Salvare le banche è costato ai contribuenti 4.700 miliardi

mazzette-euroOltre metà del denaro erogato è già stato restituito. Roma, 19 lug – (di Maxlmilian Cellino) Quattromilasettecento miliardi, euro più euro meno. A conti fatti il salvataggio delle banche d’Europa e degli Stati Uniti negli ultimi quattro anni è costato ai contribuenti dei diversi Stati, i vari signor Rossi, mister Smith, monsieur Dupont, sellar Perez ed herr Muller un ammontare che corrisponde all’incirca a tre volte la ricchezza che verrà creata nel 2012 in un Paese come l’Italia oppure, se preferite, grande quanto il Pil di Francia e Germania messe assieme.

Da qualsiasi angolo la si consideri, si tratta di una cifra ragguardevole che rischia per di più di essere provvisoria e approssimata per difetto. Perché se è vero che Oltreoceano i vari piani di aiuti sono ormai virtualmente fermi e la fase di rimborso è già a buon punto, è altrettanto evidente che in Europa non si è ancora messa definitivamente la parola fine agli interventi. I dati raccolti da RS Mediobanca sono infatti aggiornati al novembre 2011 e non contengono, per esempio, i 114 miliardi di euro di bond emessi dalle banche italiane con garanzia statale (anche questo è un aiuto) e utilizzati come collaterale per chiedere denaro alla Bce, ne gli ulteriori due miliardi di Tremonti Bond chiesti da Mps a giugno. E non considerano neppure i contributi (il cui ammontare sarà probabilmente definito nell’Eurogruppo di domani) destinati al salvataggio degli istituti di credito spagnoli.

La pesante eredità di Lehman

Tutto in fondo è nato con il crack Lehman, l’evento chiave che segna lo spartiacque tra una crisi che già minava il sistema finanziario dall’interno per via del «virus» dei mutui subprime e una vera e propria tempesta che può a ragione definirsi planetaria. Dopo il fallimento della blasonata e ultracentenaria banca statunitense l’intervento di Stato, alla faccia del dogma liberista imperante negli ultimi decenni, è apparso l’unica via percorribile per evitare il riproporsi di un nuovo 1929: hanno iniziato gli Stati Uniti ovviamente, con iniezioni di denaro mirate, fusioni pilotate e interventi indiretti come il piano Tarp, il Troubled Asset Relief Program da 334 miliardi di dollari lanciato nell’ottobre 2008 dall’allora amministrazione Bush per rilevare dalle banche gli asset tossici.

Dagli Usa all’Europa il passo è stato breve, più o meno quanto è stato rapido il propagarsi del bacillo: la Gran Bretagna è stata la prima a raccogliere il testimone, salvando con i soldi del contribuente Royal Bank of Scotland, Lloyds e Northern Rock, e precedendo il resto dell’Europa continentale. Una differenza però balza quasi immediatamente al l’occhio: sommando gli aiuti britannici e quelli statunitensi (fra capitale effettivamente erogato e garanzie prestate agli istituti di credito) si arriva a tre quarti degli interventi complessivi mondiali.

L’azzardo anglosassone

Il sistema finanziario di stampo anglosassone – quello stesso che per inciso è uscito più indenne dalla stretta regolamentare post crisi (Basilea 3 ed Eba), che storicamente trae la parte preponderante di profitti dalle attività finanziarie piuttosto che dall’esercizio del credito, che detiene le maggiori quote di strumenti derivati e che è al centro dei più recenti scandali finanziari legati alla manipolazione dei tassi Libor ed Euribor – è anche quello che paradossalmente ha ottenuto l’ammontare più elevato di aiuti pubblici. L’enorme disparità fra l’Europa continentale, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti è stata rimarcata dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, non più di una settimana fa all’Assemblea dell’Abi. Se nel complesso in Europa gli interventi pubblici sono stati pari al 37% del Pil – ha sottolineato Visco – nel nostro Paese le operazioni sul capitale, pari a 4,1 miliardi nell’autunno 2011, arrivano a malapena allo 0,3% della ricchezza nazionale.

Quand’anche si considerino i nuovi Tremonti Bond sottoscritti da Mps e le garanzie usate per le obbligazioni portate alla Bce si arriva soltanto al 5,5% di Pil. In Italia, può essere una consolazione, il contribuente ha dovuto frugarsi meno nelle tasche per sostenere banche che, dal lato loro, faticano a tenere il passo delle concorrenti europee anche a causa del modello di business sbilanciato verso le attività più tradizionali e penalizzate dalle pressanti richieste delle authority.

Un gioco a somma zero?

Occorre però anche ricordare che oltre la metà degli aiuti dispensati dal 2008 sono già stati restituiti dalle banche stesse (addirittura quasi il 60% negli Usa). E che in molti casi gli stessi Governi hanno potuto perfino trarre guadagno dagli interventi specifici come dimostra il rendimento di oltre 33 miliardi di dollari realizzato dagli Stati Uniti sul Tarp. A lungo andare, insomma, i salvataggi delle banche potrebbero pure configurarsi come operazioni a costo zero. Se non fosse per il corto circuito che si è creato per garantire quegli stessi interventi: gli Stati si sono dovuti indebitare per sostenere il sistema del credito e i loro titoli sono stati acquistati in primo luogo dalle medesime banche innescando un circolo vizioso che tra mille difficoltà si sta tentando adesso di interrompere.

Un effetto a catena sui conti pubblici che il contribuente italiano e soprattutto quello spagnolo stanno sperimentando sulla propria pelle. (Il Sole24Ore)

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