Consiglio di Stato: il trasferimento di quel Carabiniere appare persecutorio. E lo sospende

Consiglio-di-StatoRoma, 5 mag – Con la recentissima ordinanza n. 1582/2013 , il Consiglio di Stato, Sezione quarta, ha sospeso il trasferimento di un carabiniere, ravvisandovi il “fumus persecutionis”.

Una giurisprudenza inspiegabilmente severa e, da ultimo, anche il Testo unico dell’ordinamento militare, consideramo i trasferimenti d’ufficio alla stregua di “ordini militari”, ritenendo legittimi persino provvedimenti immotivati, privi di apparente giustificazione ed emessi senza l’osservanza delle garanzie partecipative di cui alla legge n. 241/1990.

Con la citata ordinanza, il Consiglio di Stato assume una prospettiva più ragionevole e condivisibile, secondo la quale quando il trasferimento appare “persecutorio”, l’Amministrazione deve dare prova, quanto meno in giudizio, delle «ragioni organizzative o personali del disposto movimento d’ufficio».

Nel caso in esame, un appuntato scelto dell’Arma – assistito dagli avvocati Giorgio Carta e Giuseppe Piscitelli – ha impugnato, dapprima, dinanzi al TAR Lazio il secondo trasferimento d’ufficio subito nell’arco di pochi mesi che lo aveva portato a circa 250 km dalla precedente sede di servizio. Il TAR Lazio, come suo solito, aveva giudicato legittimo il trasferimento anche se privo di motivazione. Il Consiglio di Stato, invece, ha rinvenuto nell’atteggiamento dell’Amministrazione il c.d. fumus persecutionis e lo ha sospeso.

In particolare, è stato statuito che «il fumus persecutionis dedotto dall’appellante (duplice trasferimento nel giro di pochi mesi e fuori regione) avrebbe necessitato, quanto meno in giudizio, di un indicazione di massima delle esigenze organizzative che hanno ispirato la seconda movimentazione, in guisa da escludere dal campo manifeste ipotesi di sviamento di potere».

«Certo, una rondine non fa primavera, – commenta l’avvocato Giorgio Carta – ma la pronuncia apre comunque uno spiraglio di speranza per i carabinieri ormai sempre più sprofondati nel malessere che determina tanti suicidi». «Per l’amministrazione militare, – commenta l’avvocato Giuseppe Piscitelli – questa è una sicura lezione di civiltà morale e giuridica».

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