Difesa: l’audizione integrale del ministro al Senato. ARQ per i Sottufficiali

di-paola-conferenza-stampaRoma, 18 feb – A beneficio di coloro che desiderano leggere il testo integrale dell’audizione del Ministro della Difesa daventi le Commissioni congiunte della Difesa, si riporta qui di seguito. Da rilevare, come aveva correttamente anticipato GrNet.it, il riferimento alla ARQ (Ausiliaria per Riduzione Quadri) anche per i Sottufficiali.

Audizione del Ministro della Difesa
Senato della Repubblica – 15 febbraio 2012

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati,

sono qui oggi ad illustrare gli orientamenti  del Governo per la ristrutturazione dello Strumento Militare; proposta alla quale avevo fatto cenno nella seduta congiunta dello scorso primo dicembre.

E’ un impegno,quello del confronto col Parlamento,che avverto fortemente, perchè progetti di ristrutturazione di rilevante portata richiedono ampia condivisione. Questo è del resto il significato della risoluzione approvata recentemente dalla Commissione Difesa della Camera, che  ho condiviso, che impegna il governo a riferire in Parlamento sulle linee guida di revisione dello strumento militare, tenendo conto del ruolo consultivo del Consiglio Supremo di Difesa. La mia audizione di oggi,dopo la presentazione al Consiglio Supremo di Difesa ed al Governo risponde a questa esigenza e a questo impegno.

Signori Presidenti, Onorevoli Senatori e Deputati
Le tre linee tracciate dal governo basate su rigore, equità e crescita hanno permeato tutto il lavoro, dando vita a previsioni di provvedimenti graduati nel tempo per far fronte alla ineludibile realtà dell’austerità finanziaria  nonché alle  necessarie prospettive di sviluppo e modernizzazione della Difesa.

Illustrerò di seguito gli elementi essenziali della riforma elaborata  per mettervi al corrente dei cambiamenti che propongo di apportare alla struttura delle Forze Armate. Lo farò delineando, quello che è il quadro di riferimento geo-strategico nel quale ci troviamo ad operare, coniugandolo con il momento di eccezionale difficoltà finanziaria ed economica che stiamo attraversando. La situazione complessiva impone l’adozione di un complesso di misure rilevanti ed incisive anche nel settore della Difesa.

Il quadro geo-strategico si caratterizza per una elevata fluidità di molti fattori chiave; una fluidità che si traduce, in sostanza, in una elevata instabilità.

Il primo di tali fattori è rappresentato dal mutare degli equilibri politici ed economici globali, con l’ormai ben nota ascesa sulla scena globale di “nuove potenze”.

Il secondo fattore, che concorre all’instabilità globale, è rappresentato dall’emergere di nuovi rischi per la sicurezza degli Stati e del sistema internazionale nella sua globalità, tra i quali rammento il terrorismo internazionale, la crescente minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei loro vettori balistici, la libertà d’accesso alle risorse ed al loro libero commercio e la crescente rilevanza della sicurezza cibernetica.
 
Il terzo elemento che concorre all’instabilità è rappresentato dalla velocità del cambiamento, che talvolta fa assumere ai fenomeni caratteristiche più simili alla rivoluzione che alla trasformazione.

La regione Euro-Atlantica è oggi relativamente stabile, ma è circondata da una serie di instabilità presenti nell’area del mediterraneo e medio-orientale che in modo diretto e/o indiretto potranno vederci coinvolti, basti pensare che le “primavere arabe” sono iniziate a 45 minuti di volo da Roma ed hanno provocato per l’Italia un grosso afflusso migratorio, richiamando alla memoria gli eventi della crisi albanese del 1991 e successiva del 1997. Questa grande instabilità globale e regionale si sta sviluppando, inoltre in un  periodo di austerità fiscale per  tutti i paesi occidentali che li impegna ad avviare processi di modifica strutturale delle proprie organizzazioni di Sicurezza e Difesa e dei propri strumenti militari.

In particolare, è in corso negli Stati Uniti un ridimensionamento quantitativo delle Forze Armate nel momento in cui si va volgendo una maggiore attenzione gravitazionale verso quelle regioni del globo dove più a rischio sono diventati gli interessi strategici di Washington, quindi l’area dell’Asia e del Pacifico. L’Europa rimane partner strategico degli Stati Uniti nel quadro dell’Alleanza Transatlantica, ma – in estrema sintesi – gli Europei sono oggi invitati a fare di più, in particolare nell’area euro-mediterranea e medio-orientale. Diviene pertanto ineludibile il rafforzamento delle capacità militari europee e una maggior condivisione delle responsabilità e degli oneri fra le due sponde dell’Atlantico.

Le missioni internazionali  di recente presentate a queste Commissioni sotto l’egida ONU, UE e NATO sono il contributo sostanziale del nostro paese alla stabilità internazionale, un contributo essenziale alla politica estera ed al ruolo internazionale del nostro Paese, come autorevolmente dichiarato dal Presidente della Repubblica, dal Capo del governo e dal Ministro degli Esteri.

Esse rappresentano anche uno dei modi con cui contribuiamo ad assicurare la sicurezza e la difesa dell’Italia e degli Italiani. Perché oggi questa difesa la si garantisce non solo e non tanto alle frontiere, bensì  fuori di esse, a distanza, là dove i rischi e le minacce si manifestano e si alimentano.

Il quadro geo-strategico che ho tracciato è pienamente condiviso con i nostri alleati, sia in ambito atlantico sia dell’Unione Europea. E’ proprio da quel  quadro condiviso che discendono la pluralità di impegni che la Difesa ha assunto, impegni che L’Italia è chiamata a continuare ad onorare.

Lo scenario di riferimento per pianificare il futuro dello Strumento Militare è, quindi, quello  condiviso nel contesto del sistema dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica delle quali l’Italia fa parte e che come ci ricorda il Presidente della Repubblica rappresenta il nostro riferimento fondamentale.
Da questo scenario discende il requisito di un sistema militare nazionale che sia pienamente interoperabile ed integrabile con quello degli alleati, quindi tecnologicamente avanzato, che sia proiettabile là dove necessario, che sia sostenibile.

Questi sono i requisiti indispensabili per le nostre Forze armate e questi sono gli obiettivi che si intende perseguire in coerenza con il volume di risorse effettivamente disponibile.

L’ancoraggio del nostro strumento militare all’evoluzione euro-atlantica deve rappresentare la nostra Stella Polare. Se vogliamo costruire una più forte realtà europea di difesa e sicurezza e, quindi, contribuire ad una più solida realtà euro-atlantica, dobbiamo impostare con coraggio un’incisiva revisione del nostro strumento militare che lo renda:

  • coerente con l’evoluzione degli strumenti dei nostri più significativi alleati europei ed atlantici, cioè uno strumento interamente professionale, operativamente efficace con capacità operative proiettabili e sostenibili anche a distanza e tecnologicamente avanzate;
  • pienamente interoperabile ed integrabile con i nostri alleati europei ed atlantici più significativi;sostenibile nel tempo e compatibile con le risorse disponibili.

Solo in questo modo potremo concorrere a costruire un percorso di una più forte ed integrata identità europea di difesa e sicurezza ed un più solido rapporto transatlantico.

Venerdì scorso ad Helsinki, il presidente della Repubblica ha detto: “ Siamo stati concentrati sulla difesa dell’Euro mentre abbiamo bisogno di Europa in tutti i campi, anche in quello della politica Estera e di Sicurezza Comune.”

Questo bisogno d’Europa richiede iniziative e azioni concrete per crearne le condizioni.

Questo è ciò che la proposta di ristrutturazione delle Forze Armate si propone: essere in grado di esprimere le capacità operative che sono richieste ai suoi membri, in particolare a quelli maggiori dell’Unione Europea e della NATO; queste capacità operative sono di elevato livello qualitativo e tecnologico e non possono essere schiave delle dimensioni dello strumento; al contrario il dimensionamento dello Strumento che è legato alle risorse disponibili, deve essere funzionale alle capacità operative esprimibili e sostenibili.

In questo quadro e a fronte di queste esigenze, qual è la situazione del nostro Strumento Militare oggi ed in prospettiva?

E’ uno Strumento composto tutto da volontari (definito così per legge all’inizio degli anni 2000), come quello di tutti i nostri alleati euro-atlantici ma, sovradimensionato rispetto alle risorse disponibili ieri, oggi ed in prospettiva e, quindi, se non si intervenisse, destinato a perdere rapidamente l’efficacia operativa a causa del suo sbilanciamento. Nel periodo 2004-2012 il PIL italiano è cresciuto in termini monetari del 15% (da 1.391 miliardi di Euro a 1.622 miliardi di Euro). Le risorse di bilancio destinate alla Funzione Difesa sono passate nello stesso periodo dall’1,01% del PIL del 2004 allo 0,84% del PIL del 2012 con una riduzione del 16%. Ciò significa che in termini monetari  l’incidenza della  Funzione Difesa è diminuita in 8 anni di oltre il 30%. Anche il valore della Funzione Difesa in termini reali è diminuito significativamente. Infatti al calo monetario del 4% dal 2004 al 2012 (da 14,1 MLD a 13,6 MLD) va aggiunta la perdita del potere d’acquisto dovuta all’inflazione, che nel settore delle spese militari per il periodo 2004-2012 può essere stimata intorno al 20/25% quindi una diminuzione in termini reali della funzione difesa del 25/30%.

I dati più recenti (12 gennaio 2012) elaborati dalla European Defence Agency (EDA), una agenzia europea terza ed indipendente, relativi alle spese per la difesa di tutti i paesi Europei riferiti al bilancio 2010, ci dicono che la media europea dei bilanci per la difesa, come percentuale del PIL, è di 1,61%. Il dato italiano della Funzione Difesa nel 2010 era 0,9% (percentuale tra le più basse in assoluto). La media europea della spesa del personale rispetto al totale della spesa per la difesa è del 51%; per l’Italia siamo oggi al 70%. La media europea della spesa di investimento per singolo militare è di 26.458 Euro; per l’Italia, invece, è di 16.424 Euro.

Inoltre a seguito della legge di stabilità 2011, la funzione Difesa ha subito una ulteriore riduzione netta di 1,5 miliardi di euro nel 2012 e complessivamente di 3 miliardi nel triennio 2012-2014.

Anche considerando il contributo del MISE (1300 milioni di Euro)  il dato italiano della Funzione Difesa nel 2012 non cambia significativamente, risultando pari allo 0.92% del PIL, comunque molto al di sotto della media europea.

La conclusione di tutto quanto finora detto è di tutta evidenza: siamo uno strumento “manpower-intensive” e sottocapitalizzato.

Qualsiasi struttura organizzata in queste condizioni non ha futuro e finirebbe col fare default funzionale, cioè consumare risorse senza produrre output e l’output delle Forze Armate sono la loro capacità operativa.
 
Poiché nel contesto attuale di austerità fiscale non siamo in condizioni di ricapitalizzare lo strumento, al livello degli altri Paesi europei,  l’unica soluzione per salvaguardare l’efficienza e le capacità operative è ridimensionare lo strumento in coerenza col capitale disponibile, cioè ridurre le sue dimensioni, orientando lo strumento verso una condizione di sostenibilità e di efficacia operativa.

Così come l’Europa si è data dei benchmarks finanziari per introdurre la moneta europea, anche nel settore dei bilanci della difesa vi sono dei benchmarks  largamente condivisi, sia nel contesto europeo che atlantico: un riferimento tendenziale al 2% del PIL; un equilibrio nel bilancio difesa tra spese per il personale, spese per l’operatività e spese per l’investimento dell’ordine del 50/25/25%. Ebbene, a fronte di questi benchmarks, oggi la realtà italiana è dello 0,9% per il rapporto Funzione Difesa/PIL e di 70/12/18 percento per il bilanciamento tra i tre settori (personale, operatività, investimento), a conferma di una ipertrofia dimensionale ed ipotrofia funzionale del nostro strumento militare.

Da questa evidenza fattuale discende l’esigenza della ristrutturazione delle Forze Armate.

Le linee di intervento coerenti col riferimento europeo ed atlantico sono chiare:
1) stabilizzare le risorse destinate alla Funzione Difesa, poiché la Funzione Difesa richiede stabilità  pluriennale (almeno decennale). Quindi, guardando al triennio 2012-2014, così come definito dalla legge di stabilità 2011, la Funzione Difesa otterrà in media circa 14,1 miliardi di Euro. Ebbene, non si chiedono aumenti ma una ragionevole stabilità programmatica per la Funzione Difesa nel decennio futuro su una base di  risorse finanziarie  in termini reali coerenti con quelle fissate nell’ultima legge di stabilità per il biennio 2012-2014 (circa 14,1 miliardi di euro).

2) Assunto questo valore quale base programmatica di riferimento di medio-lungo termine, si dovrà progressivamente ridurre la spesa del settore personale (tendenzialmente verso il 50%) e riorientare le risorse così ottenute a vantaggio del settore operatività, il più sacrificato (oggi al 12%) e dell’investimento (oggi al 18%), contando per quest’ultimo settore sul sostegno aggiuntivo del MISE a programmi di ricerca e di sviluppo tecnologici del settore Difesa. Si tratta di un sostegno coerente e funzionale al tema della crescita e dello sviluppo,uno dei tre cardini dell’azione del Governo.

Il dimensionamento attuale di riferimento dello strumento è di 190.000 militari e 30.000 civili. La realtà oggi è di 183.000 militari e 30.000 civili circa.

Per ricondurre lo strumento ad un dimensionamento più corretto e sostenibile con le disponibilità  programmatiche di riferimento, dovremo progressivamente scendere a 150.000 militari e 20.000 civili. Una riduzione, cioè, di 43.000 unità, pari a circa il 20%. Comprendo bene come una riduzione di tali dimensioni significhi, in termini aziendali, una ristrutturazione profonda, che nel mondo dell’impresa verrebbe gestita attraverso gli strumenti della mobilità e della cassa integrazione straordinaria.

È chiaro che questi sono strumenti non pienamente disponibili nel mondo statale, perché i militari e i  civili della difesa sono dipendenti pubblici, e pur tuttavia rimedi straordinari devono essere adottati se si vuole risolvere la situazione in tempi ragionevoli.
 
Oggi due sono i parametri che nella legislazione vigente per il personale del pubblico impiego sostanzialmente regolano la dimensione del personale: i flussi di ingresso (reclutamento) e i flussi di uscita (esodo naturale per pensionamento).
Con il punto di partenza attuale (213.000), per arrivare al livello desiderato (170.000) agendo sui soli flussi di ingresso (riduzione degli arruolamenti del 30%) ci vorranno 20 anni.

La realtà anagrafica del personale militare e civile attuale è tale che nel primo decennio non si verificheranno riduzioni significative (173.000 + 27.000 = 200.000). Solo alla fine del secondo decennio si arriverà ai livelli di regime. È chiaro che un andamento di riduzione naturale così lungo è scarsamente  significativo.   Bisogna   quindi  agire  non solo  sugli ingressi (-30%) ma anche sui deflussi (le uscite).

Gli strumenti più  importanti  potenzialmente disponibili, qualora condivisi, sono la mobilità verso altre amministrazioni centrali e locali e verso la componente civile della Difesa, anche mediante riserve e preferenze, programmi di assistenza al reinserimento nel mondo del lavoro esterno ma anche una più estesa applicazione dello strumento della ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri) per i militari ,non escludendo a priori,ove fattibile e conveniente  l’applicazione di forme di part time per talune funzioni e categorie di  personale.

Le prime tre misure sono state applicate già in passato, ma con risultati finora relativamente modesti; quindi il loro effetto è certamente utile e complementare, ma non decisivo per un più rapido snellimento della dimensione personale. L’istituto della ARQ si applica oggi solo agli Ufficiali nei gradi Colonnello/Capitano di Vascello e Generale/Ammiraglio. Estendendo tale istituto anche per gli Ufficiali nel grado di Tenente Colonnello/Capitano di Fregata ed ai Sottufficiali, questa misura consentirebbe un significativo deflusso di personale consentendo di avvicinarsi più rapidamente al livello di regime del personale militare (150.000) già in un decennio.
Modulando opportunamente queste misure od altre che dovessero emergere, le riduzioni verrebbero ad agire non solo sul personale di truppa (riduzione dei reclutamenti), ma anche sui Generali/Ammiragli, sulla dirigenza e sui quadri Sottufficiali (incremento degli esodi).

In particolare per l’alta dirigenza (Generali/Ammiragli a tre stelle) si dovrà prevedere una riduzione superiore alla media dell’altro personale che potrà essere di circa il -30% (da 48 a 35) per rendere la dimensione di tale livello più coerente col ridimensionamento complessivo dello strumento.

La riduzione progressiva degli effettivi della Difesa costituisce un percorso doloroso ma inevitabile e di  impatto sociale, perché per la sua dimensione  (43.000 unità) e diversificazione va ad influire su una ampia platea di personale. Peraltro è un percorso che si svilupperebbe nell’arco di un decennio e più e quindi il suo impatto sarebbe diluito nel tempo e distribuito su più categorie in misura equa e trasparente.

Il personale è una risorsa primaria per ogni istituzione, ed ancor di più per le Forze Armate e per la Difesa e pertanto, pur nella ineludibilità e progressività temporale del provvedimento (circa un decennio), ogni attenzione andrà riservata al personale per mitigarne per quanto possibile gli effetti. E’ indispensabile ,quindi,che la difesa possa contare sull’aiuto e la collaborazione di tutte le Amministrazioni.

I tavoli in corso con il Ministro del Lavoro per la revisione del sistema pensionistico per i Dicasteri Difesa e Sicurezza e per la previdenza complementare dovranno tener conto della specificità del settore e della ristrutturazione dello Strumento Militare.
Dobbiamo apprestare le adeguate garanzie economiche, pensionistiche e di reimpiego per tutto il personale coinvolto nella ristrutturazione.

3) Settore operatività (esercizio)

Per ricondurre il settore operatività (formazione/addestramento/ esercitazioni/mantenimento/dei mezzi/infrastrutturale) a livelli accettabili bisognerà agire in due direzioni. Poiché in questo settore il rendimento della spesa è fornito dal rapporto tra le risorse disponibili e le strutture su cui ripartire le risorse, per aumentare l’efficacia bisogna migliorare questo rapporto agendo sia sul numeratore che sul denominatore.

Quindi è necessario accrescere il numeratore attraverso il recupero di risorse dal settore personale, ma anche, nel breve-medio termine, ridurre il denominatore, cioè il dimensionamento delle strutture, centrali e periferiche.

In particolare nel settore delle strutture si ridurrà il numero delle basi, caserme ed enti contraendo la presenza territoriale su un numero più ristretto di poli di presenza ed unificando per quanto possibile le diverse funzioni (formativa, territoriale/operativa, logistica) che oggi sono molto ramificate sul territorio, questo per tutte le componenti dello strumento (terrestre, marittima e aerea) in un’ottica joint.

In questo settore molto complesso, gli studi di dettaglio sono in corso ma l’obiettivo minimo è quello di una  progressiva ma celere riduzione strutturale del settore dell’ordine del 30% nell’arco di un quinquennio o poco più.
Ciò consentirà anche un importante piano di dismissioni di immobili ed infrastrutture,quale contributo alla ristrutturazione della Difesa e come concorso al  più generale risanamento finanziario del Paese.
 
4) Capacità operative/settore investimento

Se da un lato è necessario ricapitalizzare le risorse destinate all’investimento avvicinando il settore ad una percentuale più virtuosa del 25% del budget,  dall’altra è evidente che per modernizzare lo strumento operativo con le ridotte capacità finanziarie disponibili, è necessario ridurre le ambizioni dello strumento operativo stesso, che dovrà essere più piccolo ma operativamente più efficace. Quindi meno unità, meno piattaforme, meno mezzi, ma tecnologicamente più avanzati, realmente proiettabili ed impiegabili e sostenuti da più risorse per l’operatività (esercizio). In sostanza uno strumento più piccolo ma con maggiore qualità e quindi capace di esprimere in realtà una operatività più qualificata rispetto all’attuale.

Per la componente terrestre, si ridurranno le brigate di manovra da 11 a 9, la linea dei mezzi pesanti (carri e blindo), la linea degli elicotteri e un numero significativo di unità per il supporto al combattimento (unità di artiglieria) e logistiche. Per la componente marittima si contrarranno le linee delle unità di altura e costiere (i pattugliatori per esempio si ridurranno da 18 a 10), dei cacciamine e dei sommergibili (da 6 a 4). Per la componente aeronautica si contrarranno le linee degli aeromobili per la difesa aerea e dei velivoli della linea aerotattica.

Per la crescita qualitativa e tecnologica dello strumento si procederà a migliorare la componente C4I (Comando e Controllo, Comunicazioni, Computer, Informazioni) e le Forze Speciali, ad acquisire capacità cyber, a digitalizzare le unità di manovra terrestri, a modernizzare le linee navali aeree ed elicotteri, e a potenziare la capacità ISTAR (Intelligence, Surveillance, Targeting Acquisition and Reconnaissance), fondamentali per la situational awareness terrestre, marittima ed aerea e sempre più richieste dalla NATO e dall’Unione Europea.
Detto questo, non posso non fare un riferimento al programma più citato, cioè il JSF (Joint Strike Fighter).

La realtà è la seguente. La componente aerotattica è una elemento indispensabile di ogni strumento militare significativo (questo vale per tutti gli strumenti dei paesi europei ed atlantici di rilievo).

Uno strumento militare privo della componente aerotattica è uno strumento incompiuto, e quindi inefficace in qualunque contesto operativo (vedi Kosovo, Afghanistan, Libia ecc.).

Una componente aerotattica operativamente e qualitativamente significativa è quindi una esigenza operativa indispensabile ed irrinunciabile. Oggi la componente aerotattica dello strumento militare  comprende velivoli quali AMX, TORNADO e AV-8B per un complesso di circa 160 velivoli distribuiti su tre linee operative.

Questi velivoli nell’arco dei prossimi quindici anni usciranno  progressivamente dalla linea operativa per vetustà. E’ un fatto di età anagrafica, perché anche gli aerei vanno in pensione ad una certa età e devono essere sostituiti.

La sostituzione delle linee aeromobili non si fa in un anno e neanche in dieci, bensì in un arco di almeno un quindicennio. Dieci anni fa e successivamente nel tempo, la Difesa ed il Parlamento decisero di ammodernare la componente aerotattica oggi formata da 3 linee diverse, attraverso un unico programma: il JSF, il miglior velivolo aerotattico oggi in via di sviluppo e produzione iniziale (anzi il solo), un aereo di avanzata tecnologia che è nei programmi di altri dieci paesi europei-atlantici (Stati Uniti, Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Olanda, Turchia, Belgio) ed extra-atlantici (Giappone, Australia, Singapore) e che ci consentirà anche una importante semplificazione operativa con ricadute economiche positive sulla logistica.
È l’aereo che verrà costruito in migliaia di esemplari e che costituirà l’ossatura portante dell’interoperabilità aerotattica euro-atlantica nei prossimi trent’anni.
Quindi è una scelta che ha senso, operativamente perché ci consente di applicare un concetto JOINT a due Forze Armate, tecnologicamente, industrialmente, operativamente ed anche sotto il profilo della comunanza logistica.  Grazie alla lungimiranza di chi ci ha preceduto ed agli investimenti fatti (dell’ordine dei 2,5 miliardi di Euro), l’Italia si è posizionata nel programma quale secondo partner industriale dopo gli Stati Uniti. E’ quindi un potenziale tecnologico, industriale ed occupazionale unico su cui l’industria italiana del settore può puntare per predisporsi ad un futuro ancor più competitivo.

Quando entrò nel programma di sviluppo, all’inizio degli anni 2000, l’Italia si pose come obiettivo programmatico di riferimento  un numero di 131 velivoli di cui circa la metà a decollo convenzionale e la metà a decollo corto e verticale.

Le risorse disponibili, ma anche la revisione in chiave riduttiva delle capacità operative sostenibili, suggeriscono di ridimensionare questi obiettivi programmatici.

L’esame fatto a livello tecnico ed operativo porta a ritenere come perseguibile da un punto di vista operativo e di sostenibilità un obiettivo programmatico dell’ordine dei 90 velivoli (circa – 40 velivoli), con una  acquisizione per lotti, progressiva nel tempo e con una riduzione di spesa, rispetto a quella inizialmente preventivata stimabile dell’ordine di circa 1/3 degli oneri del programma, quindi una riduzione certamente significativa coerente con l’esigenza di oculata revisione della spesa.

In conclusione, la riorganizzazione che intendiamo condurre è finalizzata all’ottenimento di uno strumento militare di dimensioni più contenute ma più sinergico ed efficiente nell’operatività e pienamente integrato nel contesto dell’Unione Europea e della NATO, capace di esprimere e di sostenere capacità operative adeguate agli scenari di instabilità del quadro geopolitico e geo-economico.

La trasformazione richiederà, necessariamente, del tempo e stabilità programmatica. A tal proposito, il fattore determinante è rappresentato dal processo di riduzione del personale, al quale dobbiamo porre la massima attenzione e considerazione. E’ questa la leva strategica che consentirà di dare attuazione alla ristrutturazione dello strumento militare. Qualora si dovesse agire solo sul flusso dei nuovi reclutamenti e sul deflusso naturale per anzianità senza mettere in atto misure straordinarie di esodo del personale oggi sovradimensionato rispetto ai livelli di regime individuati come sostenibili, sarebbero necessari,  a legislazione vigente, circa venti anni, tempo che ritengo essere troppo lungo rispetto alla rapidità dell’evoluzione del quadro internazionale e della crisi finanziaria per poter produrre un reale rinnovamento.

Abbiamo studiato, pertanto, alcune misure – di cui ho dato i lineamenti essenziali che, se adottate, consentirebbero di avvicinarci significativamente agli obiettivi prefissati nell’arco del decennio.
Per attuare tali misure, è indispensabile, però, l’ampio sostegno del Parlamento a questa ristrutturazione presentata dall’Esecutivo e particolare attenzione alle esigenze del personale militare e civile della Difesa.

A tal fine l’intenzione è di proporre al Parlamento l’adozione di una Legge-delega, nella quale potranno essere messi a sistema tutti i necessari interventi normativi, in un quadro unitario e razionale, coerente con le esigenze di risanamento delle finanze pubbliche, di attenzione al personale e con le necessità di tutela degli interessi nazionali e con il quadro degli impegni internazionali.

Abbiamo poco tempo davanti a noi per avviare questa importante – e vorrei dire epocale – revisione del Sistema Forze Armate. E’ una revisione strutturale profonda che per ampiezza, incisività ed impatto sul sistema non ha riscontro con nessun’altra revisione finora fatta. Per attuarla occorre una ampia condivisione e, ripeto, una particolare attenzione nei confronti del personale che ne verrà affetto.

Non pregiudichiamo questa opportunità da troppo tempo attesa e al contempo diamo a questo settore strategico già significativamente penalizzato negli ultimi anni, una prospettiva di stabilità programmatica di medio-lungo termine: se non aumenti, almeno stabilità e riforme incisive per il bene delle Forze Armate italiane e del loro futuro, in una prospettiva sempre più europea ed atlantica.

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