Militari e diritti sindacali, il Consiglio di Stato: ok a “restrizioni” ma il diritto deve essere garantito

consiglio-di-stato-targaLegislazione italiana in contrasto con quella UE, Corte Costituzionale si pronunci. Roma, 5 mag – Svolta decisiva del Consiglio di Stato sulla questione dei diritti sindacali per i militari. Con l’ordinanza n. 2043/2017, pubblicata ieri, il Collegio in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), sulla scorta delle sentenze emesse dalla quinta sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo [casi “Matelly c. Francia” (ricorso n. 10609/10) e “Adefdromil c. Francia” (ricorso n. 32191109)] ha dato ragione alla parte appellante (Associazione Solidarietà Diritto e Progresso) sulle argomentazioni a sostegno dell’assunto dell’illegittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 (Codice dell’Ordinamento Militare) il quale recita che “i militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali”.

I giudici di Palazzo Spada affermano che “Il principio di diritto chiaramente affermato dalle due pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo citate dai ricorrenti è, invece, di segno radicalmente opposto: la restrizione dell’esercizio del diritto di associazione sindacale dei militari non può spingersi sino alla negazione della titolarità stessa di tale diritto, pena la violazione dei menzionati articoli 11 e 14 della Convenzione“.

L’articolo 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 vieta infatti in radice ai militari di “costituire associazioni professionali a carattere sindacale”, nonché di “aderire ad altre associazioni sindacali”.

L’art. 11 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (resa esecutiva in Italia con legge 4 agosto 1955, n. 848), stabilisce che “1. Ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associazione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire a essi per la difesa dei propri interessi. 2. L’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale e alfa protezione dei diritti e delle libertà altrui. Il presente articolo non osta a che restrizioni legittime siano imposte all’esercizio di tali diritti da parte dei membri delle forze armate, della polizia o dell’amministrazione dello Stato“.

Il successivo art. 14 della Convenzione statuisce che “Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione“.

«L’interpretazione della Convenzione – spiegano i giudici del Consiglio di Stato – è rimessa, ai sensi dell’art. 32 della medesima, alla sola Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: per gli Stati firmatari, pertanto, il diritto convenzionale vivente non è quello rappresentato dal testo della Convenzione (ossia dalle relative disposizioni), bensì quello risultante dall’esegesi dei Giudici di Strasburgo, unico plesso giurisdizionale attributario della competenza a risolvere “tutte le questioni concernenti l ‘interpretazione e l ‘applicazione della Convenzione”».

«Con riferimento al diritto internazionale convenzionale – ricorda il Consiglio di Stato – e, in particolare, proprio alla CEDU, è poi intervenuta la sentenza n. 348/2007 della Corte Costituzionale sottolineando che “tra gli obblighi internazionali assunti dall’Italia con la sottoscrizione e la ratifica della CEDU vi è quello di adeguare la propria legislazione alle norme di tale trattato, nel significato attribuito dalla Corte specificamente istituita per dare ad esse interpretazione ed applicazione”».

Il Consiglio di Stato, oltre a delineare con precisione il contesto giuridico nazionale ed Europeo all’interno della quale si sviluppa la controversia, ha quindi ritenuto che «l’esposta questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del d.lgs. 66/2010 sia rilevante e non manifestamente infondata».

La parola passa quindi alla Corte Costituzionale la quale, rispetto al 1999, quando affermò che il divieto sancito per i militari di “costituire associazioni professionali a carattere sindacale”, nonché di “aderire ad altre associazioni sindacali” non fosse anticostituzionale, adesso deve necessariamente tenere conto delle sentenze della Corte di Strasburgo e, questa volta, sarà molto difficile non riconoscere ai militari quei diritti fondamentali che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto loro, anche perchè – nel frattempo – proprio sulla scorta delle sentenze della CEDU, la Francia ha adeguato la propria legislazione.

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