Il Colonnello CC intercettato usa frasi “da caserma” ma non esita a punire un capitano. Lo stop dei giudici

Capitano-Massimo-FerrariRoma, 1 giu – Vi ricordate la storia del colonnello dei carabinieri che punì un capitano con l’accusa di aver pronunciato frasi sconvenienti in pubblico rivolte ad un cagnolino? Ebbene, l’epilogo di questa storia divertente (se non fosse per spese legali sostenute dai contribuenti, dilapidate per simili sciocchezze) che ha come protagonista l’incolpevole capitano Massimo Ferrari, all’epoca dei fatti comandante della compagnia di Schio, si traduce in una sonora sconfitta per la controparte, il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri.

Il breve la storia: il capitano Ferrari era intento a bere un caffè al bar Scledum di Schio (VI) insieme al giornalista Paolo Terragin. Poco dopo entrò una signora col suo cane di piccola taglia che cominciò a mordere i pantaloni del giornalista che sbottò «che cazzo sto cane». Un’altra cliente, intenta a bere un cappuccino, apostrofò il giornalista: «chi non vuole bene agli animali non vuole bene ai cristiani». A quel punto il capitano Ferrari, che fino a quel momento non aveva parlato, intervenne per sedare gli animi: «lei signora per cortesia continui a bere il cappuccino». La storia, banalissima, finì lì. Ma a distanza di qualche settimana l’ufficiale venne sottoposto a procedimento disciplinare perché al comandante provinciale- il colonnello Michele Sarno– pervenne una denuncia sul conto del capitano, accusato di non avere tenuto un comportamento consono al ruolo. Il colonnello Sarno sanzionò disciplinarmente il capitano Ferrari con tre giorni di consegna.

Il capitano Massimo Ferrari, accusato ingiustamente di aver proferito frasi sconvenienti, si vide costretto a ricorrere alla Giustizia Amministrativa anche perchè a nulla valsero le dichiarazioni del giornalista che affermò, fin da subito, che le parole rivolte al cagnolino molesto le aveva in realtà dette lui.

Dapprima il Tar Veneto, poi il Consiglio di Stato, hanno dato ragione al capitano Ferrari anche perchè, si legge nel dispositivo dei giudici di Palazzo Spada, “il rapporto disciplinare del 19 maggio 2012 redatto dal comandante provinciale di Vicenza dell’Arma partecipa di un processo emotivo, più che di una scevra valutazione dei fatti” visto che «non risulta neppure che i testi indicati dal ricorrente siano mai stati ascoltati dal comandante provinciale ovvero da altri militari da questi delegati».

Ma dentro questa storia ce n’è un’altra, che dipinge l’intera vicenda di surreale.

Il colonnello Michele Sarno, che si incaricò di aprire il procedimento disciplinare contro il capitano Ferrari per le (inesistenti) parole sconvenienti rivolte ad un cagnolino, secondo un articolo pubblicato dal Giornale di Vicenza (pdf_button leggi) fu ascoltato dal tribunale di Bologna in qualità di testimone di un processo a carico di due marescialli accusati di tentata concussione ad un imprenditore. Il colonnello, riferisce il Giornale di Vicenza, non sapendo di essere intercettato definì al telefono gli accusatori dei due marescialli «maledetti bastardi»; il tribunale gli chiese conto di quelle parole e la giustificazione dell’alto ufficiale fu, a dir poco, desolante: «Ho detto quella frase – ha spiegato il colonnello – nell’ottica di rinsaldare i ranghi e l’animo dei miei militari. Una frase colorita, un termine tipicamente da caserma; faccio ammenda, ma si usa in caserma».

Tirando le somme, probabilmente se il capitano Ferrari avesse detto (lui, non il giornalista) “maledetto bastardo” al cagnolino dispettoso, avrebbe forse ricevuto la comprensione del suo superiore, per il comune linguaggio “da caserma” usato.

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