Fucilieri in India: quando l’Italia rinunciò vergognosamente ai propri princìpi

latorre-girone-indiaRoma, 13 gen – La vicenda dei due fucilieri del Reggimento San Marco, trattenuti in India ormai da quasi due anni – dal 14 febbraio del 2012 – in questi giorni sta raggiungendo il suo acme, con la paventata possibilità che il governo indiano possa applicare o meno la pena di morte contro Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati dell’omicidio di due pescatori.

Sulla questione si sono scritti fiumi di inchiostro; si sono aperti dibatti sulla giurisdizione e sul diritto internazionale; sono volate accuse di incompetenza politica e auspicate dimissioni. Rarissimi sono stati invece i dibattiti sui princìpi informatori della nostra cultura, del nostro costume e persino della nostra Carta Costituzionale che sono stati violati con tanta leggerezza e gravità.

Lasciamo per un attimo da parte sia le querelle tecnico-giurdiche sia gli auspici di quei soggetti che, specialmente sui social, invocano rastrellamenti in stile nazista contro inermi ed innocenti cittadini indiani presenti sul nostro territorio o improbabili azioni militari, e riportiamo il focus per non smarrire il senso e la gravità della vicenda.

Uno dei principi informatori della nostra cultura e della nostra politica è stato quello di non estradare mai, nessuno, verso quei paesi che nel loro ordinamento giudiziario contemplano la pena di morte. Nemmeno se si tratta di presunti terroristi.

Certamente in molti dei lettori di GrNet.it ricorderanno il caso dei dirottatori dell’Achille Lauro, quando l’allora governo presieduto da Craxi rifiutò di consegnarli agli americani che provaro perdipiù a compiere un’azione di forza militare a Sigonella. A costo di far scoppiare un caso internazionale Craxi non si mosse dalle sue posizioni: i reati erano stati commessi in territorio italiano (l’Achille Lauro) e quindi sarebbe stata l’Italia a decidere se e chi estradare.

Un caso quasi analogo accadde nel novembre 1998, quando l’allora governo presieduto da Massimo D’Alema rifiutò di estradare Abdullah Öcalan verso la Turchia, paese dove vigeva in quel momento la pena di morte. I princìpi morali e costituzionali italiani prevalsero anche in quel caso spinoso, poiché Öcalan era accusato dal governo turco di aver condotto dal 1984 una lotta armata in Turchia e contro obiettivi turchi nei Paesi dell’Europa occidentale.

Nel 1996 la nostra Corte Costituzionale addirittura sancì l’incostituzionalità dell’articolo 698, secondo comma, del codice di procedura penale, che prevedeva la sussistenza di “sufficienti assicurazioni” ai fini della concessione dell’estradizione per fatti in ordine ai quali era stabilita la pena capitale dalla legge dello Stato estero. La Corte Costituzionale decretò che non bastavano delle “sufficienti assicurazioni” dello stato estero a garanzia della non applicabilità della pena capitale «perché il divieto contenuto nell’art. 27, quarto comma, della Costituzione, e i valori ad esso sottostanti – primo fra tutti il bene essenziale della vita – impongono una garanzia assoluta».

Tutto ciò premesso, è chiaro a tutti l’enormità della violazione politica, procedurale e morale a cui si sono esposti i nostri vertici politici nel momento stesso che hanno permesso la cattura, la detenzione e l’affidamento dei nostri due militari alla giustizia indiana. La nave con a bordo i due fucilieri del San Marco, comandati dalle autorità militari a svolgere quel compito, doveva essere istruita in maniera categorica a proseguire la navigazione. Se le autorità italiane si sono fatte abbindolare dal presunto tranello indiano di riportare la nave nel porto di Kochi, questo casomai costituisce un’aggravante alla dabbenaggine politica nostrana, non una scusante.

I nomi dei responsabili – Chi ha deciso, infine, la consegna dei nostri militari ad una nazione dove vige la pena di morte? La rosa dei nomi è strettissima e composta da soggetti di altissimo livello, com’è normale che sia: il presidente del Consiglio dei ministri (Mario Monti) riassume in sé la responsabilità finale di tale atto, è logico, ma non bisogna dimenticare il ministro della Difesa che, per ironia della sorte non solo era un ex militare, l’ammiraglio Di Paola, ma anche un ex Capo di stato maggiore della Marina e della Difesa e che, quindi, aveva indossato fino a poco tempo prima la medesima uniforme dei due fucilieri.

Smettiamola quindi con i tecnicismi e con il diritto internazionale. In questo caso è assolutamente irrilevante: i nostri princìpi avrebbero dovuto guidare come una stella polare l’azione di governo; coloro che si sono resi responsabili di un’omissione tanto grave porteranno per sempre nella propria coscienza il peso della vergogna soprattutto se, Dio non voglia, nei confronti dei militari italiani sarà emesso un verdetto di condanna alla pena capitale.

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