Economia: crisi europea. Ecco chi ci guadagna (e chi ci perde)

europa-crisiRoma, 7 ago – (di Ettore Livini) È come se un supermercato ci pagasse per acquistare i suoi prodotti. O un carrozziere ci pregasse in ginocchio di accettare un centinaio di euro pur di aver l’onore di riparare la nostra macchina. Eppure succede. Non in qualche sperduto angolo del mondo a digiuno dell’Abc dell’economia, ma nel cuore di un’Europa che viaggia ormai a due velocità, dove la tempesta perfetta dei debiti sovrani ha partorito (ormai da qualche mese) il più surreale dei suoi figli: i tassi negativi. Il fenomeno paradossale per cui Olanda, Germania, Austria, Francia e persino l’indebitatissimo Belgio riescono a collocare i loro titoli di Stato a breve termine senza pagare un centesimo di interessi. Anzi. Riescono addirittura in molti casi a incassare un piccolo gruzzoletto da chi è disposto a pagare di tasca sua pur di prestare quattrini a paesi affidabili (fino a prova contraria) come loro.

L’ennesima fotografia di questo mondo capovolto è arrivata ieri da Amsterdam: il Tesoro olandese si è presentato sul mercato per vendere 2,5 miliardi di obbligazioni a tre e sette mesi. Risultato: una lunga fila di investitori istituzionali pronti a perdere lo 0,05% del loro capitale, inflazione esclusa, per potersi concedere il lusso di diventare creditori dei Paesi Bassi. Miracoli (si fa per dire) di un’Europa schizofrenica e indecisa a tutto dove il mercato – infischiandosene della politica monetaria della Bce che prevede un tasso di riferimento uguale per tutti (oggi lo 0,75%) – ha diviso da tempo il continente in due: i buoni di qui e i cattivi di là. Con i primi che, in barba a tutti i manuali della finanza, sono riusciti a trasformare il loro debito in una forma di profitto e i secondi – Italia e Spagna in testa – costretti a pagare alla crisi un pedaggio che va al di là dei loro oggettivi demeriti. I numeri, in questo caso, sono pietre: Amsterdam ha collocato ieri i suoi 2,5 miliardi di titoli incassando, grazie ai tassi negativi, un guadagno secco di un milione circa. Se a vendere lo stesso identico prodotto fosse stata l’Italia, Roma sarebbe stata costretta a pagare 62,5 milioni di interessi per convincere il mercato a comprarli.

Proiettato sui singoli debiti nazionali, il paradosso dei rendimenti a due velocità ha effetti ancor più macroscopici. La corsa dello spread, l’altra faccia della medaglia dello stesso fenomeno, rischia di far crescere di almeno una decina di miliardi, mica spiccioli, il costo degli interessi sul debito tricolore per il 2012. In Germania, invece, piove sul bagnato. E – come ha ricordato pure Mario Monti nella sua intervista a Der Spiegel – succede esattamente l’opposto: la domanda di Bund è alle stelle (malgrado i rendimenti negativi) perché nessun vuol vedere i suoi investimenti in euro trasformarsi dalla sera alla mattina in strumenti finanziari denominati in lire, dracme o pesetas. E il costo del debito tedesco continua così a calare. Il “dividendo della crisi” vale per Berlino 21 miliardi di minori spese ogni punto percentuale di interessi in meno sul suo debito. E secondo Folker Hellemeyer, capo-economista della Bremer Landesbank, il caos dei tassi – con buona pace della Bundesbank – ha regalato alla Germania 60 miliardi di risparmi solo negli ultimi 30 mesi. Senza contare che a beneficiare della situazione (o a pagarne il prezzo, dipende dal paese) sono non solo le casse dello Stato ma anche le imprese e le famiglie: IntesaSanpaolo si è finanziata nei giorni scorsi con un bond a tre anni cui ha dovuto garantire un rendimento del 4,99%. La sua rivale Deutsche Bank è riuscita a emettere un decennale, in teoria più rischioso, all’1,75%. La strada per fare l’Europa unita, almeno sul fronte dei tassi, è ancora molto lunga. (Repubblica)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.