Uranio: Maresciallo della Finanza, nel ’94 munizioni radioattiave in un deposito della Marina [VIDEO]

maresciallo-carofiglio-uranioChiesi di spostarle ma furono smaltite in un’esercitazione ad agosto. Roma, 28 giu – Più di 300 chili di munizioni all’uranio impoverito, made in Italy, erano conservati, nel 1994, in un deposito della Marina italiana, nel napoletano. E’ quanto ha sostenuto oggi l’ex maresciallo della Guardia di finanza, Giuseppe Carofiglio, nel corso di un’audizione davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sull’uranio impoverito. L’articolo prosegue dopo il video)

«Nel 1994 – ha raccontato Carofiglio – presso il deposito della Montagna Spaccata, a Napoli, ho scoperto che nel deposito c’erano una ventina di casse, con sopra il simbolo della radioattività, con dentro 576 munizioni classificate “isotopo 238″». Il maresciallo dopo la scoperta torna nel deposito «con un contatore Geiger, un apparecchio non molto sensibile, i cui led però si accesero subito in presenza delle casse».

Il maresciallo informò subito il comando generale. «Di fronte ai miei dubbi da Roma mandarono addetti dell’allora Anpa (l’Agenzia di protezione ambientale) che, senza indossare alcuna protezione, entrarono nel deposito per un sopralluogo. “Non c’è da preoccuparsi”, mi dissero, ma viste le casse se ne allontanarono subito. Rilevarono la radioattività e lo scrissero nei verbali. Ma prima di andarsene, ci dissero: “basterebbe tenere una sola di queste munizioni sulla scrivania per un anno per ammalarsi di cancro”».

Carofiglio chiede di portare le munizioni in un deposito dell’Esercito, per conservarle in sicurezza, «ma da Roma non vollero sentire ragioni e optarono per “smaltire” tutte le munizioni all’uranio in una esercitazione, che effettivamente ebbe luogo ad agosto del ’94. Dove? Non lo posso dire con certezza, ma allora il poligono di tiro preferito era quello delle acque tra Ponza e Ventotene. Ne parlo solo ora perché finalmente si vuole verità su soldati morti».

Delle munizioni all’uranio «non ci fu mai carico contabile – ha spiegato Carofiglio – secondo cui si trattava comunque di munizioni prodotte in Italia, probabilmente destinate a pattugliatori costruiti nei cantieri navali della Spezia e venduti alla Marina irachena, prima dell’embargo», aggiungendo che «è probabile che in quel deposito o in altri ci siano altre munizioni dello stesso tipo e anche proiettili allo zirconio».

Un racconto, quello di Carofiglio che smentisce almeno due punti chiave che la Difesa ha più volte ribadito, rispetto all’uso di armi all’uranio impoverito. La prima sul mancato uso di questo tipo di munizioni e la seconda sul fatto che non fossero prodotte in Italia.

Perché mi sono deciso a parlarne solo adesso? «Perché c’è una Commissione che mi sembra davvero decisa a fare di tutto per fare emergere la verità sui militari morti o che stanno morendo. E perché quando ho finalmente preso piena coscienza della pericolosità della esposizione a questo tipo di munizioni ho vissuto un periodo davvero difficile, sono stato molto male», ha spiegato dinanzi alla Commissione Carofiglio.

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