Militari e politica: gli amici «antipatici» del ministero della Difesa

ministero-difesaRoma, 24 mag – (di Giuseppe Piscitelli) Ognuno di noi ha avuto nella propria vita un amico/un’amica saputelli. Di quelli che si ricordano con antipatia e che avevano sempre la soluzione in tasca. Quel genere di amico che non perdeva occasione per ricordarti ad ogni tuo errore “Ecco! Io  te l’avevo detto!”.
Ed è questo genere di “amico” che vogliamo essere oggi per il Ministero della difesa.

Un’amministrazione che non ha perso occasione per sanzionare, a fini dissuasivi, quei propri militari (in special modo i Carabinieri) che si sono “azzardati”, sfidando ogni mito da Caserma e le dicerie dei più (molto spesso interessate o poco informate), ad esercitare i propri diritti politici, iscrivendosi ai partiti e assumendo in essi cariche interne di rilievo statutario.
Proprio quelli previsti dalla Costituzione della Repubblica Italiana e che il legislatore – eccezion fatta per la parentesi che va dal 1981 al 1991, durante la quale è stato sospeso il diritto di iscrizione ai partiti politici per gli appartenenti alle forze di polizia (di cui i Carabinieri fanno parte) – ha sempre confermato nel loro contenuto fondamentale, seppur prevedendo delle specifiche e tassative limitazioni, derivanti dalla necessità di tener separato il munus publicum rivestito dal militare, dalla sua vita privata.

In realtà, le ire disciplinari del Ministero della difesa non si sono riversate – con sanzioni di corpo gravissime e in grado di pregiudicare per sempre la carriera del malcapitato – in modo indiscriminato, ma soltanto su alcuni militari iscrittisi al Partito Sicurezza e Difesa (P.S.D.), oggi, divenuto Partito Popolare Sicurezza e Difesa (P.P.S.D.), che nelle ultime amministrative è riusciuto a far eleggere ben sei consiglieri comunali.
E ciò, probabilmente, perché quando la rivendicazione di diritti e prerogative denegate avviene in modo compatto ed organizzato, le comode poltrone dei vertici e della politica iniziano a tremare seriamente.

Ma a prescindere da ciò, di recente, dopo una strenue battaglia – tenuta nel silenzio dalla stampa nazionale – durata qualche anno, si è giunti al primo riconoscimento dell’illegittimità delle azioni disciplinari che il Ministero della difesa ha scagliato, nei confronti dei propri militari politicamente impegnati, i quali con il coraggio e la tenacia di chi sa di aver ragione non hanno mai mollato, nonostante le gravi ripercussioni subite sul servizio.

In particolare, la Sezione I del TAR Umbria, con la sentenza n. 409/2011, alla quale l’Amministrazione militare ha fatto acquiescenza – riconoscendone così implicitamente la correttezza – ha chiarito che «le limitazioni all’esercizio di attività politica da parte del personale militare … non riguardano direttamente il diritto di iscrizione ai partiti o le attività che possono essere svolte all’interno di essi, bensì mirano a separare l’attività di servizio da quella politica, consentita … se svolta a titolo personale e fuori dalle condizioni espressamente individuate dalla legge».

La sentenza citata del TAR Umbria, che ha costituito il primo precedente assoluto riguardante la materia, seppur riferita alla normativa previgente (legge di disciplina militare e R.D.M.) risulta ancora oggi attuale, anche a seguito dell’approvazione e dell’entrata in vigore del D. Lgs. 15 marzo 2010, n. 66.
Difatti, il legislatore – probabilmente a seguito dalle sollecitazioni ricevute dalle numerose interrogazioni parlamentari e sulla scorta dell’insegnamento giurisprudenziale – ha da poco modificato una particolare norma del Codice dell’Ordinamento Militare (art. 1483, comma 2), dal contenuto inizialmente ambiguo e che l’amministrazione ha avuto buon gioco a sostenere avesse introdotto nell’ordinamento il divieto, per i cittadini in uniforme, di svolgere attività politica e, principalmente, di iscriversi ai partiti e di rivestire in essi incarichi di responsabilità.

Con il D. Lgs. 24 febbraio 2012, n. 20 (pubblicato nella G.U.R.I. – Serie Generale n. 60 – 20 marzo 2012), infatti, quel divieto di «partecipare a riunioni e manifestazioni di partiti, associazioni, anche sindacali, e organizzazioni politiche, nonché di svolgere propaganda a favore o contro partiti, associazioni, sindacati, organizzazioni politiche o candidati a elezioni politiche e amministrative», che nella versione originaria dell’art. 1483 sembrava potesse rivolgersi indiscriminatamente a tutti i militari – a prescindere dalle modalità dell’esercizio dei diritti politici – è stato scientemente circoscritto ai tassativi casi previsti dall’art. 1350, comma 2 del Codice dell’Ordinamento Militare.

A seguito della ricordata novella, potranno rischiare una sanzione disciplinare soltanto quei militari che, nel momento in cui esercitano i propri diritti politici:

  • svolgono attività di servizio;
  • sono in luoghi militari o comunque destinati al servizio;
  • indossano l’uniforme;
  • si qualificano come militari o si rivolgono ad altri militari (in divisa o che si qualificano come tali).

Ma anche in assenza del formale riconoscimento da parte della giurisprudenza, prima, e del legislatore, poi, noi tutto questo “ve l’avevamo detto!” sin dal principio.
Per questo motivo, oggi, dopo che il D. Lgs. n. 20/2012 ha messo la parola “fine” – anche sugli altri casi pendenti in vari TAR d’Italia – alla querellesin qui esaminata  vorremmo che il Ministero della difesa ci ricordasse (perché no?), anche con un po’ di antipatia, come uno di quegli amici saputelli, ma che non confonde mai l’errore dalla mala fede e che pronuncia la sua odiosa battuta, non per inseguire una vittoria personale, ma per la rivincita di un’intera categoria, all’insegna dei diritti previsti dalla nostra Carta costituzionale, che non possono certamente essere sospesi o limitati da interpretazioni amministrative o circolari varie.

Piscitelli L’avv. Giuseppe Piscitelli è un valente professionista
 inserito nell’organico del prestigioso “Studio Legale Carta

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