Revisione strumento militare: Rossi, “nessuno scivolo d’oro”. Ecco cosa succederà

rossi400Intervista all’on. Domenico Rossi (Sc) già Sottocapo di stato maggiore presso l’Esercito Italiano. Roma, 16 nov – On. Rossi, vogliamo cominciare con il fare un po’ di chiarezza sul futuro del personale delle Forze armate che sarà giudicato in esubero? In molti si stanno chiedendo che ne sarà della propria serenità economica e lavorativa, e il famigerato articolo sullo “scivolo d’oro” forse ha alimentato false speranze. Quando si parla di percentuali dell’ultima retribuzione (80-85%) a cosa si fa riferimento: al “netto in busta paga” oppure al semplice parametro stipendiale “sterilizzato” dalle varie indennità?

Per inquadrare bene il problema,che tra l’altro ha avuto diversi risvolti mediatici negativi, è necessario chiarire il quadro giuridico di riferimento. La revisione dello strumento militare è stata infatti sancita nel 2012 con la legge 244,che oltre a portare l’organico complessivo delle Forze Armate da 190.000 a 150.000 unità, da conseguire entro il 2024, ha indicato i criteri cui ispirarsi per realizzare “con gradualità” tale riduzione, prevedendo: il transito presso altre Amministrazioni pubbliche, quello nei ruoli civili della Difesa, nonché il ricorso ad “eventuali forme di esenzione dal servizio” previa domanda dell’interessato e valutazione da parte dell’Amministrazione. L’esigenza di tali previsioni è proprio dell’Amministrazione in quanto se si volesse raggiungere il nuovo organico in termini fisiologici, ovvero riducendo i reclutamenti e aspettando i naturali congedi del personale, si raggiungerebbero 150.000 unità decisamente dopo il 2024. Le Commissioni competenti stanno ora esaminando i decreti legislativi discendenti dalla citata legge. Quello sul personale contiene la previsione della esenzione dal servizio, come discendente dalla legge, tra l’altro approvata a grande maggioranza dal Parlamento nella precedente legislatura.

Fatta questa necessaria premessa, mi sembra di potere rassicurare il personale in quanto sia il transito nella Pubblica Amministrazione (ivi comprese possibilità nelle regioni, province, comuni, anche nelle polizie locali) sia l’esenzione, sono due possibilità assolutamente volontarie, così come può chiedere di essere posto volontariamente in aspettativa per riduzione di quadri, chi ha già maturato i requisiti utili per l’accesso al trattamento pensionistico. Tra l’altro il tutto nell’ambito di un contingente fissato a priori, in apposito piano di programmazione triennale. Solo ove non si raggiungano gli obiettivi programmati in detto piano si darà corso ad una obbligatoria aspettativa per riduzione di quadri ma riferita al personale a non più di due anni dal compimento dei limiti di età stabiliti per la cessazione dal servizio permanente.

In particolare l’esenzione dal servizio è riferita esclusivamente al personale militare interessato da processi di riorganizzazione, revisione e razionalizzazione di strutture e funzioni, nel decennio antecedente al raggiungimento del limite di età, a fronte del riconoscimento, per il periodo di esenzione, di un trattamento economico pari all’85% di quello fisso e continuativo percepito in territorio nazionale al momento del collocamento nella nuova posizione. A tale trattamento, il militare esentato dal servizio può cumulare unicamente un eventuale reddito di lavoro autonomo o per collaborazioni e consulenze con soggetti diversi da pubbliche amministrazioni o società e consorzi dalle stesse partecipati. Come detto la remunerazione derivante dall’esenzione è computata sull’85% delle sole competenze fisse e continuative (non più rivalutabili nel tempo) e pertanto il personale “esentato” è destinato a percepire non oltre l’85% dell’80% dell’ultima “busta paga” ovvero circa il 70% di quest’ultima. Ciò tenuto conto che le diverse voci retributive “non fisse e continuative” (in quanto legate all’effettivo impiego), che non rientrano nella base di computo in esame (es. indennità operative eventuali, compensi forfettari d’impiego e di guardia, indennità onnicomprensiva, compenso per lavoro straordinario, fondo per l’efficienza dei servizi istituzionali, indennità di missione, etc.), pur con larga approssimazione, possono essere mediamente stimate in non meno del 20% della “busta paga”.

Su tale norma si sono sollevate varie perplessità da parte di mass media, esponenti del PD e alcuni di Scelta Civica (in particolare il Sen. Ichino che sia a Radio Radicale sia in altri interventi si è espresso contrariamente e proponendo tesi basate chiaramente su una equiparazione tra il personale militare e il resto della Pubblica Amministrazione ) che hanno definito la questione come “scivoli d’oro”. Ritengo in generale i toni quasi scandalistici utilizzati del tutto fuori luogo tenuto soprattutto conto che la norma sull’esenzione dal servizio discende da uno specifico criterio di delega dettato dalla legge n. 244/2012, la cui ratio e i cui obiettivi non possono certo essere revocati in dubbio al momento della sua attuazione, e non costituisce una novità nel panorama giuridico, ma è mutuata dall’istituto cosiddetto dell’ “esonero dal servizio”, che fu riservato a numerose categorie di pubblici dipendenti (compresi quelli delle amministrazioni statali, tra cui gli stessi militari) dalla legge n. 133 del 2008. Tale esonero poteva essere chiesto entro i 5 anni antecedenti al raggiungimento della massima anzianità contributiva (all’epoca 40 anni) e dava titolo a una retribuzione pari fino al 70% dell’ultima percepita con modalità analoghe anche per quanto concerne la contribuzione previdenziale. Tali condizioni non risultarono appetibili per il personale militare, le cui richieste di adesione furono limitatissime.

In Commissione Difesa evidenzierò innanzi tutto che i militari interessati stanno subendo la revisione e non l’hanno sicuramente chiesta nonché che non avrebbero problemi a rimanere in servizio fino alla naturale data di congedo. Sosterrò con forza che qualsiasi ipotesi di transito di personale in divisa verso altre amministrazioni pubbliche o private deve essere vincolato alla volontarietà di uomini che hanno indossato per trent’ anni una divisa e hanno portato la bandiera italiana, a difesa dei principi di pace e democrazia, nei più svariati teatri operativi e meritano quindi il massimo rispetto della propria dignità. Chiarirò infine che se qualcuno pensa di equiparare il personale militare a quello della Pubblica Amministrazione (transiti obbligatori,mobilità etc) allora occorre dare ai militari gli stessi diritti, stante il mancato riconoscimento della loro specificità.

Al di là dei meccanismi politici che spingono molti parlamentari a fare delle dichiarazioni più o meno concilianti rispetto alla revisione dello strumento militare, ci sembra che sussista una volontà politica trasversale orientata a chiudere in ogni caso la “partita” della Difesa e che da qualsiasi prospettiva si osservi, il risultato dell’equazione vede in ogni caso il personale a farne le spese. Qual è il suo punto di vista?

Penso di avere già fornito nella risposta alla precedente domanda alcuni elementi validi anche per questa,ma per essere più chiari è evidente che la riforma in atto tendendo ad equilibrare i settori di spesa (personale,esercizio,investimento) tramite recupero di risorse da quello del personale non può non produrre effetti negativi su quest’ultimo. Il problema è che si sono sempre minimizzati tali effetti e che il solo riferimento a esenzioni agevolate dal servizio ha fatto si che qualcuno gridasse allo scandalo senza andare a vedere il quadro generale che indubbiamente, quanto meno nel periodo transitorio, individua: una chiara riduzione delle possibilità del personale in ferma di passare in servizio permanente o un allungamento dei tempi; una chiara compressione/riduzione delle possibilità di transiti tra ruoli e di sviluppo di carriera in genere con i connessi riflessi anche finanziari sia in servizio sia in prospettiva sulle pensioni ormai legate alla contribuzione figlia del livello stipendiale; una difficoltosa gestione delle eccedenze. Quello che cercherò di migliorare in Commissione sono proprio questi tre punti, anche per rispettare il criterio di equiordinazione.

Non mi è possibile non sottolineare peraltro come vi sia stato un fondamentale errore nella comunicazione da parte di chi ha impostato la revisione nei confronti dell’opinione pubblica. Una comunicazione che ha presentato l’eccedenza di personale in maniera improvvida e confusa, scarsamente aderente alla realtà e irriconoscente nei confronti del contributo offerto negli ultimi quindici anni proprio dal personale in questione. Un errore che mi auguro non abbia in futuro ulteriori conseguenze, stante l’antimilitarismo latente ma non troppo di determinati gruppi in Parlamento.
Occorreva invece ribadire con forza l’essenzialità delle Forze Armate,la competenza e professionalità del nostro personale,la necessità di rivedere lo strumento solo per carenza di fondi e non per minori esigenze ed evidenziare il debito che lo Stato avrebbe assunto nei confronti del personale con le stellette.
Un debito che avrebbe dovuto e potuto essere a quel punto onorato quanto meno eliminando il blocco stipendiale per il comparto difesa e sicurezza e assicurando ai giovani la dovuta previdenza complementare. Tenuto conto che ciò non è avvenuto, come già dichiarato in altra sede, ritengo lo Stato in debito con il personale con le stellette.

strade-sicure3On. Rossi, lei sa che la Rappresentanza militare contesta proprio i fondamentali della riforma dello strumento militare, mettendo in discussione i dati di bilancio e le poste della Difesa. In effetti, sommando le risorse allocate direttamente alla Difesa e quelle erogate dal ministero dello Sviluppo Economico destinate all’acquisto di sistemi d’arma, le percentuali mostrano che appena il 57% delle risorse totali vengono assorbite per il pagamento degli stipendi, a fronte del 70% dichiarato dall’ex ministro-ammiraglio Di Paola e, da ultimo, dal suo collega di partito Pietro Ichino. Possibile che nemmeno sui numeri vi sia chiarezza?

Su questo aspetto è evidente che lo spartiacque è come vengono considerati i fondi del Ministero dello Sviluppo Economico destinati ad acquisti di sistemi d’arma: all’interno o all’esterno del bilancio complessivo del Dicastero della Difesa . A seconda di ciò la percentuale delle risorse assorbita dal personale, come indicato nella domanda, varia dal 57 al 70%. Le due ipotesi a mio avviso sono entrambe potenzialmente corrette. Per capire quale è quella giusta occorrerebbe però sapere e, onestamente non ho questa informazione, quanto gli attuali fondi MISE possono considerarsi permanenti nel tempo. Ove permanenti, saremmo infatti di fronte ad una base di partenza del processo di revisione assolutamente falsata a favore degli investimenti e a scapito dei settori del personale e dell’esercizio. Se invece si considerano le risorse MISE assolutamente random e destinate ad esaurirsi nel giro del triennio allora può anche considerarsi giusta la percentuale del 70%.
Quello che ritengo non corretto è però ignorare che tali risorse sussistano, ancorchè eventualmente random. E’ evidente pertanto che partendo da tali considerazioni occorre ricercare una modalità di compensazione per cercare di portare più risorse sul personale o sull’esercizio almeno negli anni in cui si è sicuri dei fondi MISE.

La situazione economica, lo sappiamo tutti, non è certo rosea: il 40% dei giovani è disoccupato, le risorse per la cassa integrazione in deroga non bastano, bisogna trovare la copertura per la seconda rata dell’IMU; in mezzo a queste ristrettezze di bilancio, i militari che storicamente sono privi di organismi di tutela reale non rischiano di essere il classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro?

Si c’è questo rischio e lo avverto ancora più per effetto di posizioni quale quelle di alcuni gruppi parlamentari come SEL o M5S che sono di massima contrari all’impiego dei militari sia nelle missioni all’estero, ad esempio sulla base del principio di autodeterminazione dei popoli, sia sul territorio nazionale, forse generati da vecchi preconcetti. Ciò infatti tende a sminuire nell’opinione pubblica la cognizione dell’esigenza di disporre di certi livelli di capacità delle Forze Armate. Ecco perché il rischio che le risorse ora destinate a queste ultime diventino il salvadanaio cui attingere in momenti di contingenza è assolutamente reale. A ciò tra l’altro contribuisce negativamente anche una serie di input che proviene proprio a questi gruppi dal personale militare, in quanto pur presumibilmente inviati con spirito di miglioramento dell’Amministrazione, rischiano di trasformarsi in boomerang comunicativi. Contribuisce altresì negativamente anche la latente guerra tra poveri interna alle varie categorie delle Forze Armate nonché tra Forze di Polizia e Forze Armate.
Contro questa deriva non perdo occasione in Parlamento di ricordare invece quello che le Forze Armate hanno fatto e possono fare per la credibilità internazionale di questo Paese e per la sua sicurezza interna nonché l’esigenza di massima compattezza del Comparto.

Nella legge di stabilità in esame alle Camere, per quanto riguarda il personale statale in genere, si scorge la possibilità che i blocchi contrattuali possano estendersi fino al 2017. Come si spiegherebbe altrimenti la norma che “guarda” fino al 2017 il congelamento dell’indennità di vacanza contrattuale tuttora percepita?

Non ho presente questa norma atteso anche che la legge di stabilità è al Senato, ma ove esistente non credo debba essere letta in questo modo. Mi sembra che quanto evidenziato finora dal Ministro della Funzione Pubblica D’Alia, che confermo anche a seguito di contatti politici di partito e personali, non sia mai stato smentito: per il Comparto sblocco della contrattazione normativa nel 2014 e di quella economica nel 2015. Su quest’ultimo aspetto intendo comunque confrontarmi con il Governo nell’ambito della legge di stabilità per spingere ad anticipare al 2014. Ciò ritenendo innanzi tutto immorale, stante la specificità del Comparto, il blocco in atto.

On. Rossi, il suo partito sta per subire sorte analoga a quella del Pdl, nel senso che vi sono profonde divisioni tra i “governativi”, guidati dal ministro della Difesa Mario Mauro e i “dissidenti”: alla luce di questa evidenza, come interpreta le dichiarazioni dei suo colleghi Cazzola ed Ichino sull’argomento della riforma dello strumento militare? E lei, che sappiamo vivere con sofferenza questo frangente, da quale “parte” si collocherà?

Ritengo che le dichiarazioni dei Senatori Cazzola e Ichino abbiano un misto di superficialità e disinformazione, condite con la scarsa conoscenza del mondo militare ma soprattutto mischiate con una inaccettabile visione del militare quale pubblico impiegato, forse discendente da un retaggio antimilitarista frutto della loro iniziale formazione politica. Certamente le dichiarazioni possono avere risentito del volere porre un attacco politico al Ministro Mauro prima ancora che alle Forze Armate. Sarebbe comunque un errore perché a nessuno è consentito scherzare sul mondo in divisa. Ovviamente con queste persone non sento di avere nulla a che spartire su questi argomenti che sono invece per me e per la mia coscienza primari .
Ritengo pertanto che in caso di effettiva creazione di due gruppi rispetto all’attuale Scelta Civica,comunque probabile dopo la scissione di fatto intervenuta il 16 novembre, non potrei certamente unirmi a loro, anche per il profondo rispetto che ho per il personale con le stellette.

On. Rossi, a prescindere dalla pur importante riforma dello strumento militare, le Forze armate, di cui lei è stato per anni uno dei dirigenti più “impegnati” anche sul fronte della Rappresentanza militare, sono in uno stato di generale sofferenza. La Marina invoca una “legge navale” che ritiene vantaggiosa anche per le sorti economiche del paese; l’Esercito è alle prese con il più corposo ridimensionamento strutturale dal dopoguerra in poi; l’Aeronautica, insieme alle altre Forze armate, chiede l’impegno di risorse per il rinnovamento dei propri mezzi. Per non parlare delle (numerose) forze di polizia che chiedono riforme coraggiose che diano una svolta agli attuali assetti organizzativi, gestionali e persino giuridici. Com’è possibile, secondo il suo parere, che simili proposte, simili cambiamenti strutturali, possano avvenire in un quadro politico che, al di là di tutto, sembra lacerato da mille divisioni?

Concordo innanzi tutto sul fatto che in un quadro politico come quello attuale difficilmente si può porre mano ad una vera revisione del Comparto Difesa e Sicurezza. Anzi come testimoniano purtroppo i fatti è più facile che si vada a operare per ridurre le risorse finanziarie senza un serio quadro programmatico. Peraltro, le recentissime scissioni di fatto sia all’interno del PDL sia di Scelta Civica e il prossimo congresso del PD lasciano intuire uno scenario dai contorni politici più chiari e presumibilmente daranno una maggiore stabilità al Governo Letta. Ciò unitamente ai segnali di ripresa economica che iniziano a delinearsi per il 2014, potrebbe creare le condizioni per rivedere con coerenza e anche coraggio il settore difesa e sicurezza. Ricordando che sicuramente occorre chiedersi se la prevista revisione dello strumento militare, senza cambiare il modello di difesa, sia idonea allo scopo e parimenti occorre verificare la validità di un modello di sicurezza ormai trentennale. In ogni caso ritengo primario che il Comparto Difesa e Sicurezza abbia bisogno soprattutto di un segnale politico importante che riconosca la dignità e la professionalità dei nostri uomini e donne in divisa, al di là delle parole di circostanza, e che, nel ribadire compiti e doveri futuri, concretizzi anche una netta differenzazione rispetto al pubblico impiego.

Previdenza complementare: l’avvio dei fondi pensione per il personale appartenente alle Forze Armate e alle Forze di polizia, previsti dall’art. 26 comma 20, legge 448/1998 e dall’art.67 del DPR nr. 254/1999, non sono stati ancora definiti. Pertanto gli anni passano ed il futuro previdenziale del personale in uniforme rimane fortemente caratterizzato da enormi incertezze in cui a tutt’oggi vede tale sistema complementare non ancora regolamentato. Se tali norme continuano a rimanere immutate, le future pensioni si potrebbero aggirare intorno al 50-60% dello stipendio base percepito. Nell’emananda riforma dello strumento militare, verrà finalmente affrontata tale annosa questione?

Premesso come giustamente posto nella domanda che la previdenza complementare interessa tutto il comparto Difesa e Sicurezza, la problematica non viene conseguentemente presa in esame nella riforma dello strumento militare essendo questa riferita alle sole Forze Armate. Peraltro, sembra ormai consolidata, e confermo su questo il mio massimo impegno, la disponibilità del Ministro della Funzione Pubblica D’Alia ad aprire quanto prima un tavolo concertuale sull’argomento.

L’apertura del tavolo rappresenta la condizione essenziale per iniziare il confronto sull’argomento. Un confronto a mio avviso che per essere esaustivo dovrebbe affrontare la problematica in modo più ampio e definitivo: limiti di età, previdenza, trattamento di fine servizio, casse (atteso che i Volontari in servizio permanente non ne sono destinatari). Ciò per tendere a normalizzare un settore dove gli interventi sono stati troppo spesso random e non coordinati tra loro.

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