanistan. Dodici sono state, nel complesso, le vittime che il nostro paese ha sacrificato sull’altare della missione Nato, un bilancio che comprende anche un suicidio e la morte di Pietro Antonio Colazzo, il funzionario dell’Aise caduto a febbraio in un attacco coordinato dei combattenti islamici a Kabul. Dodici mesi in cui i nostri soldati, nella regione ovest del paese, sono però riusciti a creare, almeno in parte, le condizioni di sicurezza necessarie a preparare l’exit strategy. Il disimpegno, in conformità alle decisioni dell’Alleanza atlantica, dovrebbe iniziare nel luglio del 2011 ed essere completato entro il 2014. Per quella data, dei circa 4.000 italiani attualmente presenti in Afghanistan, dovrebbero restarne solo alcune centinaia, quelli che proseguiranno l’impegno per l’addestramento del nuovo esercito e delle forze di sicurezza afgane. Anche in questo 2010, la missione italiana è andata avanti mostrando i suoi due volti: quello alla luce del sole dell’impegno civile e per l’addestramento, e quello più nascosto e operativamente difficile degli scontri a fuoco e combattimenti con i ribelli islamici. Proprio quello dell’addestramento è diventato uno dei settori di punta della missione italiana. Sono poco più di 400 i militari attualmente impegnati a questo scopo, la metà dei quali Carabinieri. Gli italiani gestiscono tre centri di addestramento, ad Herat, Adraskan e Kabul.

4000 reclute addestrate dagli italiani nell’ultimo semestre

I Carabinieri si dedicano soprattutto alla formazione delle forze di polizia afgane, mentre i soldati dell’Esercito svolgono attività di addestramento per il nuovo esercito afgano attraverso gli “Operational Mentoring Liason Team”, i cosiddetti Omlt. Si tratta di unità preposte a sviluppare e seguire la crescita dell’Afghan National Army, svolgendo attività di “addestramento, formazione e mentoring” per le operazioni giornaliere e per quelle straordinarie. Negli ultimi sei mesi, le reclute dell’Afghan Civil Order Police, la polizia afgana con caratteristiche spiccatamente militari, brevettate dai Carabinieri italiani sono state oltre 4.000. Quanto ai militari dell’esercito, invece, nell’ultimo anno hanno avuto un ruolo di primo piano nella formazione dei 68.000 soldati complessivamente addestrati dalla Nato. La Task Force Grifo della Guardia di Finanza, infine, ha contribuito alla formazione specifica di un cospicuo numero di quadri della polizia di frontiera e delle dogane, impegno ritenuto di fondamentale importanza visto che la regione ovest a responsabilità italiana presenta confini di migliaia di chilometri con l’Iran e il Turkmenistan. Un’attività, quella dell’addestramento, che i nostri militari hanno accompagnato – assieme alla componente civile – ad un impegno intenso e proficuo nel settore della ricostruzione del paese. Numerosi sono stati gli interventi per il ripristino di infrastrutture come strade, impianti idraulici e fognari, ponti ed edifici. Cospicuo il lavoro svolto per la ricostruzione di scuole ed ospedali, tra cui il nuovo centro pediatrico di Herat.

Herat potrebbe passare sotto il controllo degli afgani ad inizio 2011

Sullo sfondo di tutto questo, però, c’è stata la guerra. Quella vera. Perché anche gli italiani, in taluni casi, l’hanno combattuta. E infatti il 2010 è anche l’elenco di un’infinita serie di battaglie, scontri a fuoco, raid aerei ed esplosioni, da nord a sud della regione ovest, da Bala Murghab a Shindand, da Herat a Farah. Ci sono state vittime italiane, un numero di feriti più alto di quello comunicato (ma solo perché non in gravi condizioni) e molti, moltissimi morti, tra i combattenti islamici. Il livello della minaccia nell’area a responsabilità italiana resta ancora alto. A Bala Murghab i militari italiani hanno creato una bolla di sicurezza di oltre 15 chilometri per 15. Alcune migliaia di abitanti hanno potuto così fare ritorno nelle proprie case. A Herat invece, la sicurezza è migliorata decisamente e le forze locali sono in grado di gestire la situazione sempre meglio, al punto che il controllo della sicurezza in città potrebbe essere consegnato alle legittime autorità afgane nei primi mesi del 2011. Ancora difficile è poi la situazione a Farah e nell’area di Bakwa e del Gulistan. A Farah ci sono gruppi di insorti messi sotto pressione dalle forze italiane e da quelle americane. Nelle altre due aree il contingente nazionale è subentrato da poco tempo. Ci sono piccoli gruppi di insorti che andranno o “pacificati o neutralizzati”: questo è l’obiettivo delle prossime settimane. Ancora una volta il bastone e la carota, l’impegno civile e quello militare, i due volti della missione italiana. (Apcom)

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