Il “parbuckling” della Costa Concordia e il precedente italiano nel 1923

corazzata-Leonardo-da-vinciRoma, 17 set – Prime pagine di giornali e dirette live no stop stanno documentando il recupero del relitto della “Costa Concordia”, mediante l’uso di una tecnica chiamata “parbuckling”; in pratica il recupero navale che indica una particolare tecnica di rotazione dello scafo.

Pochi però sanno che il precedente è sempre “made in Italy”. Il 2 agosto 1916 infatti, a seguito di un’esplosione, affondò in porto la corazzata dreadnoughtLeonardo da Vinci“. Le cause dell’esplosione vennero attribuite ad un sabotaggio austriaco.

Dopo l’esplosione fu ordinato l’allagamento dei depositi poppieri di munizioni, ma una violenta fiammata tra le due torri (poppiere) da 305 costrinse i marinai ad allontanarsi, mentre il comandante e gli ufficiali tentavano vani e disperati provvedimenti. Le esplosioni soffocate e distanti si fecero ravvicinate e potenti. Le piastre del ponte si schiodavano mentre la fiammata risaliva il pozzo dell’ascensore delle munizioni con una pressione incredibile. Alle 23:22 l’esplosione. Fiamme altissime illuminavano la notte mentre i marinai al lavoro venivano inghiottiti nelle voragini. Alle 23:45 la corazzata si capovolgeva. Perirono il comandante Sommi Picenardi, altri 20 ufficiali e 227 uomini dell’equipaggio.

L’11 agosto il Ministro della Marina nomina una commissione affinchè sia studiata la possibilità di recuperare la nave, anche in condizioni di efficienza ridotta. Dopo un lungo e attento esame viene scelto il progetto del Tenente Generate del Genio Navale, Edgardo Ferrati, che consiste nel “sollevamento della nave con aria compressa prima ed elementi di bacino galleggianti poi e suo capovolgimento mediante allagamenti eccentrici”.

I lavori, diretti dall’ing. Armando Andri, iniziano nel mese di dicembre. Il lavoro subacqueo che caratterizza questa prima fase è lungo e duro. I palombari disponibili non bastano: si scelgono e si addestrano giovani volontari.

corazzata-Leonardo-da-vinci-1La Leoonardo da Vinci entra in bacinoCon le prime due campane di equilibrio si manda aria nella nave e si riesce, in alcuni locali, ad abbassare il livello dell’acqua. Si recuperano circa 700 tonnellate di munizioni e si tamponano le falle con strutture metalliche. Cambia ad un certo punto il programma: si era deciso per la costruzione di un bacino galleggiante ma le esigenze di guerra rendono impossibile l’approvvigionamento del materiate; si decide quindi, ed è decisione audacissima, di portare nel bacino in muratura la nave galleggiante pur se ancora capovolta. La nave viene alleggerita ulteriormente liberandola delle cinque torri corazzate e dalle altre sporgenze: alberi, fumaioli e torre di comando. Il 17 settembre 1919 il convoglio, “nave capovolta – cilindri di spinta – pontoni”, trainato da quattro rimorchiatori percorre un canale appositamente scavato nel Mar Piccolo, lungo due chilometri e mezzo e largo 45 metri.

Il giorno successivo, lentamente, entra nel bacino. L’impresa straordinaria ha impegnato per 30 mesi una media di 150 operatori tecnici militari e civili ed è costata un milione di lire e purtroppo la vita di un palombaro. Prima di iniziare i lavori di carpenteria, dai compartimenti della nave, si recuperano i resti mortali delle vittime rimaste intrappolate nella nave. I lavori all’interno della nave durano fino al gennaio del 1921. Il 22 gennaio la nave capovolta viene rimorchiata in un punto nel Mar Piccolo in cui è stata scavata una fossa. Il convoglio si ferma, è un momento di grande emozione per tutti. Millecinquecento tonnellate di catene ed oltre 800 tonnellate di acqua sono stati collocati sul suo lato destro; arriva l’ordine e inizia il capovolgimento: a mezzogiorno del 24 la nave gira su se stessa nel senso dell’asse longitudinale, oscilla un istante, e la dreadnought è di nuovo dritta.

Durante le operazioni di recupero, il 5 agosto 1919 venne ritrovato da un palombaro il cofano contenente la bandiera di combattimento dell’Unità. La bandiera era un poco stinta e presentava qualche lacerazione, ma complessivamente era ancora in buono stato. Il cofano e la bandiera sono conservati a Roma al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano.

Il progetto della sua riparazione completa venne però abbandonato e l’Unità venne venduta per la demolizione il 26 maggio 1923.

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