Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico: il documento unitario sulla riforma previdenziale

Strade-Sicure1In allegato le tabelle comparative con altri Stati UE. Roma, 20 mar – Di seguito il “documento unitario” redatto dalle sigle sindacali del comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico che spiega in maniera dettagliata, con puntuali riferimenti legislativi, l’attuale situazione previdenziale a cui sono sottoposti le donne e gli uomini in uniforme. I riferimenti normo-legislativi aiutano a comprendere come in questi ultimi anni i governi hanno progressivamente “eroso” la struttura previdenziale del comparto senza tener conto della c.d. specificità. In allegato all’articolo i documenti che illustrano i passaggi finora esperiti con la parte governativa e le tabelle riepilogative di comparazione con i colleghi dell’Unione Europea.


Ogni Paese democratico e avanzato, in particolare quelli industrializzati, al fine di garantire un progresso prosperoso e costante, sia sotto il profilo economico che sociale ha necessità di organizzare alcuni asset che sono strategici per il raggiungimento di tali obiettivi”.

Oltre alla formazione, elemento di valore strategico imprescindibile oltre che essenziale per la costruzione di una classe dirigente capace di governare lo sviluppo del Paese, ma nel contempo anche di progettare le nuove strategie che si impongono per affrontare le sfide della globalizzazione per essere al passo dei tempi, il Paese necessita di un sistema sicurezza efficiente ed efficace, intendendo per sicurezza il significato più ampio nell’accezione del termine (sicurezza sociale, sicurezza economica, sicurezza relazionale, ordine e sicurezza pubblica, sicurezza penitenziaria, giustizia sociale, amministrativa, industriale e penale, difesa interna ed esterna del Paese, soccorso pubblico efficace ed efficiente).

La stessa Comunità Europea ha deliberato che la sicurezza, nel senso appena detto, diversamente da come era stata intesa sino a poco tempo fa ovvero un costo di sistema, costituisce elemento imprescindibile e condizione irrinunciabile anche per lo sviluppo economico e quindi volano di sviluppo per attrarre gli investimenti stranieri che, in difetto di tale garanzia preferiscono mercati diversi.

Per poter garantire livelli efficienti ed efficaci su questi settori la storia del nostro Paese, e con essa quindi tutta la legislazione che si è sviluppata negli anni, ha affermato in modo incontrovertibile che gli operatori chiamati a svolgere queste delicate funzioni dello Stato (il cosiddetto “cuore dello Stato” definito dal Presidente Monti) devono rispondere a precisi, rigorosi e particolari requisiti sotto il profilo morale, civile e psicofisico e attitudinale (non è un caso che non tutti riescono a superare il concorso e le prove di efficienza per l’accesso e la formazione a queste funzioni).

Ciò, anche in relazione, essendo questo un ulteriore elemento di garanzia sull’efficacia, sulla trasparente ed efficiente azione che lo Stato esercita, stando attento a coniugare gli interessi generali con quelli dei singoli individui, alla necessità che gli operatori per poter attendere alle mission loro affidate, debbono utilizzare al massimo la propria professionalità ed in alcuni casi riguardo ai compiti istituzionali di tutela dell’ordine pubblico costretti a ricorrere anche all’utilizzo della forza e, in estrema ratio, anche all’uso della armi, oltre che a prestarsi, senza risparmiarsi, per la sicurezza collettiva, sia durante che al di fuori dell’orario di lavoro, in quanto destinatari di norme “specifiche” che ne impongono il servizio h24.

Rigore, professionalità, prestanza fisica e soprattutto equilibrio, sono gli elementi essenziali affinchè questi operatori possano conseguire gli obiettivi che lo Stato gli richiede.
In questa ottica anche lo status giuridico, di impiego e quello previdenziale ha seguito uno sviluppo che, per quanto parallelo a tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, è stato però sempre caratterizzato da una sua specificità.
Specificità che, anche in un momento di grave crisi economica che ha portato ad una revisione dell’assetto complessivo della macchina pubblica attraverso una sua razionalizzazione, ha trovato cittadinanza addirittura in una precisa norma contenuta nella legge n. 183 del 4 novembre 2010.

L’articolo 19 della citata norma recita:

  1. Ai fini della definizione degli ordinamenti, delle carriere e dei contenuti del rapporto di impiego e della tutela economica, pensionistica e previdenziale, è riconosciuta la specificità del ruolo delle Forze Armate, delle Forze di Polizia e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, nonché dello stato giuridico del personale ad essi appartenente, in dipendenza della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previste da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle Istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti.
  2. la disciplina attuativa dei principi e degli indirizzi di cui al comma 1 è definita con successivi provvedimenti legislativi, con i quali si provvede altresì a stanziare le occorrenti risorse finanziarie… omissis

In sostanza la norma de quo statuisce che gli operatori di questi Comparti e le rispettive Amministrazioni di riferimento, in relazione al particolare status, devono essere valutati e considerati non solo nell’ottica di quella che è la normale dinamica contrattuale e previdenziale prevista per tutti i lavoratori; ad essi bisogna guardare in relazione alle peculiari funzioni attribuite alle Amministrazioni di appartenenza che, in assenza di operatori che siano selezionati e messi in condizioni di operare con altrettante condizioni peculiari, verrebbero vanificate e con esse le condizioni di tutela e di difesa delle Istituzioni democratiche così come quelle dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna e del soccorso alle popolazioni.

Va precisato che a partire dal 1992 con la cosiddetta riforma Amato, che già all’epoca ristrutturò il sistema previdenziale del nostro Paese per renderlo compatibile sia allo stato sociale, che da sempre ha accompagnato la nostra cultura, ma anche alle compatibilità economico finanziarie che lo Stato doveva sostenere per garantire entrambi gli interessi, e successivamente con la riforma Dini, il modello previdenziale degli operatori di questi Comparti è stato falcidiato annullando, di fatto, la specificità degli appartenenti pur riconfermando quella delle Amministrazioni.

Ulteriori colpi che hanno oltremodo vanificato la specificità, si sono registrati con l’emanazione della legge finanziaria n. 724/94 (cosiddetta finanziaria Berlusconi), che ha ridotto il rendimento del modello previdenziale di questo personale dal 3,60% annui al 2%. Con il decreto legge 112/2008 (c.d. decreto Brunetta), si è avuto un ulteriore colpo che ha definitivamente e quasi del tutto equiparato il rendimento della pensione di questi professionisti della sicurezza a quelli del restante pubblico impiego, fatta eccezione di alcuni istituti che però sono a carico del lavoratore e non dell’erario che restano l’ultima chimera a salvaguardia di una specificità che nel tempo si è manifestata sempre più in modo negativo e contraddittorio .

In sostanza con l’applicazione del metodo contributivo, accompagnato con il rendimento del 2%, anche agli operatori di questi Comparti, la pensione non viene più determinata, a prescindere dall’età anagrafica dell’operatore e per quanti anni egli la percepirà, come avveniva in precedenza con il metodo retributivo, ma viene calcolata sulla base degli accantonamenti che il lavoratore effettua, rispetto alla retribuzione che percepisce nel corso dell’intera vita lavorativa.

Questo, ancora una volta a danno della declamata specificità. Infatti, mentre per tutti i lavoratori pubblici e privati sono state avviate da tempo forme previdenziali complementari, finalizzate a coprire i gap sul trattamento di pensione con l’introduzione del sistema contributivo (tra quanto si è percepito in servizio e quanto invece si è maturato in termini di pensione), per il personale del Comparto l’ipotesi di accordo quadro, che dovrebbe definire le regole del “gioco”, appare ancora lontana. Tutto ciò senza che siano mai state poste in essere formule per tutelare, soprattutto, gli operatori assunti dopo il 1° gennaio 1996 che saranno i primi e più vessati destinatari del sistema contributivo.
È opportuno rammentare, come previsto dalla norma, che l’età anagrafica individuata come limite ordinamentale rispetto al quale il lavoratore è costretto al pensionamento, incide oggi in maniera sostanziosa sul quantum della pensione. Infatti, con l’applicazione del sistema contributivo, sono fondamentalmente due i parametri che determinano la misura del trattamento di quiescenza spettante: l’ammontare dei contributi versati e il relativo coefficiente di trasformazione, che aumenta in ragione dell’età anagrafica in cui è obbligatorio il collocamento in quiescenza. Il prodotto della moltiplicazione tra contributi versati e coefficienti di trasformazione, suddiviso in funzione della speranza di vita fissata dall’ISTAT, consente poi di determinare il rateo di pensione (maggiore il tempo intercorrente tra l’età di cessazione dal servizio e il raggiungimento della speranza di vita, più basso sarà il rateo di pensione). Pertanto il limite anagrafico ordinamentale individuato per la cessazione dal servizio, che funzionalmente le Amministrazioni hanno necessità di mantenere basso, incide in maniera determinanti e penalizzante sull’ammontare delle pensioni, in modo direttamente proporzionale all’età di collocamento a riposo.

In concreto questo complesso meccanismo determina che prima si verifica l’uscita del lavoratore, di conseguenza maggiore sarà il numero dei ratei che dovrà percepire, più basso sarà il quantum che percepirà mensilmente come pensione.

Tutto questo ci pone di fronte ad una questione che diventa centrale, essenziale e imprescindibile da valutare nelle scelte che il Governo deve operare per armonizzare il sistema previdenziale di questi Comparti in funzione del precetto contenuto nel decreto “Salva Italia”.

A fronte di tutto ciò la proposta che i rappresentanti del ministero del lavoro e dell’economia hanno indicato le nostre Amministrazioni, e che queste ultime ci hanno rappresentato risulta essere quella che i lavoratori chiamati ad assicurare la tutela delle istituzioni democratiche, la difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, delle costantemente sovraffollate carceri italiane e il soccorso pubblico, siano impiegati sino a 63 e 65 anni, mettendo anche in discussione gli attuali meccanismi compensativi. Un’ipotesi incredibile specie se messa a confronto con i paritetici operatori dei Paesi stranieri.
Per le Forze armate, tra l’altro, appare un’ipotesi in evidente contrasto con la più volta declamata necessità del ministro della difesa di accelerare l’esodo del personale con le stellette, oggi più anziano, per dare attuazione alla revisione dello strumento militare in modo da renderlo efficiente al passo con quello degli altri Paesi stranieri
In presenza di una proposta come questa è evidente che il problema esula da quello strettamente connesso con la parte previdenziale per assumere un significato politico più ampio.
Si tratta difatti di individuare se il Governo e il Paese si possono permettere operatori della sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico di 63 e 65 anni, con tutto quello che consegue in termini di annullamento dell’efficienza del sistema che ciò comporterebbe per la inevitabile deriva che ciò comporterebbe per la diminuzione della prestanza fisica, psichica ed attitudinale, o se invece ritengono come le scriventi OO.SS e Rappresentanze ma anche, a quanto risulta come propongono le rispettive Amministrazioni – proprio in funzione delle finalità che le Amministrazioni devono perseguire e la conseguente specificità che deve continuare ad essere richiesta ai loro appartenenti – non si debba individuare un sistema compensativo o di aumento della base su cui si costruisce la pensione che consenta di mantenere l’efficienza, l’efficacia dell’azione e della specificità degli operatori.
Le scriventi Organizzazioni e Rappresentanze, dando per scontata la seconda opzione, osservano che fondamentalmente due sono i problemi da risolvere: perseverare l’efficienza e la funzionalità dei Comparti interessati, impedendone l’invecchiamento, e tutelare i rispettivi operatori, rispettandone la dignità e evitando che la “specificità” che ne determina una particolare usura, si trasformi, paradossalmente, in una penalizzazione pensionistica, a causa dei limiti di età più bassi.
A fronte di tutto ciò, molti sono i meccanismi ipotizzabili sul piano ordinamentale e molti gli aspetti sui quali è urgente e imprescindibile discutere.
Perciò queste Organizzazioni e Rappresentanze hanno chiesto e ottenuto, dopo la manifestazione del 13 marzo scorso, un confronto aperto con i ministri interessati evidenziando contestualmente l’urgenza di una legge delega per il riordino del sistema e delle carriere ritenuto, quest’ultimo, significativamente connesso al processo di armonizzazione del regime pensionistico ma anche al mantenimento della funzionalità e dell’efficienza dei Comparti.

In conclusione, considerato che, negli incontri in sede tecnica tra le varie Amministrazioni, risulta che sia il Dicastero del Lavoro sia e soprattutto quello dell’Economia si siano mostrati inclini ad assimilare tendenzialmente gli operatori della sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico alla generalità dei lavoratori, le scriventi Organizzazioni e Rappresentanze dttengono a dire che tale approccio non è assolutamente accettabile, a meno che l’omologazione non comporti anche la parifica delle condizioni di impiego, dei rischi e delle responsabilità e la rimozione degli obblighi, dei vincoli e delle limitazioni che gravano sulle forze di polizia, sulle forze armate e sul Corpo nazionale dei Vigili del fuoco

Nella seconda ipotesi, è bene che si sappia, queste organizzazioni e Rappresentanze rivendicherebbero gli stessi diritti considerati inalienabili per gli altri lavoratori dipendenti quali ad esempio il part-time, la flessibilità dell’orario di lavoro in orizzontale ed in verticale, il diritto di sciopero (con astensione dal lavoro), il diritto ad esercitare altre attività lavorative purché non in modo preminente rispetto alla funzione di pubblico impiegato o in condizioni di esclusività con lo stesso datore di lavoro, i pieni diritti di associazione e libera manifestazione del pensiero per i militari e, non ultimo, il venir meno dell’assoluta disponibilità al servizio per questi operatori e della qualifica permanente di ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza, per la quale oggi gli interessati vivono in regime di “libertà vigilata.”.

Questo è il nodo politico per il quale gli operatori della sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico hanno manifestato e sul quale chiedono una risposta incontrovertibile al Governo e alle Forze Politiche di un Paese al quale dedicano quotidianamente ogni energia e per il quale sono tenuti, per “contatto” ma soprattutto per intimo convincimento, a sacrificare anche il bene supremo della vita.

Allegati:

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.