Pensioni, arriva un’altra beffa per chi ha cambiato lavoro

inps_pensioniRoma, 10 nov – (di Valentina Conte) Scandalo. Truffa. Furto legalizzato. Strozzinaggio di Stato. Abominio legislativo. Vessazione irrazionale. È l’indignazione di cittadini esasperati che riversano rabbia e ansia nelle redazioni di tv e giornali. Tanti scrivono anche a Repubblica, per ricordare l’assurda storia delle “ricongiunzioni” dei contributi, gratuite dal 1958, diventate all’improvviso “onerose” nel luglio del 2010. Una storia nata con la legge 122 del governo Berlusconi-Tremonti.

Ma che poi nessuno più è riuscito a correggere. L’ultimo tentativo è naufragato proprio in questi giorni, in Commissione Lavoro, dove si riscrive il ddl Stabilità. L’amarezza e la delusione intanto montano. Nell’estate di due anni fa, una “manina” inserì in extremis l’articolo 12 al decreto 78, la manovra estiva di Tremonti, poi diventata legge 122. La Ragioneria certificò: nessun onere. E la norma passò.

Lì si diceva che le ricongiunzioni verso l’Inps, fino ad allora senza oneri, avrebbero avuto un prezzo. Ovvero quello del riscatto della laurea, calcolato in base alla riserva matematica. Così, in modo retroattivo, dal primo luglio (la legge era del 30 luglio) a tutti coloro che hanno fatto domanda di pensione e che nella vita hanno cambiato lavoro una volta o più (e dunque pure ente di previdenza) è arrivata la lettera dell’Inps con i calcoli. Se vuoi far confluire i contributi versati, devi pagare. Come se avessi studiato per dieci, venti, trent’anni. Sì, ma quanto? Moltissimo, da 70mila a 200, anche 300mila euro. In un caso di una nostra lettrice, persino 600 mila euro. Da versare in un’unica soluzione o in “comode” rate, spalmate su 10-15 anni. Rate che a volte valgono quanto la pensione.

In alternativa, la “totalizzazione” dei contributi, gratuita, ma che impone il contributivo anche a chi ha le carte in regole per il retributivo, con una penalizzazione del 40-50% sull’assegno mensile, come dimostrano tanti esempi di cittadini furibondi. O ti indebiti per pagare o ti accontenti di una pensione misera. Questo il bivio. La ratio della norma, come spiegò l’allora ministro del Lavoro Sacconi, era impedire il presunto travaso delle statali, le dipendenti pubbliche, nel privato per evitare l’uscita a 65 anni e godere di una finestra più favorevole (60 anni). Gli effetti però furono e sono nefasti. La norma vale per tutti quelli che hanno versato con Inpdap o con altri enti e vogliono “ricongiungere” con Inps. Ai quali è stato sempre detto – e ribadito dal sito Inps persino dopo il luglio 2010 – che la ricongiunzione era automatica, si faceva all’atto del pensionamento, non occorreva muoversi in anticipo, né preoccuparsi. E invece no.

La gratuità, tra l’altro, aveva un motivo. Chi passava all’Inps, di solito, aveva un trattamento “peggiorativo” (una pensione un po’ più bassa), per la differenza nella percentuale di contributi. Ecco perché non si è mai pagato. Al contrario di quanto accadeva per un privato che passava al più “favorevole” sistema pubblico. Pagava e paga. Il ministro Fornero, nel mese di febbraio, ha giustificato la norma che risponde a «criteri di equità» ed evita di produrre «ingiuste differenze». All’epoca, il sottosegretario di Sacconi, Luca Bellotti, parlò invece di «effetti che hanno travalicato le iniziali intenzioni del legislatore». Da allora, i calcoli della Ragioneria su dati Inps dicono che tornare indietro costerebbe 2,5 miliardi nei prossimi 10 anni. Soldi contabilizzati come entrate dello Stato, però ingiustificate: perché i lavoratori (400mila) non sono studenti e hanno già pagato una volta i loro contributi. (Repubblica)

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