Tar Sardegna: militare morì mentre andava al lavoro, è causa di servizio

tar-sardegnaRoma, 23 giu – Era finito contro un’auto, in sella alla sua moto, mentre percorreva la strada per andare a lavoro. Uno scontro violentissimo, costato la vita il 28 febbraio 2012 al Caporalmaggiore dei paracadutisti Simone Ambu, 33 anni, che quel giorno aveva lasciato la moglie e due bambini piccoli.

Nonostante il militare stesse andando al lavoro, il ministero della Difesa aveva negato a sua moglie, Katia Sanna, l’indennizzo che spetta alle vedove di chi muore in servizio.

Una decisione illegittima – pdf hanno sancito i giudici del Tar Sardegna – accogliendo il ricorso presentato dalla difesa attraverso gli avvocati Giovanni e Giorgio Carta, Silvio Pinna e Giuseppe Piscitelli.

Secondi i giudici la commissione medica non ha chiarito le ragioni del diniego, non prendendo in considerazione i parametri su cui si fonda il riconoscimento della causa di servizio nei casi di infortuni in itinere (ovvero di chi sta andando o tornando da lavoro) . «L’infortunio si fonda sul riconoscimento concreto di alcune circostanze», si legge nella sentenza, «l’assenza di dolo o colpa del dipendente, la necessità dell’uso del mezzo proprio e la percorrenza del tragitto più diretto dal posto di lavoro all’abitazione».

Nel caso specifico, il militare aveva avuto l’incidente alle 6.40, proprio mentre andava in moto al lavoro: sarebbe dovuto entrare in servizio cinque minuti dopo, alle 6.45 del mattino. «Il lavoratore pubblico che subisce un incidente durante il percorso dalla sede di lavoro a quella dell’abitazione», scrivono i giudici, «deve essere indennizzato in quanto tale evento dannoso si rende ascrivibile alla categoria dell’infortunio in itinere, ravvisabile ogni volta ehe si possa ritenere esistente il nesso di causalità tra attività lavorativa in senso ampio e l’evento dannoso, nesso che risulta interrotto soltanto dal dolo e la colpa grave».

In altre parole: se il militare non aveva responsabilità dell’incidente, la sua famiglia doveva essere indennizzata. I giudici hanno bacchettato il ministero perché non ha chiarito alla moglie la ragione del mancato indennizzo, con un provvedimento che spiccava per «genericità e per l’abuso di mere clausole di stile».

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