«Smog Letale a Kabul, ma noi zero controlli», ma la Difesa smentisce il “Fatto Quotidiano”

Roma, 23 feb – «Lo Stato Maggiore della Difesa, in merito a quanto affermato oggi da il Fatto Quotidiano, puntualizza che le prescrizioni per limitare i rischi di esposizione all’inquinamento dell’aria, indicate nel citato documento del Comando NATO di Kabul, vengono puntualmente applicate dal contingente nazionale».

Questo l’incipit di una nota dello Stato Maggiore della Difesa che replica ad un articolo-inchiesta pubblicato oggi dal quotidiano diretto da Marco Travaglio, a firma Toni De Marchi e Carlo Tecce, dal titolo «La Nato avvisa l’Italia: “Smog letale a Kabul” – Ma noi zero controlli».

L’inchiesta del Fatto Quotidiano

«Il comando Nato a Kabul – si legge nell’articolo, lo scorso dicembre, ha inviato ai contingenti nazionali dipendenti – e dunque anche all’esercito italiano –un ordine per tutelare la salute di militari e civili “esposti agli enormi pericoli ambientali ”. Il documento è firmato da un colonnello americano, il capo dei servizi medici in Afghanistan per la missione Rs (resolute support), che da un paio di anni ha sostituito le insegne Isaf per sancire la fine del conflitto armato. James Campion descrive le misure di prevenzioni per i militari americani – visite ogni due settimane, controlli a lungo termine, assistenza al rientro negli Stati Uniti – e impone agli alleati di intervenire subito con la stessa efficacia e la stessa intensità. I vertici italiani a Kabul, secondo le fonti del Fatto Quotidiano, hanno ignorato il messaggio di Campion: niente è cambiato per i soldati che addestrano e assistono le forza di sicurezza locali. Come per l’uranio impoverito, come per l’amianto sulle navi, come per il Kosovo: i militari che “portano la pace” non devono sapere. Per paura di screditare l’immagine dell’esercito e per non turbare la pubblica opinione. Oggi l’Italia è impegnata laggiù fra Herat e Kabul, nel paesone fra l’Iran e il Pakistan senza sbocchi sul mare, con circa 900 militari, 148 mezzi terrestre e 8 mezzi aerei. I 3,7 milioni di cittadini di Kabul, capitale afghana, bruciano la spazzatura per riscaldarsi e cucinare. La plastica è il materiale più pregiato. Perché dura assai. E così a Bagram, a nord oppure a Herat, a ovest. Veleni sputati dai generatori di corrente, stradoni polverosi annaffiati dal percolato, polveri sottilissime (le famigerate pm 2,5) che s’insinuano nei polmoni: in Afghanistan si muore di guerra, di terrorismo e pure di inquinamento».

«Campion – prosegue l’articolo ha esaminato decine di studi analitici prodotti dalle forze armate statunitensi denominati Periodic Occupational and Environmental Monitoring Summary, sintesi periodica del monitoraggio occupazionale e ambientale. A dispetto della sigla Poems, che significa “poesie” in italiano, la lettura dei vari dossier su Kabul e sul resto dell’Afghanistan in cui si trovano truppe Nato assomiglia più a un racconto dantesco che a una razionale ricostruzione scientifica: “La maggior parte dei veicoli a motore che circolano sono vecchi e usano carburanti sub-standard. Le industrie bruciano pneumatici, rifiuti plastici e altri oggetti combustibili, lo stesso fanno le famiglie. Il razionamento dell’energia, soprattutto, esaspera la situazione perché costringe la gente a usare ancora di più fonti inquinanti”. E le truppe internazionali sono un’aggravante. Le tonnellate di immondizia, generata da migliaia di soldati operativi nell’area, viene bruciata nei cosiddetti “burn pit”, giganteschi buchi dove vengono ammassati i rifiuti organici e inorganici. Proprio in riferimento ai “burn pit” della base di Bagram, l’edizione statunitense della rivista Wired, cinque anni fa, pubblicò un documento che smentiva il
negazionismo dei comandi Usa rispetto all’impatto sulla salute di queste attività. Non c’è da stupirsi, quindi, se nel 2010 la statunitense Environmental Protection Agency valutava in circa tremila morti l’anno le vittime dello smog nella sola Kabul a confronto dei 2.777 civili morti per la guerra in tutto l’Afghanistan nello stesso anno (stime Nazioni Unite)».

L’articolo del Fatto Quotidiano prosegue con analoghe accuse relative alla base di Gibuti.

La replica della Difesa

«I militari italiani impiegati nella capitale afgana – si legge in una nota dello Stato Maggiore Difesa – sono sottoposti alle visite mediche d’idoneità a premessa dell’invio in area di operazioni e successivamente, durante l’impiego, alle misure di medicina preventiva e alle disposizioni specifiche diramate dallo stesso Comando. Peraltro, all’arrivo in area d’operazioni e a cadenza periodica, tutti i militari vengono edotti sulle specifiche problematiche sanitarie e ambientali, mentre, all’atto del rientro in Patria, per le aree a particolare rischio ricevono un documento attestante l’eventuale esposizione a fattori di inquinamento ambientale, affinché ne venga tenuto conto nei successivi controlli medico-sanitari – tanto quelli di verifica dell’idoneità quanto quelli periodici – a cui tutto il personale militare è sempre obbligatoriamente sottoposto in Patria».

«In aggiunta e per maggiore tutela – viene spiegato -, periodicamente le Forze Armate effettuano autonomamente analisi ambientali nelle aree d’operazioni, dove sono schierati i militari italiani, attraverso i rilievi condotti da team specialistici del 7° reggimento NBC (Nucleare, Biologico e Chimico) dell’Esercito e del Centro Tecnico Logistico Interforze della Difesa. Ad esempio, gli ultimi campionamenti in Afghanistan sono stati eseguiti nel mese di dicembre 2017».

«Con riferimento, poi, alla base a Gibuti – definita nel citato articolo un “mistero” – si precisa che sono stati condotti tutti gli accertamenti necessari a verificare la salubrità dell’aria e del suolo, tanto a premessa della realizzazione della base quanto successivamente, e sono stati ottenuti risultati negativi. Peraltro, proprio per maggiore precauzione, è stata disposta una verifica, più approfondita e straordinaria, affidata ad un ente esterno alla Difesa – ARPA Lazio – che, nel marzo 2017, ha attestato che “[…] tutti i parametri, sia per la matrice terreno che per la matrice aria, rientrano nei limiti di legge previsti”».

«Come già affermato in più occasioni – conclude la nota -, si ribadisce con forza che la tutela della salute dei militari resta una priorità ed è una precisa responsabilità per i Comandanti, a ogni livello, di tutte le Forze Armate».

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