L’ingiustizia di Nassiriya tra medaglie e trucchetti

nassyria_2Alte onorificenze ai responsabili della base italiana in Iraq mentre i soldati morti e feriti non hanno ricevuto giustizia. Roma, 2 nov (di Chiara Paolin) La tragedia di Nassiriya apre una ferita sempre nuova quando a parlarne è una delle vittime. Una di quelle che alla paura, al dolore fisico, alla vita sconvolta, deve aggiungere il disagio di vedere lo Stato che elogia chi quel 12 novembre 2003 aveva la responsabilità del campo mentre i militari che lì hanno perso la vita (o la serenità) si ritrovano nove anni dopo cooptati nel ruolo di comparse inutili, di soggetti senza tutela a margine di un rito istituzionale.

Lettera a Napolitano: non verrò al Quirinale

CARO PRESIDENTE, ricevo con piacere e grande meraviglia l’invito per la cerimonia del 4 Novembre a Roma. Dopo il lungo silenzio di questi nove anni in cui lo Stato ha nascosto nell’oblio più profondo la memoria di quello che è stato per noi l’Iraq ho provato un briciolo di speranza nel credere che finalmente ci fosse la volontà seria e ferma di restituire la dovuta dignità a questa scomoda pagina. Ma così non è. Ho il dovere civico quindi diniegare il Suo invito a cui rispondo che con piacere sono disposto ad incontrarLa in altro momento e in forma privata. Credo che non sia corretto chiedermi di presenziare ad una cerimonia in cui l’ambiguità e ambivalenza della Politica e dello Stato da Lei rappresentato si consuma in forma pubblica per legittimare l’ulteriore ingiustizia cui mi si vuole sottoporre: non solo non c’è alcuna reale onoreficenza per coloro che quel giorno persero la vita o rimasero, come me, gravemente feriti ed allora ufficialmente promesse in ogni sede istituzionale; peggio ancora mi si chiede di presenziare, legittimandola, la consegna delle più alte onorificenze militari ai vertici militari e tra questi proprio a quei vertici indagati, condannati e poi assolti senza formula piena (i procedimenti sono ancora in corso). Mi viene in mente solo una parola: vergogna! Che tuttavia non faccio ricadere sulla sua persona ma proprio su quei meccanismi populistici politici e cerimoniali di cui il Paese tutto è stanco.

C’era anche il maresciallo Riccardo Saccotelli quella mattina nel campo base quando il camion esplose. Le ossa gli si spezzarono, le orecchie rimasero sorde, ma non poteva immaginare che un giorno così drammatico sarebbe diventato per lui il distacco totale dalla sua passione professionale, civile, e civica. Qualche settimana fa Saccotelli ha ricevuto un’invito: cerimonia per l’Unità Nazionale il 4 novembre al Quirinale. Ma a quella lettera ha risposto con un messaggio in cui spiega al presidente Napolitano perchè non ci sarà: la vedete qui a fianco. Spiega, il maresciallo, che non vuole esserci quando gli uomini che hanno comandato la missione vengono premiati con le massime onorificienze senza che si sia potuto stabilire chi ha avuto la responsabilità della strage.

In primo grado due generali, Georg Di Pauli e Bruno Stano, vennero condannati per aver disatteso al dovere di proteggere i loro soldati. In secondo grado invece arrivarono le assoluzioni, anche se la Cassazione spiegò che i colonnelli rimanevano responsabili per i danni civili dato che le difese passive erano “colpevolmente inadeguate” e “colpevolmente non innalzate in presenza di un pericolo così alto e così prossimo”. Per ridurre il rischio bastavano “semplici prudenze” quali “bastioni più alti e riempiti con sabbia” (anziché con ghiaia che colpì le vittime), percorsi a serpentina, un’area di protezione e posti di blocco, la chiusura del ponte che portava alla base. Se queste cautele fossero state adottate, secondo la Cassazione “avrebbero sicuramente ridotto il rischio in sé o ridotto gli esiti del danno perché il camion-bomba sarebbe stato costretto a fermarsi. L’impiego di un secondo attentatore, oltre il necessario autista del camion, fu previsto dai terroristi in funzione di mitragliatore perché era evidente che unico ostacolo poteva essere solo il carabiniere della postazione “facocero”, altrimenti la via era libera fino alla palazzina”.

Il fatto è che il colonnello Stano, già Capo dipartimento del personale dell’Esercito, è appena stato promosso Generale di Corpo D’Armata. Mentre Di Pauli ha ottenuto l’onorificienza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Per i caduti di Nassiriya invece c’è stata la Croce d’onore , un premio inventato nel 2001 sotto il governo Berlusconi giusto per regalare a tutti una croce massiccia in oro. Allora l’Iraq non era ufficialmente guerra, nessuno poteva omaggiare i morti come valorosi figli sul fronte della Patria. Ora i riconoscimenti vanno ai generali, e il maresciallo Saccotelli resta a casa. (Il Fatto Quotidiano)

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