Corte Costituzionale, congedo straordinario esteso ai parenti entro il terzo grado

corte-costituzionaleRoma, 19 lug – Il disabile ha diritto ad essere assistito dai familiari, per questo il congedo straordinario va esteso ai parenti conviventi entro il terzo grado. La Corte costituzionale (pdfsentenza 203 ) afferma il contrasto con la Carta dell’articolo 42 comma5 del Dlgs 151/2001 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell’articolo 15 della legge53/2000) per la parte in cui, in caso di mancanza o decesso o malattie invalidanti dei soggetti individuati dalla disposizione, non include tra i soggetti legittimati a usufruire del congedo anche i parenti conviventi o gli affini entro il terzo grado.

Secondo la Corte costituzionale è imcomprensibile che l’apporto di questi ultimi sia circoscritto e riconosciuto solo per quanto riguarda i permessi previsti dalla legge 104/1992,

mentre non è contemplato per ottenere i congedi straordinari.

Nel ripercorrere la storia della norma impugnata il giudice redattore Cartabia ricorda che la Corte costituzionale ha ampliato nel tempo il numero dei soggetti destinatari, allargando il beneficio ai fratelli, al coniuge e al figlio convivente. Integrazioni imposte dai cambiamenti demografici che hanno fatto crescere la richiesta e reso necessario l’adeguamento di uno strunento che è espressione dello Stato sociale. In questo solco si inserisce la pronuncia che bolla come incostituzionale (articoli 2, 3, 4, 29, 32 e 35) la limitazione imposta.

La famiglia deve costituire l’ambito privilegiato di assistenza al disabile, al quale come soggetto debole vanno garantite, «oltre alle necessarie prestazioni sanitarie e di riabilitazione, anche la cura, l’inserimento sociale e, soprattutto la continuità delle relazioni costitutive della personalità umana». La restrizione imposta mette a rischio tutto nel caso nessuno dei soggetti legittimati per legge sia disponibile o in condizioni di prendersi cura del disabile, ma non solo. La legge sotto esame lede anche il divieto di disparità di trattamento, perché in maniera discriminatoria non include ulteriori ipotesi «di fronte a una posizione sostanzialmente identica di un congiunto convivente rispetto a quella di altri soggetti già previsti dalla norma e a una pari esigenza di tutela della salute psicofisica della persona affetta da handicap grave e di promozione della sua integrazione nella famiglia».

Il parente che, malgrado escluso dal beneficio, volesse comunque garantire la sua assistenza sarebbe costretto a rinunciare al proprio lavoro, a ridurre il numero di ore o a cercare

un’attività compatibile con le sue esigenze. Del resto la Corte ha affermato da tempo la necessità di adottare gli interventi economici integrativi a sostegno delle famiglie, che rivestono un ruolo fondamentale nella cura dei disabili la cui gravità sia accertata. Il congedo rientra tra questi strumenti.

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