Manovra finanziaria: chi paga tutto e chi paga niente

berlusconi-fair-playCeto medio, pubblico impiego, lavoro dipendente, pensionati: la scure del governo si abbatte sulle categorie che non lo votano. Roma, 15 ago – Salasso selettivo, famiglie colpite due volte: salgono le tasse e scendono i servizi. Chi evade il fisco non preoccupa, come la Casta. Il bersaglio di questa manovra è abbastanza evidente: le famiglie e gli statali. Le famiglie vengono colpite in due modi: il primo è il taglio, quasi certo se il Parlamento non approva una riforma fiscale in tre mesi, delle agevolazioni fiscali, che si tradurrà in un aumento delle tasse. Il taglio di 4 miliardi colpirà soprattutto le famiglie del ceto medio che beneficiano di circa 3.000 euro di detrazioni Irpef (il taglio sarà lineare, senza fare distinzioni tra agevolazioni per i figli a carico, per spese mediche, per l’istruzione).

Le famiglie verranno colpite anche indirettamente, dal taglio dei trasferimenti alle regioni e ai comuni. Secondo le elaborazioni della Cgia di Mestre, il conto finale della manovra per comuni e regioni sarà di 6,3 miliardi in meno nel 2012 e 8,5 dal 2013. Sindaci e presidenti di regione stanno già chiarendo in che cosa si tradurrà questo crollo delle risorse a disposizione: aumento dei biglietti del trasporto pubblico locale, aumento delle rette degli asili pubblici, ritardi nei pagamenti ai fornitori, minori servizi di assistenza anche alle fasce deboli come anziani e disabili. Perché i soldi per pagare chi garantiva questi servizi, semplicemente, non ci saranno più. E le famiglie se ne accorgeranno eccome.

Per le famiglie che contano tra i redditi quello di un dipendente statale, poi, hanno anche altri problemi: se l’ente pubblico di riferimento non riesce a rispettare gli obiettivi fissati dal governo sulla riduzione della spesa, addio alla tredicesima mensilità. E se lo statale in questione è prossimo alla pensione (di anzianità contributiva), invece di vedere l’agognata liquidazione dopo sei mesi, secondo la legge attuale, la riceverà dopo due anni. Il danno non sarà monetario, ma le famiglie dovranno anche fare i conti con il taglio dei ponti, visto lo spostamento delle festività non religiose al lunedì che farà crescere il Pil ma ridurrà le vacanze.

Autonomi, evasori e aziende sono salvi

L’imposta patrimoniale, tanto temuta, ha mille difetti e un solo pregio: colpisce anche chi dichiara redditi bassi ma ha una ricchezza elevata perché evade il fisco. Invece il governo ha preferito fare un prelievo straordinario ma calcolato sul reddito, e non sul patrimonio. Così i più penalizzati sono i pochi italiani che hanno un reddito elevato (sopra i 90mila euro) e lo dichiarano pure. Ci sono misure anti-evasione, nella manovra, ma dai risultati incerti: sanzioni per chi non rilascia lo scontrino, rischio espulsione dall’ordine per i professionisti infedeli al fisco, una possibile revisione degli studi di settore e l’abbassamento della soglia della tracciabilità per i pagamenti in contante da 5.000 a 2.500 euro (ben lontana dai 500 previsti a suo tempo dal governo Prodi e mai applicati). Si era parlato di un aumento dell’Irpef per i lavoratori autonomi per chi sta sopra i 55mila euro, una soglia bassa ma poco raggiunta (non solo per l’evasione ma soprattutto per quella). Invece niente, anche per il timore che avrebbe contribuito ad aumentare il nero spingendo gli autonomi a dichiarare meno.

Le imprese non vengono toccate, tranne quelle dell’energia che dovranno farsi carico di una nuova Robin Hood Tax che aumenta l’Ires (una delle imposte principali per le aziende). Tremonti giura che questo aggravio fiscale non verrà scaricato a valle sulla bolletta dei consumatori, ma è comunque singolare che si colpiscano le imprese energetiche in un anno in cui di profitti ne stanno vedendo pochi nel settore.

L’altro modo per colpire i gruppi più benestanti di professionisti poteva essere un aumento della concorrenza. Invece le liberalizzazioni per ora dovrebbero riguardare solo minori restrizioni alla pubblicità e alcune deroghe alle tariffe minime.

Alla fine le province resteranno

L’articolo 15 del decreto prevede la soppressione delle province che, alla scadenza del mandato amministrativo, hanno una popolazione inferiore a 300mila abitanti (secondo un censimento che comincerà a ottobre) o che occupano una superficie inferiore a 3mila chilometri quadrati (come Sondrio, la città di Tremonti). Secondo il ministro Roberto Calderoli sbaglia chi sostiene che i criteri della superficie e della densità popolare servono a salvare le province amministrate dalla Lega. Effettivamente ha ragione: se tutto va come deve andare, quei criteri di province ne salvano di più. Forse anche tutte. Per capirlo bisogna fare attenzione a due parole: una è “censimento”, l’altra è “scadenza del mandato”. Spiega Calderoli che per capire precisamente quante province salteranno è il caso di attendere i nuovi dati sugli abitanti delle città visto che gli ultimi disponibili risalgono al 2001, sono troppo datati. I tempi del censimento, però, sono lunghi: ci vorrà almeno un anno. E nell’autunno del 2012 non solo alcuni mandati potrebbero essere appena stati rinnovati, ma soprattutto potremmo non aver più nemmeno questo governo, e allora addio taglio delle province.

Anche la riduzione di quasi 50mila poltrone dovuta alla fusione dei comuni con meno di 1000 abitanti comporta un aumento di efficienza, ma non esattamente un risparmio economico. I conti li fa il coordinatore Piccoli comuni dell’Anci, Mauro Guerra: “Per i consiglieri comunali 19-20 euro lordi a seduta, per gli assessori 130 euro lordi al mese: indennità che spesso non vengono neppure percepite o che risultano ulteriormente dimezzate quando l’amministratore, come nella maggioranza dei casi per i piccoli comuni, è un lavoratore dipendente”. Per quanto riguarda i costi della politica, verrà dimezzata l’indennità per i deputati e i senatori che da altre professioni fuori dalle Camere percepiscono redditi superiori al 15% dell’indennità stessa. Contributo di solidarietà raddoppiato, infine, rispetto ai “normali” cittadini: 10% per chi guadagna più di 90mila euro l’anno, 20% per chi supera i 150mila. (Il Fatto Quotidiano)

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