Retribuzioni: l’aumento delle buste paga «doppiato» dall’inflazione

retribuzioni-inflazioneRoma, 29 gen – La performance peggiore dal 1983, quando c’era ancora la lira. E anche rispetto al 2011, anno di piena crisi economica, la crescita dei salari registrata lo scorso anno è stata più bassa.

Nella media del 2012, pdfha reso noto ieri l’Istat, le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate di appena l’1,5% (rispetto all’anno precedente – mentre nel2011 l’incremento sull’anno è stato dell’1,8%). Ma l’inflazione, sempre su base annua, nel 2012 ha toccato quota +3%, portando quindi il divario con le retribuzioni a 1,5 punti percentuali con una crescita dei prezzi che è stata quindi “doppia” rispetto a quella dei salari (il divario maggiore, a sfavore delle retribuzioni, dal 1995). Una sorta di tassa invisibile, che per una famiglia di tre persone ha significato, lo scorso anno, una perdita del potere d’acquisto di 524 euro, ha calcolato il Codacons. Nel mese di dicembre l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è rimasto praticamente fermo, segnando un incremento impercettibile dello 0,1% rispetto al mese precedente (novembre 2012); mentre rispetto a dicembre 2011 la crescita è stata dell’1,7% (ma anche in questo caso l’inflazione ha corso più forte: +2,3% il dato di dicembre 2012).

Segno di una economia che fa fatica a riprendersi; e di un perimetro di famiglie in difficoltà che rischia di allargarsi. Senza dimenticare come a dicembre siano risultati in attesa di rinnovo 32 contratti, di cui 16 nel pubblico impiego, relativi a circa 3,7 milioni di dipendenti (intorno ai 3 milioni nella sola Pa). E in assenza di rinnovi, ha evidenziato ancora l’Istat, l’indice delle retribuzioni contrattuali proiettato per tutto il 2013 (sulla base delle disposizioni definite dai contratti in vigore a dicembre) registrerebbe una crescita media annua di appena lo 0,9% (nei primi tre mesi dell’anno salirebbe dell’1%, diminuendo di un decimo di punto da aprile2013).

Una situazione complicata. «E come nel biennio 1992-1993 ci fu bisogno di un patto sociale per abbattere l’inflazione, oggi – ha detto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni – occorre un nuovo patto per alzare i salari, tagliare le tasse e rilanciare l’economia»). Ma serve, anche, «un Governo che in una fase di crisi tuteli il potere d’acquisto delle retribuzioni», ha aggiunto il numero uno della Cgil, Susanna Camusso. Analizzando l’andamento settoriale, i comparti che a dicembre hanno mostrato gli incrementi tendenziali maggiori delle retribuzioni contrattuali sono stati: alimentari, bevande e tabacco (+3.6%), chimiche (3.3%), legno, carta e stampa e acqua e servizi di smaltimento rifiuti (+3% entrambi gli aggregati); energia elettrica e gas (2,9%) e tessili, abbigliamento e lavorazioni pelle (2,8%). Si sono registrate invece variazione nulle per il settore delle telecomunicazioni e per tutti i comparti della Pa (per i quali vige il blocco dei rinnovi contrattuali operato della legge 122 del 2010 del governo Berlusconi).

A dicembre, ha evidenziato ancora l’Istat, sono risultati in vigore 46 contratti che regolano il trattamento economico di circa 9,4 milioni di addetti (e a essi corrisponde il 68,1% del monte retributivo complessivo). Nel settore privato l’incidenza è pari al 92,9 per cento. Complessivamente, nell’anno 2012, si è registrata la sigla di 9 contratti (per poco più di un milione di lavoratori e pari a un monte retributivo del 10,4% di quello totale dell’economia). I rinnovi di particolare rilievo sono stati, nel settore industriale, quelli per le industrie alimentari e chimiche che regolano più di 200mila addetti. Nei servizi privati i tre accordi rinnovati sono stati quelli del credito (circa 350mila dipendenti con più del 4% del monte retributivo totale); le assicurazioni e le attività ferroviarie, siglati dopo una vacanza contrattuale durata, rispettivamente, 27 e 55 mesi. La quota di dipendenti in attesa di rinnovo è pari al 28.4% (nel settore privato si scende al 6,8%). L’attesa del rinnovo per i dipendenti con il contratto scaduto è, in media, di 36,7 mesi per l’insieme degli occupati, e di 39,8 mesi per quelli del settore privato (Il Sole 24 Ore).

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