Militari italiani: vaccinati a morte

vaccinazioneRoma, 8 ott – Di seguito rilanciamo volentieri tre articoli della bravissima Vittoria Iacovella, corrispondente de “La Repubblica”, che hanno ulteriormente approfondito con i toni dell’inchiesta il comunicato stampa lanciato da GrNet.it sulla vicenda del Caporalmaggiore Capo Erasmo Savino, militare malato a causa delle conseguenze patite in servizio.

Un ulteriore approfondimento della vicenda ci sarà domani, alle ore 13 su Radio Rai 2, dove Vittoria Iacovella sarà ospite della trasmissione di Barbara Palombelli “28 minuti”.

Il Senatore Giacinto Russo (API) si è recato oggi a casa del Caporale Savino e, oltre a rendere visita al militare, si è fatto consegnare copia delle sue schede vaccinali.

Il Senatore Giuseppe Caforio (IDV) ha invece annunciato la presentazione, per domani mattina, di un’interrogazione parlamentare rivolta al Ministro della Difesa per conoscere le cause del ritardo con cui si sta procedendo ad evadere le richieste del militare.

Vaccinazioni sbagliate e fatte male dietro i tumori dei soldati italiani

La commissione uranio ha trovato una nuova probabile causa dell’elevato numero di neoplasie registrate tra i nostri militari. L’audizione di un giovane caporal maggiore gravemente malato davanti ai senatori commossi. L’esperto: “Non sono sbagliati i protocolli, ma le modalità, i tempi e i controlli sulle somministrazioni”. Dati impressionanti, ma l’esercito non riconosce il nesso causale.

Il caporal maggiore Erasmo Savino ha 31 anni, ha un cancro in fase avanzata, ma il 3 ottobre scorso si è alzato dal letto e non ha fatto la chemioterapia. Occhiaie profonde e fasciatura al braccio. E’ seduto davanti al computer, emozionato e teso, collegato in videoconferenza col Senato della Repubblica. Col suo accento campano racconta alla Commissione parlamentare d’inchiesta per l’uranio impoverito di aver lavorato per 13 anni come maggiore dell’esercito. Spiega che adesso lotta contro un tumore maligno e afferma di averlo sviluppato a causa di un mix di vaccini fatti in poco tempo seguiti dall’esposizione all’uranio impoverito in Kosovo.

Parla lentamente per non sbagliare nessun dettaglio, accompagnato da un foglio scritto. Poi, davanti alle domande dei senatori, si lascia andare a una testimonianza più personale e drammatica: “Forse sono arrivato alla fine della mia vita… Certo sono un soldato, continuo a combattere, ma sono stato abbandonato dallo Stato”. L’aula è ammutolita alcuni senatori sono visibilmente commossi. L’avvocato di Savino, Giorgio Carta, descrive le motivazioni scientifiche che portano a ritenere che ci sia collegamento tra i vaccini cui è stato sottoposto il giovane e il cancro che l’ha colpito. Non è il solo, molti sono già scomparsi, altri giacciono in un letto. Tutti giovani. Centinaia almeno, ma non è possibile avere dati certi… Anche perché, per il Ministero della Difesa questi casi non esistono, non sono collegati al lavoro.

Attorno al tavolo della commissione volti tirati e occhi lucidi. Il Senatore Giacinto Russo afferra il cellulare, scrive un sms al figlio militare che si trova in Afghanistan chiedendogli se anche lui ha fatto tutti quei vaccini in poco tempo. Arriva la risposta, il Senatore si porta le mani al viso. La risposta è un “sì”. La seduta continua in apnea, si parla di un Paese in cui si è costretti a scegliere tra salute e lavoro, qualcuno dice “come a Taranto”. Questi ragazzi sono precari, negare il consenso ai vaccini significa smettere di lavorare. Il senatore Gian Piero Scanu non riesce a finire il suo intervento, gli manca la voce, si piega su se stesso commosso.

Insomma, la commissione sull’uranio, dopo anni di stasi, ora ha trovato una nuova importante traccia da battere e gli studi scientifici in merito sembrano parlare chiaro. Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire ragazzi sanissimi, a tal punto da aprire la porta a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.

L’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema è che non serve arrivare in Kosovo: la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario impazzito a causa dei vaccini. Come accadde a Francesco Rinaldelli, alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore. Qualche numero negli anni però è venuto fuori.

Nel 2007, il Ministro della Difesa Arturo Parisi, riferì alla Commissione: “I militari che hanno contratto malattie tumorali, che risultano essere stati impiegati all’estero nel periodo 1996-2006 sono 255. Quelli che si sono ammalati pur non avendo partecipato a missioni internazionali sono 1427”.  Nel 2012 Il Colonnello Biselli, dell’Osservatorio epidemiologico della difesa, diede cifre raddoppiate: 698 malati che erano stati inviati all’estero e 3063 che avevano lavorato in Italia, 479 erano deceduti.

Lo Stato non riconosce quasi mai, però, a chi ha indossato la divisa, il riconoscimento né il risarcimento per le malattie contratte. Spesso viene negato che si tratti di cause di servizio. Così è in atto quasi una guerra fra vittime, tra chi vorrebbe essere risarcito per il danno da uranio impoverito e chi per quello causato da vaccini. “Al Ministero della Difesa conviene sostenere la causa dell’uranio impoverito perché questo è stato usato dall’esercito statunitense, non da quello italiano, quindi i nostri vertici non ne avrebbero colpa, mentre, ammettere che i danni derivano dalle modalità con cui vengono vaccinati i militari, significherebbe riconoscere una colpa interna, senza contare poi gli interessi milionari delle cause farmaceutiche” sostiene Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi morto dopo essersi ammalato di linfoma di Hodgkin. Aveva ricevuto una dose tripla di Neotyf, un vaccino anti-tifo che poco dopo fu ritirato dal commercio. In molte schede dei militari ammalati si trovano vaccinazioni a brevissima distanza (anche nello stesso giorno) per la stessa malattia o somministrazione di preparati poi ritirati dal commercio. Non solo, secondo i parenti di vittime come Francesco Finessi, David Gomiero e Francesco Rinaldelli, i libretti vaccinali dei loro ragazzi, ottenuti dopo lunghe insistenze, riporterebbero anche visite mediche mai effettuate.

“Questo accade perché si cerca di far tutto velocemente  –  spiega Andrea Rinaldelli, padre di Francesco, morto nel 2008  –  ad esempio, se devono partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non partire”. Così in alcuni distretti, fortunatamente non in tutti, i militari vengono vaccinati in serie quasi senza nessun controllo,  senza andare troppo per il sottile: “Sono come prodotti di una catena di montaggio: stessa procedura per tutti e se qualcuno esce ammaccato, basta buttarlo via”.

Il Ministero della Difesa sostiene da sempre di rispettare tutte le cautele necessarie, e che i ragazzi si sono ammalati per cause estranee al lavoro. Alle nostre domande, nessuno risponde, ci invitano a metterle per iscritto, ma ci fanno capire che ci vorranno mesi per avere una risposta. Un esame di coscienza però qualcuno se lo sarà fatto, se il protocollo vaccinazioni del 2003 era di appena tre pagine e quello del 2008 è arrivato a più di 200 e se alcuni documenti riservati trapelati, contengono la lista completa dei casi di militari ammalati dopo pratiche poco chiare di vaccinazioni.

“Il protocollo è scientificamente inattaccabile – sostiene il Prof di oncologia Franco Nobile considerato fra i massimi luminari della materia – il problema è che non viene rispettato. Per praticità e velocità si fanno vaccinazioni a tappeto uguali per tutti, senza controllare se qualcuno l’ha già fatta, se qualcun’altro non è in perfette condizioni di salute o ha ricevuto altre vaccinazioni pochi giorni prima. C’è superficialità, poca cura, non vengono considerate le conseguenze, spesso sono gli infermieri e non i medici a fare i vaccini”.

I genitori di molte vittime, come Francesco Rinardelli,  dimostrano che i figli erano stati vaccinati senza anamnesi, come sempre accade, ovvero senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate visite mediche mai effettuate.

L’avvocato Giorgio Carta difende molti militari colpiti da tumore per esposizione a uranio o vaccini e sostiene: “la ricerca della verità è resa difficile da numerosi fattori e dalla scarsa trasparenza, inoltre i medici sono ufficiali, quindi superiori gerarchici, che non impartiscono cure, ma ordini militari ai sottoposti”. Rifiutarsi o fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere, come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

A chi indossa la divisa non resta che sperare di essere fortunati, trovarsi davanti a un medico attento a rispettare i protocolli oppure che il mix di fretta, vaccini e sostanze ambientali tossiche, armi e prodotti chimici non abbia le conseguenze temute. Una roulette russa in cui si vince un lavoro o si perde la vita.

“Mio marito disobbediente e incriminato solo per aver osato chiedere spiegazioni”

Parla la moglie del maresciallo dell’Aeronautica Luigi Sanna. “Si è limitato a pretendere una serie di spiegazioni su efficacia, sicurezza e sul perché si facessero vaccinazioni plurime e ravvicinate. Erano otto in 28 giorni”. Per tutta risposta, pur avendo poi accettato di vaccinarsi, è stato denunciato e rischia un anno di carcere
Quando il maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna, di Cagliari, ha deciso di chiedere che non gli fossero fatti i vaccini imposti se non dopo aver ricevuto le giuste informazioni, non immaginava neanche di sollevare un polverone nazionale, rischiare il carcere, entrare a far parte della storia della sanità militare. Quando si ha una famiglia, la salute non è più un bene soltanto personale. Così Sanna, mentre si documentava e scopriva quante vittime avevano mietuto quei vaccini, ne parlava preoccupato con sua moglie, Gabriella Casula, avvocato, conosciuta sui banchi di scuola. Già dieci anni prima avevano deciso di prestare particolare attenzione alla scelta dei vaccini fatti alla loro bambina. Ora che il dilemma si riproponeva, però, la posta in gioco era diversa, i vaccini di più, i rischi alla salute più alti e quelli di buttare all’aria 25 anni di carriera, altissimi. “Ma la salute non si negozia e mio marito ha fatto una cosa sacrosanta, ha chiesto di essere informato prima delle vaccinazioni, sapere a cosa andava incontro, se erano realmente tutti necessari, se fosse possibile farli dilazionati nel tempo e non tutti insieme. Non sapevamo neanche che fosse il primo in vent’anni a fare una richiesta del genere”.

Signora Casula, perché suo marito temeva di fare quei vaccini? Perché ha chiesto che prima che gli fossero somministrati si rispondesse alle sue domande?
“Siamo persone che si documentano, leggono, si informano. Avevamo saputo dei casi drammatici e degli studi scientifici in corso sui danni provocati dai vaccini. Mio marito è molto attento a queste cose. Il rischio per la salute è altissimo, soprattutto se non vengono rispettate le profilassi, possono svilupparsi tumori, leucemie, malattie autoimmuni, sterilità. Quando si ammala una persona è come se si ammalasse tutta la famiglia. Lui è padre e marito, ha pensato anche alla responsabilità che aveva verso di noi”.

Sapeva a cosa andava incontro legalmente?
“Sì, più o meno, fra l’altro io sono avvocato, lo sapevamo. Certo non immaginavamo arrivassero addirittura a denunciarlo per disobbedienza. Disobbedienza continuata perché ha fatto due volte le domande, per iscritto, visto che non aveva ricevuto risposta. Dopo 25 anni di servizio rischia ora, oltre le sanzioni disciplinari che però non sono ancora state messe in atto, un anno di carcere. Mi sembra assurdo, se dovessero denunciare tutti i militari che chiedono spiegazioni sarebbe gravissimo. Fra l’altro, dopo le risposte, anche se parziali e non soddisfacenti, mio marito ha fatto i vaccini, non era contrario al farli, voleva sapere cosa gli veniva iniettato”.

In giudizio lo difenderà Lei?
“No, io, per mia scelta professionale, non patrocinio cause né a favore nè contro i militari. In questo caso giudiziario difendo l’uomo, ottimo marito e ottimo padre, la difesa del militare la lascio al mio valido collega avvocato Giorgio Carta. In ogni caso non credo sia giusto che si pensi che soltanto persone come mio marito, con una certa cultura, con una moglie avvocato, possano permettersi di rischiare chiedendo le informazioni e le tutele che gli sono dovute. E’ un diritto di tutti”.

A quanto pare suo marito è stato il primo a imporre di essere veramente informato prima di dare il consenso. Secondo Lei come mai gli altri non fanno domande?
“E’ difficile la loro posizione. Sono persone come le altre, con paure e rischi altissimi, magari famiglie, figli, ma portano la divisa. Questo spesso comporta che da loro si pretenda un’obbedienza senza remore. Molti, penso a tanti giovani, non sanno neanche cosa rischiano, non sono informati, dovrebbe essere lo Stato stesso a tutelarli ma a quanto pare non lo fa”.

Di preciso cosa ha chiesto Suo marito per farli tanto arrabbiare?
“Ha chiesto che gli si documentasse se i vaccini sono efficaci e sicuri e perché si fanno vaccini plurimi e ravvicinati se è dimostrato che è pericoloso.
Ha chiesto del progetto Signum (studio scientifico seguito da quattro università sui danni da vaccini ai militari, improvvisamente accantonato in modo poco chiaro). Si è dichiarato disponibile a fare i vaccini dopo essere stato informato e, visto che non c’era impellenza, a farli dilazionati nel tempo. Abbiamo scoperto che prima ancora che il quesito fosse inoltrato allo Stato Maggiore della Difesa lui era già stato denunciato penalmente.

Loro cosa hanno risposto alle domande?
“Non abbiamo ragioni per ritenere che non siano sicuri”.

Come funzionava la profilassi che gli era stata imposta?
“Gli dissero che in soli 28 giorni si potevano fare, come da protocollo, i seguenti vaccini e richiami: antitifo, antimeningite, atiepatite A , antiepatite B, antinfluenzale, antitetano, atidiferite, antipolio. Questi nei giorni prima della partenza, successivamente, in teatro operativo anche la profilassi antimalarica. Lui rimase perplesso in quanto dalla relazione Signum, sempre in quei giorni, era emerso che 5 o più vaccini potevano provocare un danno ossidativo con conseguenze gravissime. Ora mi domando a questi militari sono stati eseguiti i test anticorporali, per valutare l’utilità o meno del vaccino? Tutti sono indistintamente in grado di reggere questi stress vaccinali? A questa domanda cercano di rispondere gli esperti e nel frattempo il principio di precauzione è doveroso.

Si è parlato di Suo marito anche in senato, alla commissione d’inchiesta per l’uranio impoverito. Ora questa è la vostra battaglia, immaginavate di diventare un caso nazionale?
“Assolutamente no. Fra l’altro questa è stata una decisione presa nell’intimità di casa nostra. Qualcosa che non abbiamo condiviso con nessuno. Pensi che non avevamo detto della questione neanche a nostra figlia, ad amici e parenti. Noi non siamo nessuno per dire se il vaccino sia una scelta giusta o meno. Abbiamo solo chiesto trasparenza. Mio marito ha detto, giustamente, che valeva la pena farlo quando era in salute, non dopo essersi ammalato, prendersi poi il carico di dimostrare come si è contratta quella malattia, essere costretti a umiliarsi, a elemosinare riconoscimento e risarcimento”.

“I nostri figli ipervaccinati e indeboliti mandati in giro a prendersi il cancro”

Francesco Rinaldelli, alpino, 26 anni, è morto di cancro nel 2008. Era stato sottoposto a una serie di pesanti vaccinazioni, poi l’avevano inviato a Porto Marghera a respirare diossina. Il padre, da allora, raccoglie prove di quello che chiama “uno sterminio”. Sarebbero 3.500 i militari monitorati: “Ci sono liste segrete che non vogliono mostrarci”. La sua audizione in Senato.
Francesco Rinaldelli, di Potenza Picena in provincia di Macerata, era un alpino. Nel 2008, quando aveva solo 26 anni, è morto stroncato dal cancro. Analisi scientifiche hanno dimostrato che era stato sottoposto a una massiccia serie di vaccini carichi di metalli come mercurio e alluminio che lo avrebbero indebolito. Poco tempo dopo il giovane venne inviato a Porto Marghera nel periodo di maggiore emissione di diossina. Questo concomitanza di cause avrebbe causato il linfoma.

Il padre, Andrea, da allora raccoglie documenti e dati per salvare quelli che sono ancora vivi, dice: “Noi parenti ci ritroviamo a tirare pugni nel buio”. Il Ministero della Difesa è barricato nel silenzio. Rinaldelli, assieme ai genitori di altre giovani vittime, si è rivolto alla procura di Roma che ha aperto un’inchiesta penale. Ma la giustizia è lenta e il cancro veloce. Molti ragazzi si sono spenti prima che venisse alla luce la verità.

La commissione parlamentare per l’uranio impoverito è sempre più orientata sull’analisi dei danni da vaccini. Durante l’ultima audizione, lei ha chiesto di far luce sulla libertà dei militari di sottoporsi a vaccinazioni. Questo consenso è reale o no?
“Assolutamente no. È ridicolo, formalmente ti presentano un documento da firmare in cui puoi scegliere o meno se vaccinarti. Se dici no, però, vieni processato e perdi il lavoro. Inoltre nessuno viene realmente informato delle controindicazioni legate ai vaccini ed abbiamo le prove che non vengano rispettati i protocolli indicati dalle case farmaceutiche. I militari sono bombardati con molti vaccini fatti a pochissimi giorni di distanza. Non viene preventivamente controllato il loro stato di salute come dovrebbe essere fatto e spesso, come è successo a mio figlio, subito dopo vengono inviati in zone contaminate o rischiose. Con bassissime difese immunitarie sono esposti al rischio di sviluppare cancro e leucemie. A questi ragazzi sono state fatte cose che non si vedevano neanche ai tempi del Terzo Reich. Le direttive sulla carta magari sono corrette, il problema è che consapevolmente non vengono rispettate e i nostri figli muoiono. Però per la prima volta vedo la commisisone parlamentare lavorare davvero per un risultato. Quelli che vi siedono si sono spogliati della veste di senatori e sono tornati a guardare le cose come genitori e cittadini”.

Cosa è successo a Porto Marghera?
“Mio figlio era stato da poco sottoposto a una lunga serie di vaccini. In seguito, con una serie di analisi abbiamo scoperto che i livelli di mercurio e alluminio nel suo sangue erano elevatissimi. Il suo sistema immunitario era fuori gioco, completamente impazzito, non in grado di reagire alle aggresisoni esterne. Mentre Francesco era in servizio a porto Marghera stavano dismettendo sostanze tossiche, per giorni respirò diossina. Così si è ammalato di linfoma. Ha scoperto un bozzo sulla spalla e lì sono inziati quattro anni di un terribile calvario. Vaccinare questi ragazzi senza considerare dove verranno mandati subito dopo è un comportamento criminale, per questo li abbiamo denunciati. Avevano nelle mani i nostri figli, la Difesa li ha usati come cose, senza pensare che fossero persone con un cuore che batte”.

Quanti sono quelli nella condizione di Suo figlio?
“È uno sterminio. Sono 3.500 i militari ammalati oggi monitorati, ma in realtà la cifra è più alta perché ci sono anche tutti quelli che si sono ammalati dopo aver dismesso la divisa. La cosa più grave è che il Ministero della Difesa tace. Perché non tira fuori nomi, dati numeri? Così anche il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità non hanno fatto nulla, nè approfondito. Avrebbero dovuto pretendere dalla Difesa i dati. Si pensa che possiamo noi cittadini, familiari delle vittime, da soli chiedere all’omicida se ci dà la pistola con cui ha ucciso. I carabinieri dovrebbero entrare nel Ministero e portare via i registri che contengono tutti i dati che riguardano i nostri fgli. Perché in realtà questi registri ci sono. Non è vero che non li hanno monitorati, i ragazzi vittime delle loro procedure sono tutti inseriti in una lista e io ho avuto uno di questi incartamenti che lo dimostrano. È un documento riservato, interno, con i dati e la casistica di 18 militari, fra questi c’è il nome di mio figlio. Non possono limitarsi a dire che hanno rispettato i protocolli, devono dirci cosa è successo davvero, e se qualcosa è andato storto per colpa di chi. La verità è che sul banco degli imputati ci sarebbero pezzi troppo grossi”.

Cos’era il progetto Signum?
“Era uno studio nato per cercare di capire se alcune malattie dei militari andati in Iraq fossero riconducibili all’uranio impoverito ma videro che la presenza di questo era quasi impercettibile. Invece si aprì una nuova traccia: si scoprì che dopo 5 vaccinazioni a volte si sviluppavano ossidazioni cellulari che portavano a tumori. Signum era un progetto grande, coinvolgeva quattro università, stava arrivando a conclusioni scientificamente importanti ma ad un tratto, di punto in bianco è stato accantonato. Forse questo studio ha fatto paura a qualcuno e si è fatto in modo che non andasse oltre. Così noi parenti delle vittime ci ritroviamo a tirare pugni nel buio. Io sono stanco, stanco anche di rabbia e rancore. Mio padre, il nonno alpino che ispirò mio figlio, ha fatto nove anni di guerra, ha creduto in questa Repubblica, e ora io da questa voglio risposte”.

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