Crisi, uniformi privilegiate? Il rischio di “scollatura” con l’opinione pubblica

militari-poliziaRoma, 25 nov – Stamattina, all’interno di un ufficio postale, l’incontro casuale con un mio vecchio compagno di scuola; lui, un finanziere in servizio permanente, che conosce bene la mia attività giornalistica per il comparto delle “Uniformi”, dopo i saluti di rito mi investe subito con le sue preoccupazioni per il futuro: tu che ne sai di questa storia della pensione anticipata a 50 anni con l’85% dello stipendio? Non l’avesse mai detto.

Di colpo, un signore anziano (ma non troppo) che aveva ascoltato i nostri discorsi, si intromette a “gamba tesa” e con fare piuttosto indignato ci mette al corrente della sua opinione: “una schifezza, un’offesa a chi la pensione deve sudarsela fino a tarda età”. Invano il mio amico tenta di spiegare al suo interlocutore che l’innalzamento dell’età degli operatori in uniforme sta provocando – e provocherà sempre di più in futuro – una generalizzata diminuzione della sicurezza per i cittadini. Circostanza peraltro ribadita autorevolmente anche dal capo della Polizia, Alessandro Pansa. Niente da fare.

Intorno a loro si forma un capannello variegato di persone – giovani, donne, uomini di tutte le età – che danno man forte al signore a cui non andava giù il famigerato “scivolo d’oro”. Tutti dimostravano di conoscere l’argomento, e tutti trovavano “scandalosa” questa notizia. «Io faccio l’infermiere da una vita – diceva uno – secondo lei come sarà la mia pensione e il mio lavoro a 65 anni? Eppure devo fare le stesse cose che facevo quando avevo 20 anni». «Allora io che devo dire – ha esordito una ragazza – che non so ancora se troverò un lavoro stabile e quando lo troverò dovrò pagare le mie tasse anche per le vostre pensioni a 50 anni?».

Ovviamente, non c’è alcuna attinenza tra il lavoro del mio amico e il cosiddetto “scivolo d’oro”, che riguarda invece solo Marina, Esercito ed Aeronautica. Ma neanche le Forze di Polizia, alle prese con il blocco del turnover e quello delle retribuzioni se la passano meglio.

Lo so, voi che leggete assiduamente GrNet.it, al posto del mio amico avreste sicuramente avuto tante valide argomentazioni per controbattere a quelle persone; tutte giuste e sacrosante peraltro. La necessità del vigore fisico giovanile per contrastare i criminali, il rischio della vita che si corre (e che tante volte purtroppo diventa realtà) nei vari teatri internazionali, inviati per conto del governo italiano, e via di questo passo.

Tutto giusto, tutto vero, verità tangibili e constatabili. Ma il punto è un’altro, ed è piuttosto preoccupante.

Quando la crisi “morde” così ferocemente, i sentimenti di ammirazione, di solidarietà, verso chi serve il paese in uniforme con tanti sacrifici personali sembrano appannarsi nell’opinione pubblica, alle prese con le mille difficoltà della vita quotidiana di chi ha perso il lavoro, di chi non ce l’ha mai avuto o di chi ha una pensione minima e deve far quadrare il bilancio familiare. Il rischio, che però si è concretizzato stamattina davanti ai miei occhi, è che anche gli operatori del comparto, da sempre malpagati dallo Stato, vengano addirittura additati e messi nello stesso calderone che contiene “la casta”. E tutto ciò è semplicemente devastante.

E’ bastato un articolo sul Corriere della Sera (peraltro con motivazione malposte e pieno di larghissime imprecisioni) per scatenare nell’opinione pubblica un sentimento di avversione verso chi indossa una divisa. Avevo già sentito varie volte questi discorsi in ambiti differenti, e (quasi) mi stupivo che una notizia come quella avesse fatto rapidamente il “giro” dell’opinione pubblica. Questo sentimento popolare è stato però captato “chiaro e forte” dalle sensibili antenne dei nostri politici che si sono affrettati – i maniera trasversale ed assolutamente bipartisan– a dichiarare la propria contrarietà a tale genere di misure.

Un esempio fra tutti: giovedì scorso le Commissioni riunite Difesa di Camera e Senato, hanno audito il Capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Binelli Mantelli nell’ambito dell’esame congiunto dello “schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di revisione in senso riduttivo dell’assetto strutturale e organizzativo delle Forze armate” e dello “schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di personale militare e civile del Ministero della difesa, nonché misure per la funzionalità della medesima amministrazione“.

Nel corso dell’audizione, intorno al minuto 27, la vicepresidente della Commissione, on. Rosa Villecco Calipari, dimostrando peraltro di conoscere bene la materia di cui si stava parlando, contestava all’alto ufficiale lo schema di decreto in questione che prevedrebbe, nel calcolo della “pensione” da attribuire agli “esodati” militari, anche le competenze fisse ed accessorie, compresa l’ausiliaria. Non solo: la Calipari dubitava fortemente che le altre amministrazioni dello Stato potessero assorbire una massa così ingente di personale (30.000 militari) anche se nel lungo periodo, principalmente perchè le risorse scarseggiano ovunque.

Binelli Mantelli ha risposto – tormentando fra le mani la sua penna, forse innervosito dalla domanda – che in realtà “l’esodo” avrebbe riguardato non più di 200-300 unità l’anno. Prendendo per buona la risposta dell’ammiraglio, è lecito ritenere che la Difesa spera che il grosso degli esuberi venga assorbito dalle altre amministrazioni dello Stato.

Tornando a bomba all’argomento della nostra disamina, si ha la sensazione (che a tratti diventa certezza), che contro i lavoratori in uniforme si sia creato un blocco sociale trasversale nell’opinione pubblica, con le inevitabili ricadute in campo politico e, lo ripeto per l’ultima volta, nonostante alcune dichiarazioni favorevoli (poche purtroppo) di taluni esponenti politici, sembra proprio che il blocco sociale sia diventato anche blocco politico. Non ci resta che attendere dunque.

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