Negato il trasferimento ad una mamma-Caporale, dura condanna del Consiglio di Stato

Marianna-Di-LuzioIl militare verrà risarcito dei danni per 10.000 euro. I giudici: “inquietudine e perplessità” verso l’Amministrazione militare. Roma, 15 lug – Ci sono voluti tre anni per il Caporal maggiore Marianna Di Luzio per ottenere giustizia circa il suo mancato trasferimento dal Reparto comando e supporto tattici “Friuli” a Bari, per assistere i suoi due figli in tenera età.

I FATTI. “La signora Marianna Di Luzio, caporal maggiore dell’Esercito in servizio presso il Reparto comando e supporto tattici Friuli” – si legge nella sentenza – , “ha presentato separate istanze di trasferimento o di assegnazione temporanea presso la sede di Bari, per gravi esigenze familiari”.

“Avendo l’Amministrazione militare respinto tali istanze, la signora Di Luzio ha impugnato gli atti di diniego riguardo alla richiesta di trasferimento”. “Con sentenza 2 aprile 2012, n. 238, il T.A.R. per l’Emilia Romagna, sez. I, ha accolto il ricorso, ritenendo che il beneficio dell’assegnazione temporanea – accordato ai dipendenti di amministrazioni pubbliche con figli minori sino a tre anni di età dall’art. 42-bis del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 – valga anche per il personale militare, per effetto del rinvio disposto dall’art. 1493 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 (c.d. codice dell’ordinamento militare)”.

“Lo Stato Maggiore dell’Esercito avrebbe sempre cercato, nell’esercizio dei propri poteri discrezionali, di assicurare al proprio personale i benefici previsti a tutela della paternità e della maternità, escludendo però l’assegnazione temporanea perché ritenuta incompatibile con le esigenze funzionali e operative delle Forze armate e con gli obblighi connessi allo status militare”.

Se è vero che il Consiglio di Stato, “è stato fermo nel ritenere che questa particolare disciplina di favore non valesse per il personale delle Forze armate e delle Forze di polizia, assoggettato alle disposizioni proprie dei rispettivi ordinamenti”- spiegano i giudici di palazzo Spada – è altrettanto vero che “tale giurisprudenza è stata declinata con riferimento a vicende avvenute in epoca anteriore all’entrata in vigore del codice dell’ordinamento militare” il quale recita, all’art. 1493, comma 1, “al personale militare femminile e maschile si applica, tenendo conto del particolare stato rivestito, la normativa vigente per il personale delle pubbliche amministrazioni in materia di maternità e paternità, nonché le disposizioni dettate dai provvedimenti di concertazione”.

“Ritenere che il codice abbia voluto solo riassumere la normativa preesistente significa – almeno sotto il profilo di specie – assoggettare la disposizione a un’interpretazione abrogatrice, che non può essere consentita anche nel quadro di una visione complessiva delle linee di tendenza dell’ordinamento. Valga, a tal fine, il raffronto con la più recente formulazione dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992, in ordine al quale la giurisprudenza del Consiglio di Stato, dopo alcune iniziali oscillazioni, si è consolidata nel senso di ritenere applicabile la nuova versione del testo anche agli appartenenti alle Forze armate e di polizia e ai pubblici dipendenti a questi equiparati, non potendo rappresentare un ostacolo, a quest’effetto, il rinvio a futuri provvedimenti legislativi fatto dall’art. 19 della legge di riforma”.

Il Caporal maggiore inoltre, proprio a seguito di “una situazione familiare difficile (due figli in tenera età, il marito residente altrove e impossibilitato a trasferirsi per ragioni di lavoro, la madre affetta da serie patologie)”, ha chiesto ai supremi giudici amministrativi la condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno prodotto dalla lesione dei “diritti, costituzionalmente garantiti, di mamma e moglie”.

L’amministrazione militare ha invocato a sua difesa la “specificità” dello status militare ma il collegio giudicante, di opposto avviso, dopo aver sottolineato che “suscita inquietudine e perplessità, invero, la circostanza che l’Amministrazione non abbia dato esecuzione al provvedimento cautelare, attendendo invece l’esito nel merito del giudizio di primo grado e provvedendo a trasferire l’interessata a Bari solo a far data dall’11 aprile 2012” ha condannato la Difesa (leggi la sentenza) al risarcimento del danno non patrimoniale di euro 10.000 perchè “l’allontanamento della signora Di Luzio dal figlio Andrea dopo il periodo natalizio – che non si sarebbe verificato se fosse stata data esecuzione all’ordinanza cautelare – ha fortemente accentuato la situazione di stress e disagio psicologico del bambino, che aveva conosciuto un netto miglioramento in relazione all’assidua presenza della madre”.

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