Omicidio Rea, parla una soldatessa della caserma “Clementi”: basta offese dai media

donne-EINon abbiamo conquistato l’uniforme “stando sotto la scrivania”. Roma, 16 ago – Tariffario del sesso nella caserma Clementi? Frustate sul sedere? Non ne possono più le soldatesse di leggere simili notizie sui giornali quando si parla della vicenda dell’omicidio di Melania Rea con pesanti allusioni alle donne in uniforme che nel tempo sono passate per il 235° Reggimento Ascoli. Angela (nome di fantasia perchè la soldatessa vuol mantenere l’anonimato) che ha prestato servizio nella caserma “Clementi” e sogna di far parte dell’Arma dei carabinieri, affida a GrNet.it il suo sfogo insieme a quello delle sue colleghe.Donne che “dopo l’omicidio di Melania Rea”, devono “lavorare ancora di più rispetto al passato per far capire che non si può fare di tutta un’erba un fascio”.

Angela da quanto tempo presta servizio nell’Esercito?

Da marzo 2009.

Anche lei durante il RAV è stata effettiva al 235° Reggimento Piceno, nella caserma “Clementi”, la stessa  in cui faceva servizio il Caporalmaggiore Parolisi , ora in carcere  per i fatti che lo vedono implicato nell’omicidio della moglie Melania Rea. La stampa riporta di abusi, ricatti (anche di tipo sessuale), e comunque di attività illecite avvenute all’interno della caserma. Durante il suo periodo di addestramento ha mai ricevuto simili pressioni o sentito sue colleghe lamentarsi per questi fatti?

No, durante i 90 giorni che ho trascorso al 235° Rgt. Non ho mai visto ne sentito parlare di abusi, ricatti o attività illecite. Nessuna mia collega si è mai lamentata di questi fatti, se fosse accaduto qualcosa del genere ne avremmo parlato nelle camerate. Durante il periodo addestrativo nelle camerate ci consideriamo come sorelle, perché l’esperienza che passiamo è molto dura sia fisicamente che mentalmente perciò fra di noi si crea un legame fortissimo, e duraturo, anche se le nostre strade dopo 90 giorni si dividono, rimaniamo sempre in contatto, perciò se si fossero manifestati eventi negativi quali abusi o ricatti ne avremmo sicuramente parlato fra di noi. Ma ciò non è mai accaduto.

Ha conosciuto il Caporalmaggiore Parolisi?

Sì ho conosciuto personalmente e molto bene il Caporal Maggiore Parolisi, era un degli istruttori della mia compagnia, anche se non era il mio diretto istruttore, perciò ho vissuto i miei 90 giorni anche con lui, dato che essendo un istruttore della Compagnia, si dividevano le lezioni da farci, ed ogni attività la facevamo insieme. Non ho invece mai conosciuto la sua amante, Ludovica Perrone.

Come si comportava Parolisi con lei o le sue colleghe?

Personalmente ho un bel ricordo del CM Parolisi, si comportava normalmente con noi, certo era duro e severo come tutti gli istruttori, ma quando ci spiegava le lezioni era molto bravo e preciso, non si limitava a spiegare solamente ciò che riportavano i manuali, ma citava anche le sue esperienze lavorative e quindi ci dava molti consigli utili per la vita militare.

Teneva molto alla sua squadra, e al plotone a cui apparteneva. Manteneva sempre però una certa distanza da noi, come tutti gli istruttori, ovvero capitava il momento in cui ci ritrovavamo a bere il caffè alle macchinette perciò sia con lui che con gli altri istruttori si scambiavano due parole, tranquillamente, ma non si sono mai esposti, e non ci hanno mai fatto delle avances, su questo erano sempre molto rigidi.

Come donna e soldato, leggendo i resoconti giornalistici che parlano dell’omicidio di Melania Rea, si è sentita in qualche modo ferita per un eventuale riflesso negativo proiettato dalla vicenda in questione, in particolare sul ruolo della donna in uniforme?

Sì,mi son sentita ferita per quanto riguarda le dichiarazioni fatte sulla caserma del 235°Rgt. (scaturite dall’omicidio di Melania). La stampa ha parlato di una specie di “tariffario del sesso” all’interno della caserma, del tipo, una prestazione sessuale in cambio della licenza per il fine settimana, a seconda del tipo di prestazione,sempre la stampa ha detto che potevano essere meno rigidi con noi negli addestramenti oppure ci evitavano alcuni servizi, come il piantone. Sempre in altri articoli si parlava di frustate sul sedere alle soldatesse e cose del genere.Questi argomenti hanno offeso me e tutta la categoria di donne soldato, perché noi al RAV abbiamo faticato duro per riuscire a passare il corso, abbiamo fatto marce di 15km in tenuta da combattimento, abbiamo fatto la continuativa, ovvero 5 giorni sul monte vicino alla caserma, a dormire nelle tende, senza luce acqua e servizi sanitari, ogni giorno si cambiava posto ed ogni giorno si marciava con zaini pesantissimi. E tanti, tanti altri addestramenti molto duri, e li abbiamo affrontati tutte quante allo stesso modo, senza nessun donna-afghanistan1favoritismo da parte degli istruttori verso altre colleghe. Mi ricordo solo di una ragazza che fu aiutata dall’istruttore durante una marcia a portare lo zaino, ma perché la notte prima mentre era di sentinella alle tende si sentì male. Altrimenti quando una di noi non ce la faceva ci aiutavamo a vicenda. Perciò queste affermazioni da parte della stampa hanno ferito, sia le mie colleghe che me, perché abbiamo sudato tanto per passare il corso, e sentirci sminuite in quel modo, facendo credere che lo abbiamo passato solo grazie a delle prestazioni sessuali ci umilia profondamente.
Inoltre ogni settimana veniva appeso in bacheca lo statino dei servizi, in modo da non creare lamentele fra di noi, e appunto per far vedere che tutte quante facevamo gli stessi servizi con la stessa frequenza, perciò se ce ne fosse stata una con dei servizi in meno lo avremmo subito notato, ma ciò non avveniva mai, a fine messe tutte quante avevamo lo stesso numero di piantoni ed altri servizi.
Noi donne facciamo lo stesso addestramento degli uomini, veniamo trattate dagli istruttori alla stessa maniera, anche a reparto. Quindi nella caserma di destinazione, ci vengono affidati compiti alla pari dei colleghi uomini, e dobbiamo faticare il doppio di loro, per far vedere che valiamo, perché l’ambiente è sempre rimasto con la mentalità maschilista della leva.
Poi c’è chi ci apprezza per l’impegno che ci mettiamo e chi non sopporta l’idea di aver a fianco una donna con le stesse capacità di uomo.
Adesso, dopo gli articoli pubblicati dai mass media, la gente che mi incontra per strada e sa che ero militare mi pone domande umilianti del tipo “ma quali prestazioni vi facevano fare in caserma?” Oppure “ma anche a te davano le frustate sul sedere?” Per non parlare poi di ciò che mi raccontano le colleghe ancora in servizio che a volte si ritrovano a girare in divisa per la città, gente che magari già prima odiava la categoria dei militari, adesso si sbizzarrisce con offese di ogni tipo rivolte proprio alla donna in divisa, e prendendo spunto dagli articoli di giornale e dai servizi televisivi in merito al 235° Rgt.

La stampa riporta che di festini che si sarebbero svolti in caserma tra militari e “transessuali”, a cui avrebbe preso parte Parolisi. Le i era a conoscenza (diretta o indiretta) di simili fatti?

No, non ero assolutamente a conoscenza e non ho nessuna idea di come sia potuto (sempre che sia accaduto veramente) accadere in caserma una cosa del genere. Alla porta carraia c’erano sempre severi controlli, ispezionavano il personale in entrata ed in uscita costantemente ed entrava solo il personale appartenente al Reggimento o personale autorizzato.
Credo che se alcuni istruttori avessero queste tendenze sarebbero andati altrove ad organizzare festini. Anche perché alle ore 23 in caserma suonava il silenzio e nessuno poteva uscire dalle camerate, nessuno poteva far rumore o tener la luce accesa. A vigilare sul silenzio di ogni camerata facevamo a turni il piantone, perciò se accadeva qualcosa di strano, rumori o schiamazzi saremmo state noi stesse a rimetterci in quel momento in qualità di piantone alle camerate, ed erano molto frequenti i controlli dell’Ufficiale di Picchetto affiancato dalle guardie.

Fra colleghe come commentate la vicenda della morte di Melania Rea, nella quale sarebbero coinvolti militari in servizio?

Siamo tutte dispiaciute, perché c’ha rimesso la vita una ragazza innocente come Melania, e soprattutto per la figlia che dovrà crescere senza una madre.
Ci auguriamo che venga fatta giustizia al più presto e chi ha sbagliato paghi, che sia esso militare o civile.

Ci racconta un po’ del suo addestramento?

Gli istruttori con noi erano molto duri e severi in addestramento, com’è giusto che sia, non ci hanno mai trattato male e soprattutto non si sono mai permessi di metterci mani addosso o farci delle avances. Addirittura in palestra quando ci insegnavano a fare i piegamenti sulle braccia, per esser eseguito in modo corretto l’esercizio bisogna arrivare con il petto ad un pugno da terra; ai colleghi uomini sono gli istruttori stessi a mettere il pugno in terra e verificare la correttezza dell’esercizio, a noi donne usano un ripiego di gomma della stessa altezza di un pugno apposta per non creare equivoci e non toccarci.

Pensa di rimanere nell’Esercito?

Sì, infatti prossimamente rientrerò di nuovo come VFP1.
Anche se la mia grande aspirazione è entrare nell’Arma dei Carabinieri, ma per ora non ho passato i concorsi che sono usciti, perciò continuo nell’Esercito per incrementare anche il punteggio nei concorsi (più abbiamo giorni di servizio, più ci danno punteggio nei concorsi). Nell’Esercito mi sono trovata molto bene, e mi piace molto, perciò se un giorno rinuncerò al mio sogno dell’Arma dei Carabinieri, rimarrò nell’Esercito.

Secondo lei le nostre FFAA erano pronte dal punto di vista culturale all’ingresso delle donne nelle FFAA?

Dal 2000, ovvero da quando le FFAA han dato spazio anche all’ingresso delle donne, la società militare si è pian piano abituata alla presenza graduale delle donne, fino all‘eliminazione totale delle aliquote imposte per il reclutamento femminile, che ne limitava l’accesso, si è passati alla completa  equità di arruolamento, visto che le donne si sono uniformate senza problemi al mondo militare; le FFAA hanno avuto il tempo di metabolizzare questa novità, ed anzi utilizzare al meglio questa quantità di nuove leve. All’inizio  un po’ di smarrimento c’era, soprattutto col personale più anziano, che non vedeva di buon occhio, per la loro mentalità molto maschilista e legata ancora molto alla leva, l’ingresso delle donne. Ma appena le donne si sono integrate nei vari ruoli e soprattutto in quasi tutti i gradi della scala gerarchica, sono diminuiti i dissapori, ed ora nel 2011 le donne non sono più viste come aliene, ma come Soldati, Marinai o Avieri e come Marescialli e Ufficiali, di gran valore e stima. Le donne si trovano tranquillamente a pilotare aerei e a condurre Unità navali, tanto quanto i colleghi uomini, perché hanno sudato come loro e hanno conquistato il loro posto, con umiltà, spirito di sacrificio ed abnegazione.
 
donna-libanoBasta rifarsi solo al luogo comune che vuole che ogni donna in divisa conquisti il suo posto stando “sotto la scrivania”, le donne che scelgono la divisa hanno ideali alti, di amore per la patria, onore per la divisa, spirito di sacrificio per una vita dedita alla difesa del proprio suolo natio, a costo della propria vita. Siamo uguali agli uomini,lottiamo e difendiamo gli stessi ideali, sudiamo la divisa anche più di ogni altro collega uomo, perché per dicerie come quelle che girano attorno alla caserma “Clementi” dopo l’omicidio di Melania Rea, dobbiamo lavorare ancora di più rispetto al passato per far capire che non si può fare di tutta un’erba un fascio. Solo perché come in tutti i lavori, c’è sempre chi non si attiene solo alla professione ma va oltre, non si possono condannare tutti per quello di sbagliato che fanno pochi.
Basta, bisogna uscire da certi clichè. Credo che per molti sia semplice buttar fango, facendoci passare come soldatesse poco di buono, perché magari non sono stati in grado loro stessi di ricoprire il medesimo incarico, oppure solo perché ancora, al di fuori dal mondo delle FFAA ancora le persone non hanno visto il nostro vero valore, ma si fermano solo a meri pregiudizi, dettati da una cultura che ancora fa fatica a vedere ai vertici, in qualsiasi campo, noi donne. Naturalmente quando sono andata a reparto nella Caserma di destinazione ho conosciuto colleghe sia VFP1 che VFP4 che avevano fatto il RAV ad Ascoli negli anni precedenti al mio, dal 2005 al 2009 ed in blocchi differenti perciò spesso quando ci trovavamo a parlare dei ricordi del RAV avevamo sempre ricordi positivi ed anche con le colleghe più anziane non è mai saltato fuori il discorso di prestazioni sessuali, maltrattamenti o altro.
Perciò credo che se tali episodi si siano veramente verificati si tratti di singoli individui consenzienti.Perché alla caserma “Clementi” è dal 2000 che ogni anno ci si addestrano migliaia e migliaia di soldatesse, perciò una cosa così grave a mio parere non sarebbe potuta rimaner nascosta per 11 anni.
Io sarei stata la prima a denunciare se avessi visto o sentito cose del genere e come me tante e tantissime altre soldatesse oneste lo avrebbero fatto.
Perciò noi, donne,  la divisa ce la siamo meritata come se la son meritata i nostri colleghi uomini.

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