I militari italiani e le mine afgane: ritorno dal mondo in frantumi

lince-danneggiatoHerat – (di Barbara Schiavulli)  Sai che può succedere. Eppure non ci credi. Sai di essere preparato al massimo delle tue capacità, ma non sai come ti comporterai fino a che non accade. Non sai dei sogni che renderanno insonni le tue notti, delle domande difficili che ti agiteranno nella testa e chiedono risposte. E poi c’è quella paura. Quella di chi sa cosa si prova. Il maresciallo di 3ª classe Stefano Cecere, 27 anni di Melito di Napoli, il sergente Andrea di Bello, 29 anni della provincia di Brindisi e il primo aviere capo scelto Vincenzo Carolla, 29 anni di Nola, hanno vissuto l’incubo di ogni militare che mette il naso fuori dalla base. Dal 1° aprile nella regione sotto il comando del contingente italiano fino al 30 settembre sono stati rinvenuti 158 ordigni mentre 137 sono esplosi.

Cecere, Di Bello e Carolla facevano quello che ogni giorno molti fanno in Afghanistan, stavano su un blindato Lince, primo mezzo di tre quando una mina è esplosa.

Un mese dopo, sono seduti in una stanza della sede dei Fucilieri dell’Aria dell’Aeronautica ai quali appartengono, barbe lunghe, sventagliate di sguardi e quelle parole che devono aver pronunciato tante volte in queste settimane, un po’ per liberarsene, un po’ per farsene una ragione. Come se non bastasse, tre giorni prima proprio loro avevano soccorso, i colleghi deceduti in un incidente stradale durante una pattuglia.

Il 26 settembre la strada sterrata era libera. Rientravano da un pattugliamento. Hanno costeggiato un muro. Più avanti un’apertura. Non sapevano che dietro, lo appureranno dopo i rilevamenti, erano attesi. “La tensione ti tiene allerta”, convengono di Bella che stava in ralla alle mitragliatrici e Carolla che era alla guida. Mancava poco alla base.

I fucilieri sono, tra i vari incarichi, responsabili della sicurezza del perimetro della base che ha un raggio di 10 chilometri. L’ordigno era sistemato nel centro della strada sterrata, legato a un filo che correva per 40 metri, al di là di un muro collegato a una batteria. È bastato collegare i cavi e un tuono ha colpito la parte anteriore del Lince e fermato il mondo di Cecere, di Bello e Carolla. Un velo di disagio al ricordo sembra attraversari. “Ho sentito il rumore, poi un sibilo forte. Mi sono sentito sbalzare, la prima cosa che ho pensato è stata: sta succedendo veramente a me? Ma è quando realizzi che sei vivo che diventa difficile perché devi reagire, perché non sai se ci sono militanti pronti ad ingaggiare il fuoco. Non vedevo niente per la polvere. Poi, in testa mi sono apparse tutte le giornate di addestramento”, dice Di Bello che ha avuto bisogno di pensare per sapere cosa fare. Corse verso l’apertura nel muro per controllare che non ci fosse nessuno. Contemporaneamente gli altri due lottavano per uscire dal mezzo assicurando via radio che stavano bene. “Lo scoppio ha rallentato tutto, un attimo prima stavo guardando la strada, poi ho visto in bianco e in nero, protetto dalle cinture, il mezzo si è impennato e ho urlato dalla paura”. Cecere ha subito una slogatura della mascella per l’urlo che ha lanciato, ma poi ha controllato subito che mani e piedi fossero al loro posto. Incredibilmente erano tutti solo contusi. I mezzi rimasti indietro già comunicavano con la base. Non essendo gravemente feriti sono rimasti a proteggere il mezzo che non poteva essere abbandonato. Rientrati a camp Arena sono stati visitati: “Nella doccia mi sono lasciato andare, l’adrenalina è scomparsa e ho cominciato a realizzare”, spiega uno. Per tutti 8 giorni di riposo, ma nessun rientro in Italia. “Siamo un gruppo, siamo una famiglia e si affronta tutto insieme”, spiega il comandante Pietro Cavallone. Sedute psicologiche e serate tutte insieme a parlare. Dieci giorni dopo sono risaliti su un Lince e dopo 4 settimane lavorano di nuovo regolarmente, anche se ancora due di loro non hanno detto niente alle famiglie per non preoccuparli.

“Non è stato facile tornare al lavoro”, ammettono, “non siamo eroi, e in queste situazioni ti chiedi se questo mestiere fa per te. Se rispondi sì, riparti”. (Il Fatto Quotidiano)

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