Ministro della Giustizia: le intercettazioni del Capo dello Stato devono restare segrete

napolitano1Roma, 17 lug. – “E’ importante mantenere la segretezza delle telefonate del Capo dello Stato”. Il ministro della Giustizia, Paola Severino, da Mosca interviene sulla decisione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri per le intercettazioni nell’ambito dell’indagine sulla presunta trattativa Stato-mafia.

Sulla querelle tra il Colle e la Procura di Palermo, a difendere il lavoro dei magistrati è il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso che nonostante “sia un fatto assodato” che il Capo dello Stato non può essere intercettato, si dice convinto delle azioni “in buona fede” dei pm: “I giudici di Palermo hanno agito come ritenevano che dovesse essere applicata la legge. Adesso a dire se lo hanno fatto o meno sarà la Consulta”. “E’ una questione giuridica – sottolinea poi Grasso – nel nostro ordinamento non esiste una norma specifica, ma ora la questione è affidata a buone mani, quelle della Corte Costituzionale, e non ci resta che aspettarne il giudizio”. E Grasso precisa che dal Quirinale non ha avuto “alcuna pressione, così come nessuna pressione hanno avuto i magistrati di Palermo”. “In un’indagine – spiega il procuratore antimafia – chi cerca la verità non può farlo sotto pressione, ma è importante anche la collaborazione degli altri: per vicende così datate nel tempo serve qualcuno che ricostruisca quello che è successo tanti anni fa, servono le dichiarazioni spontanee di chi sa”.

Di Pietro, perchè sto con i giudici di Palermo

”Intendo affrontare, in modo forte e chiaro, la questione del conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nei confronti della procura di Palermo con riferimento alle intercettazioni telefoniche intervenute sull’utenza di Nicola Mancino, mentre questi in qualità di privato cittadino, seppur potente, telefonava appunto al Capo dello Stato. La questione è molto delicata e si deve affrontare con tutto il rispetto che si deve alle istituzioni, dal Presidente della Repubblica, ma anche alla Procura di Palermo, alle vittime di mafia, a tutti coloro che hanno lavorato e stanno lavorando per cercare di capire, in tutti questi anni, se c’è stata, e a che livello si è diffusa, la trattativa tra Stato e mafia. Trattativa fatta per evitare a qualche notabile di Stato di essere preso di mira dalla mafia. Si è svenduto il ruolo istituzionale per paura di avere conseguenze negative dalla mafia, tutto questo mentre altri coraggiosi servitori dello Stato, come Falcone e Borsellino, gli uomini e le donne delle loro scorte, morivano ammazzati”.

Lo afferma il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, in un video-messaggio pubblicato sul suo blog. ”La nostra Costituzione – aggiunge – garantisce al Capo dello Stato la totale immunità personale, ad eccezione del caso in cui egli venga accusato di attentato alla Carta. Non è il caso di specie, però c’è un qualcosa che può avvenire a livello naturale che non si può far finta di non vedere. Che cosa può accadere? Può accadere che persone non garantite da immunità parlamentare si trovino a parlare con il Presidente della Repubblica. In questo caso, non è che si può estendere anche a loro l’immunità, perchè altrimenti potrebbero farla franca in tanti”. ”Mettiamo il caso che un signore telefoni al Capo dello Stato e dica: ‘Ho ammazzato mia moglie, il suo corpo è sotterrato in giardino sotto un albero’. Insomma, facciamo finta di non sentirla quella telefonata? O invece posso usare quella telefonata per scoprire un reato di omicidio commesso non dal Capo dello Stato, ma da un altro? Poter decidere quindi quando il Capo dello Stato riceve una telefonata, intercettata non sul suo telefono, ma su quello di altre persone non tutelate da immunità parlamentari. Estendendo la cancellazione di queste telefonate, sic et simpliciter, soltanto perchè dall’altro capo del telefono c’è il presidente della Repubblica, si corre il rischio di venire a conoscenza di fatti o circostanze utili a scoprire reati o addirittura scoprire che qualcuno sia innocente”.

Spiega ancora Di Pietro: ”Nei confronti del Capo dello Stato è giusto che non valga la telefonata, è giusto che non valga nessun indizio di colpevolezza, ma il fatto storico di una telefonata ricevuta al suo telefono e trasmessa da un altro apparecchio, quello sì sotto intercettazione, si deve poter valutare. E chi è che lo deve fare? Il giudice. Il Presidente della Repubblica dice che il giudice doveva valutarla e cancellarla, posto che non aveva nessuna rilevanza, ma il giudice non può valutarlo da solo perchè il giudice in questione è il pm. Il pubblico ministero, nel nostro ordinamento, è una parte processuale, cioè rappresenta la pubblica accusa. Poi vi sono anche la difesa e il gip. Decidere se una telefonata è utile o meno a quel processo per l’accusa lo decide il pm, per la difesa lo deciderà l’avvocato della difesa. E alla fine ci sarà un giudice terzo che sente le ragioni dell’una e dell’altra parte e decide se quella telefonata si può cancellare o meno. Ma far decidere la cancellazione al Procuratore della Repubblica senza dare la possibilità di valutarla all’altra parte, cioè alla difesa, vuol dire attribuirgli un potere al di fuori della Costituzione. Questi potrebbe domani cancellare una notizia di reato che riguarda lui o qualche suo familiare. Allora, proprio perchè siamo in uno Stato di diritto, proprio perchè dobbiamo rispettare tutti, noi riteniamo che sia più giusto e rispondente al dettato costituzionale la possibilità che: se viene intercettata una telefonata, indirettamente riferita al Capo dello Stato, cioè non sulla sua utenza telefonica, ma di un’altra persona che ha parlato con lui, questa conversazione non debba valere per il Capo dello Stato. Ma se debba valere, e in che limiti debba valere per gli altri soggetti processuali, questo deve essere vagliato in un’apposita udienza incidentale, in cui il giudice sente l’accusa e la difesa e decide se cancellare o meno la telefonata. Questo per quanto riguarda il diritto”.

Prosegue Di Pietro: ”Nel merito, Signor Presidente della Repubblica, stiamo parlando di un’indagine che riguarda la trattativa tra Stato e mafia. E c’è il dubbio che persone di altissimo rango istituzionale, in questo caso stiamo parlando dell’allora ministro degli Interni, di altri esponenti del governo di allora e dell’allora ministro della Giustizia, abbiano raggiunto un accordo al ribasso con elementi di spicco della mafia al fine di garantirsi l’incolumità personale, mentre altre persone, tra cui Falcone e Borsellino, venivano ammazzate. In una situazione di questo genere, ma proprio su questo processo, signor Presidente, Lei ha trovato opportuno sollevare una questione di conflitto di attribuzione? Sicuramente, come gli stessi giudici hanno riconosciuto, lei non ha nulla da temere da quelle telefonate. E allora in uno Stato democratico, in uno Stato di diritto, non è più eticamente accettabile che chi gode delle immunità faccia un passo indietro per un fine nobile? Ossia quello di scoprire la verità sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, mettendo a disposizione tutto ciò che può essere messo a disposizione in un processo alle parti processuali? Perche’ Lei oggi, proprio su questo processo, rifiuta di far sapere a terzi cosa vi siete detti con l’allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, poi presidente del Senato, poi vicepresidente del Csm? Che cosa vi siete detti quando Nicola Mancino le ha chiesto un suo buon auspicio, un suo intervento, proprio per tutelarsi dalle indagini che la magistratura stava portando avanti? Si rende conto che una scelta così drastica, quella che Lei ha fatto oggi, non nobilita le istituzioni, anzi le mortifica? Ecco perchè, come cittadino, io mi sento mortificato nel merito per la sua scelta molto chiusa nell’interpretare la Costituzione. Noi dell’IdV invitiamo i giudici di Palermo a: ”resistere, resistere, resistere”

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