Fucilieri: alta tensione tra Roma e New Delhi. A rischio scambi per 8,5 miliardi

maro-india3In India 400 aziende italiane. New Delhi, 13 mar – «Non lascerò questo Paese fino a che un’autorità competente non mi dichiarerà “persona non grata”»: l’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini, risponde così alle voci di una sua possibile espulsione dal Paese per il “caso marò”. Finora si tratta ancora di voci, ma oggi il permier indiano, Manmohan Singh, ha messo in guardia dalle “conseguenze” che avrà il mancato rientro a New Delhi di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Mancini è il diplomatico che ha firmato, a nome del governo italiano, l’impegno con i giudici indiani al rientro dei marò a New Delhi entro il 22 marzo; e martedì fonti del governo indiano hanno detto che New Delhi aspetterà fino al 22 marzo, data della scadenza del permesso concesso ai marò, prima di intraprendere azioni contro l’Italia. E’ dunque alta tensione tra Roma e New Delhi per il caso dei due fucilieri del battaglione San Marco. Singh ha accusato Roma di aver violato “le regole della diplomazia e messo in discussione un solenne impegno preso da un rappresentante del proprio governo”. “Il nostro governo”, ha aggiunto il premier indiano, che ha un account Twitter, “ha già fatto presente che queste azioni sono inaccettabili” e “non sono in linea con le nostre relazioni bilaterali, che devono funzionare sulla base della fiducia”. Roma, dunque, “mantenga la parola” oppure “vi saranno conseguenze sulle nostre relazioni”. Nel frattempo, l’avvocato indiano che rappresentava l’Italia di fronte alla Corte Suprema nel caso dei marò si è ritirato dal processo. La decisione con cui Roma ha tenuto in patria i due militari è “una rottura della fiducia”, ha affermato uno “scioccato” Harish Salve in una nota. “Sono prima di tutto un alto funzionario della Corte”, si legge, “e alla Corte devo far riferimento prima di altri”. Nel tentativo di mettere alle strette il governo sul caso marò, l’opposizione continua il suo pressing: il Bjp, partito nazionalista indù che nelle scorse settimane era stato molto polemico anche sullo scandalo di Finmeccanica e protagonista di una campagna contro Sonia Gandhi proprio perchè italiana, presenterà in tutte e due le Canere del Parlamento una interrogazione al governo. “Oggi porteremo il caso dei marines italiani in Parlamento”, ha affermato sul suo profilo twitter il leader Sushma Swaraj. Anche il primo ministro dello Stato del Gujarat, Narendra Modi, ha preso di mira il governo: “dovete spiegare al Paese che misure intendete adottare per far tornare in India i marines italiani perchè il loro ritorno è l’unico risultato accettabile”, ha scritto sul suo profilo del social network.

Timori per ricadute economiche, in india 400 aziende italiane

I toni sempre più duri utilizzati dal governo indiano, dopo la decisione italiana di chiedere un arbitrato sulla questione dei due marò, rischia di avere ripercussioni sui rapporti bilaterali anche e soprattutto sul piano economico. Come ricorda la Sace nella sua ultima analisi sul “sistema India” nel paese asiatico sono circa 400 le aziende italiane presenti e l’Italia con 1,11 miliardi di dollari di investimenti diretti si posiziona al settimo posto tra i Paesi UE (preceduta da Regno Unito, Germania, Olanda, Cipro, Francia e Spagna) e al dodicesimo nella classifica complessiva. Tra i principali investitori troviamo ENI, Fiat, Luxottica, Merloni, Piaggio, Tecnimont, Pirelli, Italcementi, Techint, Perfetti Van Melle, Luxottica, Carraro, STmicroelectronics e Generali. Ma non mancano realtà più piccole, come l’umbra Angelantoni che in India ha varato una interessante joint venture con la locale Kasco Industries. Le nostre compagnie sono concentrate soprattutto nelle aree di New Delhi e Mumbai/Pune, anche se cresce la presenza a Chennai e Bangalore. Il 2012 – scandito appunto dalle tensioni per la vicenda dei due marò – ha già visto un calo dei rapporti commerciali fra i due paesi: se le esportazioni verso Nuova Delhi sono scese del 10,3% le importazioni dall’India sono crollate del 21,5%.

Si tratta di una brusca marcia indietro rispetto al +18,2 % dell’interscambio commerciale registrato nel 2011 (con un totale di circa 8,5 miliardi di euro). In quell’anno peraltro si registratono in India quattro visite governative e tre missioni di gruppi imprenditoriali e venne fissato un obiettivo di interscambio per il 2015 di 15 miliardi di euro sulla base anche di un Memorandum of Understanding firmato da Confindustria e la Federazione delle Camere di Commercio indiane. Se il grosso del nostro export è rappresentato da macchinari, motori, tubi e altri prodotti in metallo, dall’India importiamo soprattutto prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, prodotti chinici e abbigliamento. Spicca, nonostante il peso abbastanza ridotto, la crescita del nostro export di armi e munizioni, passato da 18 milioni di euro nel 2009 a 70,5 milioni nel 2012. Una “torta”, quella della difesa indiana, che vale miliardi di dollari, ma dalla quale le nostre aziende (o meglio Finmeccanica su cui pesa la possibile rescissione del contratto per la fornitura di 12 elicotteri della AgustaWestland, di cui nove ancora da consegnare, da 560 milioni di euro) rischiano di restare fuori.

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