Difesa, Di Paola al Senato:non possiamo assistere al declino dello strumento militare senza reagire

dipaola-senatoRoma, 6 nov – Oggi si è tunuto al Senato il seguito della discussione del disegno di legge “Delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale” che ha visto l’intervento del ministro della Difesa Giampaolo Di Paola. Di seguito le sue dichiarazioni in Aula.

SENATO DELLA REPUBBLICA
—— XVI LEGISLATURA ——

828ª SEDUTA PUBBLICA

DI PAOLA, ministro della Difesa

È auspicabile che il Parlamento approvi rapidamente la delega al Governo per la revisione dello strumento militare nazionale tenendo conto dei rischi e dei pericoli della professione militare e dei notevoli sacrifici richiesti a questo tipo di personale. In quest’ottica, appare evidente la necessità di compiere sforzi cospicui per incrementare la sicurezza e le capacità operative soprattutto dei contingenti impegnati nelle missioni internazionali. Il provvedimento in esame non ha tuttavia la forza di un vero programma politico sulla difesa che sarebbe opportuno delineare quanto prima, nella prospettiva della creazione di un sistema di difesa europeo integrato. La revisione in esame è più che altro improntata al realismo, tenendo conto delle risorse disponibili e si inserisce nel solco delle grandi riforme già approvate nel comparto e in tutti gli altri settori per accelerare la modernizzazione del Paese, ma ha le caratteristiche di una vera e propria decisione politica, in quanto i suoi effetti si dispiegheranno sulle condizioni future dei contingenti. Nonostante l’evidente condizione di sottocapitalizzazione del settore militare, colpito da tagli consistenti dai provvedimenti di rigore finanziario degli ultimi anni, soprattutto sul versante delle dotazioni, dell’addestramento e degli investimenti, a fronte di una crescita esponenziale delle spese per il personale, è assolutamente necessario che non venga meno il fondamentale ruolo di equilibrio che l’Italia ha rivestito fino ad oggi a livello internazionale e che la sua partecipazione all’alleanza atlantica continui ad essere espletata con dignità ed efficienza. In tal senso, le proposte inerenti alle misure di favore per il personale sono state in parte recepite con l’approvazione di emendamenti in Commissione compatibilmente con i vincoli imposti dall’articolo 81 della Costituzione, ma non potendosi aumentare le risorse non resta che procedere ad un ribilanciamento della ripartizione delle spese migliorandone la qualità a garanzia dell’operatività e salvaguardando il livello tecnologico dei mezzi e degli equipaggiamenti che fino ad oggi ha consentito, unito alle qualità umane e tecniche del personale, l’efficacia dei contingenti italiani in tutti i principali scenari internazionali.

Signor Presidente, onorevoli senatori, innanzitutto vorrei ricordare – come è già stato fatto in quest’Aula – il caporal maggiore Tiziano Chierotti, caduto in Afghanistan il 25 ottobre scorso. Vorrei anche ricordare l’appuntato scelto dei Carabinieri Giovanni Sali, ucciso a Lodi pochi giorni fa.

Sappiamo e sapete che la professione militare può comportare situazioni di pericolo, e sappiamo quali rischi affrontino, ogni giorno, i nostri militari impegnati in operazioni in Italia e all’estero. Però, dobbiamo rinnovare ogni giorno i nostri sforzi per accrescere la sicurezza e le capacità operative dei nostri militari, per mettere le Forze armate in condizione di svolgere le missioni loro affidate con la migliore preparazione possibile, con i migliori mezzi possibili e potendo contare sul sostegno morale e materiale di tutta la Nazione, di tutto il Parlamento.

Questo è ciò che desideriamo; questo è ciò che la revisione dello strumento militare oggi in discussione in quest’Aula intende perseguire. Perché di revisione si tratta, non di un nuovo modello di difesa. Condivido le osservazioni fatte dal senatore Di Giovan Paolo sulla necessità di una riflessione più ampia, a livello di Governo e Parlamento, sul Libro bianco della difesa. Si citano spesso, e a ragione, i Libri bianchi francese, inglese, tedesco, polacco e di altri Paesi europei.

Ebbene, i Libri bianchi non sono documenti della Difesa, ma sulla difesa; sono documenti a livello di Governo e di Parlamento. Sono documenti di indirizzo politico, non programmatico, come questa revisione al nostro esame. Ebbene, questa esigenza, così spesso invocata in quest’Aula e in Italia, non si è mai concretizzata nel nostro Paese in un vero e proprio Libro bianco. Quelli che in Italia abbiamo fatto fino ad ora chiamato Libri bianchi in realtà sono documenti sempre e solo dell’Amministrazione difesa. Questa è la verità. Mi auguro quindi che nella prossima legislatura anche l’Italia vorrà elaborare il suo Libro bianco sulla difesa, riflettendo sui grandi temi della difesa in un’ottica europea ed atlantica e in un contesto di sicurezza globale.

Discutere di un provvedimento che riguarda il futuro della Difesa e delle Forze armate non è mai un atto ordinario. Non lo è perché le scelte di un Paese su questi temi hanno profonde conseguenze sulla sua sicurezza, su quella dei suoi cittadini e sulla capacità di salvaguardare i propri interessi e il ruolo internazionale del Paese. Le vostre decisioni oggi incideranno sulla capacità e sulla preparazione che avranno i contingenti militari domani, quando saranno chiamati ad operare per l’interesse collettivo e dell’Italia.

Perché l’Atto Senato in discussione è un provvedimento strutturale che delinea il futuro delle Forze armate. Lo delinea in maniera realistica, cioè tenendo conto e facendo i conti con le risorse che il Parlamento assegna al settore della Difesa.

Questo provvedimento si colloca anche nel solco delle grandi riforme che il Parlamento ha già approvato negli ultimi decenni, dalla ristrutturazione dei vertici militari, all’introduzione del servizio militare femminile, alla professionalizzazione delle Forze armate. Nel contempo, esso getta le basi per un’ulteriore e più profonda revisione dello strumento militare, una revisione che, a fronte del quadro geostrategico ed economico complessivo con il quale siamo chiamati e confrontarci, rappresenta, a mio giudizio, la sola possibile via da percorrere per continuare a disporre di Forze armate moderne, efficienti ed efficaci; esigenza questa espressa nei loro interventi dalla senatrice Negri e dai senatori Bodega, Del Vecchio, Carrara, Torri e altri.

Se, come auspico, il Parlamento approverà questo disegno di legge metterà le Forze armate nelle migliori condizioni per affrontare la sfida del futuro, con le risorse disponibili, lo ripeto: con le risorse disponibili. In quest’Aula si discute tanto, e a ragione, sull’esigenza di maggiore Europa in tutti i settori, inclusa la Difesa. Ne hanno sottolineato l’importanza tanti di voi, tra gli altri le senatrici Negri e Amati e i senatori Perduca, Di Giovan Paolo, Del Vecchio, Carrara, nonché i relatori Esposito e Scanu.

Al riguardo, ho particolarmente apprezzato l’intervento dei relatori, senatori Esposito e Scanu, con il richiamo all’articolo 11 della Costituzione nella sua interezza e il conseguente riferimento al ruolo dell’Europa, della NATO e delle Nazioni Unite per il mantenimento della sicurezza e della pace, e quindi l’esigenza di porre le Forze armate in un’ottica europea e atlantica. Oggi, è una visione, quella europea della Difesa, che mi trova convinto assertore: un’idea, quella della Difesa europea, inserita in un forte legame transatlantico nel contesto di legittimità rappresentato dalle Nazioni Unite. Detto ciò, dobbiamo essere sinceri con noi stessi. L’idea europea di Difesa è ancora allo stato embrionale, è una visione di alcuni, non ancora una realtà. Non basta che sia solo l’Italia ad invocarla; per realizzarla in concreto occorre coagulare intorno a quest’idea il consenso dei tanti Paesi dell’Unione, o almeno di una maggioranza dei più importanti Paesi europei. In questo percorso il ruolo dei Parlamenti dei Paesi europei e del Parlamento europeo assumerà un’importanza fondamentale.

Oggi incominciare a dare concretezza a questa prospettiva significa anche accertarne le conseguenze, cioè l’indispensabilità di tendere ad uniformare le nostre Forze armate al contesto evolutivo disegnato insieme ai principali partner europei. E questo contesto evolutivo europeo parla di più efficienza, di più operatività, di più capacità militari, di più tecnologia e di maggiori interoperabilità e integrazione, in una prospettiva appunto di progressiva integrazione. Si tratta di una sfida ineludibile che impone scelte difficili e anche rinunce, una sfida alla quale le istituzioni e le Forze armate non possono e non intendono sottrarsi, anzi vogliamo tutti insieme vincerla.

La revisione dello strumento militare elaborata dal Dicastero, e da me, è stata presentata nei suoi principi e obiettivi fondamentali al Consiglio supremo di difesa, presieduto dal Capo dello Stato, e in cui sono presenti il Presidente del Consiglio e tutti i più importanti membri del Governo, e sottoposta all’approvazione collegiale del Consiglio dei ministri, ricevendone piena condivisione e sostegno.

Vorrei assicurare il senatore Di Giovan Paolo che il sostegno del Governo, di tutto il Governo, è forte e convinto. Del resto, le parole del presidente del Consiglio, senatore Mario Monti, dall’Afghanistan, pronunciate il 4 novembre scorso, sono state chiare ed inequivocabili nel sostenere l’esigenza della revisione dello strumento militare secondo lo schema di provvedimento oggi all’esame di quest’Aula.

Questa revisione, peraltro, è coerente e s’inserisce nel piano di riforme strutturali che il Governo Monti ha portato avanti in tanti settori per continuare ad accelerare la modernizzazione del Paese.

Come ho già detto, domenica 4 novembre scorso, sia il Presidente della Repubblica sia il Presidente del Consiglio hanno sottolineato l’esigenza di procedere con forza alla modernizzare delle Forze armate in un contesto europeo ed atlantico e, quindi, di portare avanti la riforma dello strumento militare oggi alla vostra attenzione.

Perché ora? Perché il mutamento del quadro geostrategico, la situazione economica e le prospettive future impongono oggi scelte indifferibili per il domani del nostro strumento militare. Per questo – mi riferisco al rilievo mosso dalla senatrice Amati – il Governo ha dovuto affrontare con urgenza questa riforma, certamente di rilievo politico, così come sono di rilievo politico tutte le altre riforme impostate da questo Governo tecnico in tanti altri settori. Per questo il provvedimento oggi alla vostra attenzione: se approvato, sarà una decisione politica presa dal Senato, una decisione politica, non tecnica.

Con riguardo al mutamento del quadro geostrategico, le aree adiacenti alla regione euroatlantica sono affette da profondi squilibri che generano instabilità e crisi. Come è ben noto, gli Stati Uniti (e questa notte avverrà una votazione fondamentale: l’elezione del nuovo Presidente), stanno comunque riequilibrando il loro focus strategico verso l’area del Pacifico. Sulla scena internazionale, come ha ricordato la senatrice Negri, si affermano nuovi attori globali impegnati in grandi programmi di rinnovamento ed ammodernamento dei loro strumenti militari. Dalla fine del mondo bipolare la comunità internazionale è stata continuamente chiamata ad interventi collettivi per evitare che crisi e conflitti si propagassero a livello globale.

L’Italia in questi ultimi venti anni ha fornito un importante contributo alla sicurezza internazionale grazie alle scelte che i Governi e i Parlamenti che si sono succeduti hanno assunto responsabilmente. Credo, di raccogliere un’ampia condivisione dicendo che l’impegno del passato non verrà meno anche in futuro.

Prima ho fatto cenno ad una riforma realistica dello strumento militare, una riforma cioè che tenga conto e faccia i conti con le risorse disponibili.

Ebbene, diamo uno sguardo alla realtà delle risorse disponibili. Nel 2007, dunque cinque anni fa, il bilancio della Difesa era pari all’1,31 per cento del PIL; nel 2012, cioè oggi, è invece pari all’1,27 per cento del PIL. Se facciamo riferimento ai fondi non del bilancio della Difesa, ma a quelli che vanno veramente allo strumento militare, alle Forze armate, cioè alla funzione difesa, ebbene la spesa rispetto al PIL nel 2007 era dello 0,94 per cento, oggi è pari allo 0,87 per cento. Questo in termini monetari, ma in termini reali, cioè tenuto conto dell’inflazione, il calo è stato ancora più forte. Possiamo parlare di una riduzione del 20-25 per cento.

Dicevo prima della prospettiva europea, giustamente evocata da tanti di voi e dal relatore, senatore Scanu: è una prospettiva che – come ho già detto – condivido e sulla quale dobbiamo procedere. Ebbene, la più recente survey comparativa condotta dall’Agenzia europea della difesa, l’EDA, un ente terzo europeo, riferita al 2010, indica che i Paesi dell’Unione hanno dedicato, in media, alla funzione difesa l’1,6 per cento del PIL, a fronte di uno 0,92 per cento dell’Italia. Una differenza invero notevole, uno spread di oltre il meno 40 per cento.

Al riguardo vorrei rispondere alle osservazioni formulate dalla senatrice Amati. Le missioni internazionali nella stragrande maggioranza dei Paesi europei ed atlantici sono, come nel caso dell’Italia, sostenute con fondi stanziati ad hoc, cioè al di fuori del bilancio Difesa. E ciò per la comprensibile ragione della imprevedibilità delle missioni assegnate che richiedono, quando deciso dal Governo e dal Parlamento, stanziamenti specifici.

Quanto alle risorse stanziate dal Ministero dello sviluppo economico quali investimenti a sostegno della capacità produttiva e tecnologica dell’industria nazionale per la difesa e la sicurezza, ebbene sono stanziamenti trasparenti regolarmente iscritti nella legge di bilancio dello Stato approvata dal Parlamento.

Sono stanziamenti non permanenti, non sostenibili con le sole risorse del bilancio ordinario della Difesa. Nel caso dell’Italia (ma anche altri Paesi fanno, ovviamente, lo stesso), questi stanziamenti incidono nell’ordine del decimo di punto percentuale del PIL. Quindi, anche considerando questi stanziamenti ad hoc, la funzione difesa non cambia sostanzialmente: dallo 0,9 all’1 per cento del PIL e – quindi – ben al di sotto dell’1,6 della media europea, che ci ricorda l’Agenzia europea della difesa (EDA), non io. Ripeto, infatti, che i dati sulle risorse della Difesa che ho citato, non li cito io, sono quelli dati dall’Agenzia europea della difesa.

Dalla stessa survey fatta dall’EDA emerge che la media europea delle spese per il personale è appena superiore al 50 per cento della funzione difesa; da noi, in Italia, è al 70 per cento: uno spread, come si ama dire oggi, di oltre 20 punti percentuali. Questi elementi, questi fatti, ci dicono che il nostro strumento militare soffre di una compressione delle risorse destinate all’esercizio e all’investimento,cioè di che quelle risorse che esprimono l’operatività e la capacità del nostro strumento militare, ovvero l’unica ed essenziale ragion d’essere delle Forze armate.

E qui vorrei richiamare l’osservazione della senatrice Mancuso. La Difesa, e certamente io, non sottovalutiamo minimamente le risorse umane: al contrario, riteniamo che esse siano la prima risorsa delle Forze armate. Ma questa risorsa fondamentale, come avviene in tutti i Paesi europei avanzati, per svolgere il proprio compito, ha bisogno di essere formata, addestrata e ben equipaggiata per essere interoperabile con gli altri militari europei e NATO. I militari italiani che in Libano, in Kosovo, sui cieli della Libia, sui mari dell’Oceano indiano e in Afghanistan svolgono così bene la loro missione (come ha ricordato la senatrice Mancuso), lo fanno non solo per le loro qualità umane, ma anche perché sono equipaggiati con mezzi terrestri, aereo-navali, con droni, sistemi di protezione, di osservazione, di comunicazione, satellitari e di intelligence di ottimo livello. Senza queste dotazioni, senza questi equipaggiamenti moderni, il militare italiano potrebbe fare poco o niente e certamente sarebbe tagliato fuori dal mainstream delle forze armate europee e NATO.

Ritornando ai fatti, essi ci dicono che spendiamo meno e peggio dei nostri partner europei, e questo perché abbiamo uno strumento sovradimensionato rispetto alle risorse disponibili, quindi largamente sottocapitalizzato.

È bene ricordare che abbiamo anche aspetti di qualità, come ho detto prima. Abbiamo lo strumento professionale, con notevole esperienza nel campo delle operazioni internazionali, e abbiamo sviluppato sistemi operativi di eccellente livello, grazie all’industria nazionale della difesa e alle collaborazioni internazionali. Tuttavia, le differenze esistenti in termini di risorse disponibili – e più ancora gli squilibri strutturali della nostra spesa militare – non ci consentiranno, in assenza di provvedimenti correttivi strutturali, di mantenere in futuro i livelli operativi e di qualità di cui oggi disponiamo. Ciò avverrebbe già nel breve e medio termine e – ancor di più – in prospettiva.

Ricordo che, in virtù dei provvedimenti di rigore finanziario approvati negli ultimi anni da questo Parlamento, il bilancio della Difesa registra nel quinquennio una riduzione di oltre il 60 per cento, in termini monetari, delle risorse per i cosiddetti consumi intermedi rimodulabili, cioè quelle risorse destinate al funzionamento dei mezzi e alle attività addestrative e di formazione del personale, quelle risorse cui spesso si pensa di ricorrere per coprire questa o quella nuova esigenza, forse non pienamente consapevoli della fortissima compressione che esse hanno subito (come ripeto, si tratta di oltre il meno 60 per cento in un quinquennio).

In forza degli stessi provvedimenti di contenimento della spesa pubblica, il livello in termini monetari delle spese per gli investimenti è sceso, nel quinquennio, di oltre il 10 per cento e del 25 per cento in termini reali. Questi sono i fatti, questi sono i numeri, questa è la realtà.

E quando talvolta si pensa di poter esulare da questa realtà e si proclama con forza l’obiettivo politico di una maggiore cooperazione europea, forse è bene rendersi conto che il conseguimento di questo obiettivo richiede sì un’azione incisiva a livello politico ma, ancor di più, non può prescindere dal mettere in ordine le cose a casa propria. Questo vale per le politiche fiscali, questo vale per la riforma del sistema della difesa.

La costruzione di un’Europa della difesa, infatti, è una delle massime scelte politiche che i 28 Paesi potranno fare sulla scia di quella che è stata la scelta dell’Unione monetaria. E, se per arrivare alla moneta unica, ciascun Paese ha dovuto prima mettere in ordine le proprie politiche monetarie e di bilancio, similarmente, per arrivare a una difesa europea, si dovrà prima mettere in ordine le politiche nazionali di difesa. Questo è ciò che il provvedimento in esame intende fare.

Tornando al bilancio della Difesa, l’unico settore che costantemente è cresciuto nel quinquennio è quello destinato al personale, raggiungendo percentuali abnormi e insostenibili, pari al 70 per cento dell’intero bilancio della funzione Difesa. Considerando gli organici attuali e il tendenziale delle spese per il personale, se nulla cambia, la disponibilità di risorse per l’operatività e gli investimenti si contrarrà ulteriormente in maniera inevitabile e non sarà sufficiente per assicurare un adeguato tasso di formazione, di addestramento e di condizioni di vita per il personale, nonché di operatività e di ammodernamento delle nostre dotazioni. Il che significa perdere in sicurezza, efficacia ed interoperabilità con quei Paesi europei e atlantici con cui vogliamo integrarci sempre più.

Vorrei ora ringraziare il senatore Ramponi, che si è fatto promotore di proposte a favore del personale: proposte che sono certamente condivisibili nello spirito che le muove e sul piano generale; proposte che, tramite taluni emendamenti apportati in Commissione, vengono recepite, per quanto possibile e per quanto compatibile con i vincoli dell’articolo 81 della Costituzione e con le esigenze, certamente non secondarie, di operatività e di assolvimento del servizio assegnato.

A fronte di questa situazione che ho appena richiamato, non possiamo assistere al declino del nostro strumento militare senza reagire, perché questo, lo ripeto, pregiudicherebbe la capacità dell’Italia di contribuire domani alla sicurezza internazionale in misura coerente con il ruolo e le responsabilità di un grande Paese come il nostro.

In questa situazione vi sono solo due vie possibili: o aumentiamo le risorse o riduciamo lo strumento. La prima, e mi riferisco anche all’osservazione della senatrice Mancuso sulla insufficienza delle risorse, mi appare non percorribile in questo momento di rigore finanziario. Né ho mai sentito, nel dibattito politico italiano, qualcuno pronunciarsi in tal senso. E se me lo permettete, commenterei: anzi! Non resta, quindi, che la seconda strada per correggere l’evidente squilibrio esistente tra l’Italia e i partner europei: procedere al ribilanciamento della ripartizione delle spese, migliorando almeno la qualità della spesa. Per tale motivo, dovremo necessariamente procedere verso uno strumento militare più ridotto, ma ottimizzato per intervenire efficacemente sugli scenari di domani.

Per destinare sufficienti risorse all’operatività dei nostri militari, dei nostri uomini e delle nostre donne, e al corretto tasso di modernizzazione degli equipaggiamenti dovremmo tendere a ricondurre la spesa per il personale, come è stato più volte detto, verso livelli simili a quelli degli altri Paesi europei, pari a circa il 50 per cento del totale disponibile (in pratica riduzione delle risorse per il personale, ndr). Non sono numeri magici, non sono numeri di alchimia, ma sono dei riferimenti concettuali che ci vengono da ciò che fa l’Europa e da ciò che fa la NATO. Riferimenti verso cui tendere, e non certo numeri fissati nella pietra.

Da queste considerazioni e da questi fatti discende l’impianto della legge delega, oggi alla vostra valutazione e – spero – approvazione. Di qui, l’obiettivo di portare, nell’arco di tempo di circa un decennio o poco più, il personale militare in servizio a non più di 150.000 militari, affiancati da una componente di 20.000 civili. Una riduzione importante, molto importante di circa 50.000 unità (40.000 militari e 10.000 civili) rispetto ai livelli organici dell’attuale modello a 220.000, che, in effetti, è di 190.000 militari più 30.000 civili.

Al riguardo, preciso – come già ricordato dal relatore, senatore Esposito – che riduzioni complessive di 50.000 unità di personale – anticipate in parte dalla spending review, che determinerà una riduzione iniziale di 20.000 unità nei primi quattro anni – si completeranno entro sei anni per gli ufficiali generali e ammiragli, entro dieci anni per gli altri dirigenti militari ed entro il 2024, o poco oltre, per il restante personale militare e civile. Si tratta di misure che impattano in senso quantitativo più sugli alti gradi e l’alta dirigenza militare che non sui sottoufficiali e la truppa: mi sembra quindi che si vada in una direzione largamente condivisa in quest’Aula e ricordata, tra gli altri, dal senatore Caforio.

Quanto ai marescialli – ricordati, anche qui, dalla senatrice Mancuso – vorrei rappresentare che il modello attuale a 190.000 unità già prevedeva una consistenza organica del ruolo di circa 25.000 unità, rispetto a quella attuale, pari a circa 55.000. L’importante ridimensionamento della consistenza del ruolo dei marescialli è quindi sostanzialmente già insito nel presente modello e non è dovuto all’ulteriore compressione dello strumento a 150.000, ma alla preesistente ed attuale situazione di reale squilibrio tra esigenze ed esistenza, squilibrio già presente nell’attuale modello a 190.000 unità. Questi sono i fatti, non siamo noi che comprimiamo la realtà.

Ho detto poco fa che la revisione si svilupperà nell’arco di un decennio o poco più: si tratta di un periodo non breve, ma le dinamiche che riguardano il personale non sono semplici, perché interessano persone, uomini e donne; per questo motivo, la legge prevede un meccanismo di flessibilità per la durata del periodo di trasformazione.

La legge delega non solo introduce un ridimensionamento del personale, ma definisce anche una forte razionalizzazione riduttiva delle strutture organizzative e sul territorio non inferiori al 30 per cento, che oltre a ridurre significativamente gli oneri di gestione, consentirà di liberare e rendere disponibile un importante patrimonio infrastrutturale.

Tale riorganizzazione territoriale e organizzativa terrà conto di molteplici fattori, quali l’esistenza di adeguate infrastrutture e di aree addestrative, ma anche di una certa distribuzione territoriale, quindi del Centro Sud Italia, richiamato dal senatore Caforio. Senatore, nel Centro Sud e nelle isole vi sono e continueranno ad esservi importanti realtà e presenze militari (nel Lazio, in Abruzzo, in Campania, nelle Puglie, in Calabria, in Sicilia ed in Sardegna). Similarmente, vorrei rassicurare la senatrice Fioroni sul fatto che la riorganizzazione dell’area tecnico-industriale della Difesa verrà valorizzata proprio grazie alla revisione proposta, che consentirà di disporre di più adeguate risorse di esercizio e di investimento da dedicare alla manutenzione tecnico-industriale di mezzi, equipaggiamenti e dotazioni. Anche nella riconfigurazione dei ruoli del personale civile, le professionalità necessarie per gli stabilimenti dell’area tecnico-industriale della Difesa riceveranno attenzione e priorità.

A questa revisione territoriale ed organizzativa delle strutture si accompagna una razionalizzazione in chiave riduttiva dello strumento operativo, e quindi delle dotazioni, cercando tuttavia di valorizzare al massimo, per quanto possibile, lo strumento operativo stesso (perché credo sia un dovere di tutti noi).

E qui vorrei riferirmi alle osservazioni dei senatori Ferrante e Torri, di contrapposto tenore, ma entrambi significative: lo strumento militare italiano e le Forze Armate italiane devono disporre di capacità operative e tecnologiche avanzate, tra le quali certamente rientrano capacità operative nel settore delle forze aeree, come la linea dei cacciabombardieri, cui il programma F-35 si riferisce. L’ammodernamento dello strumento militare, però, è molto più ampio ed articolato ed investe programmi di rinnovamento delle forze terrestri, quali la Forza NEC (Network Enabled Capabilities, richiamata recentemente dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito in una sua recente intervista a «Panorama»), delle unità navali, degli elicotteri, dei sistemi satellitari, dei sistemi di difesa missilistica, dei sistemi di comando e controllo (SCC), dei sistemi di comunicazione e dei droni, che rappresentano il futuro di questo settore, delle forze speciali, della difesa cibernetica, che è la nuova frontiera della minaccia (minaccia cyber). Si tratta quindi di un programma di ammodernamento ad ampio raggio.

Queste capacità tecnologicamente avanzate sono esattamente quelle che ci vengono richieste dalle pianificazioni di difesa della NATO ed europee.

Focalizzarsi quindi, in senso positivo o negativo, solo e soltanto su una capacità, peraltro indispensabile, come ho già detto, mi sembra fuori contesto, mi sembra avulso dal complesso quadro delle capacità che ho indicato e che sono necessarie allo strumento militare.

Signor Presidente, onorevoli senatori, è di tutta evidenza che progetti di ristrutturazione di questa portata non si possono realizzare senza un’ampia condivisione e senza il sostegno più ampio delle forze politiche. Oggi voglio qui esprimere la mia soddisfazione per l’andamento dei lavori fino a questo momento, che hanno visto una proficua collaborazione tra Parlamento e Governo. Esprimo un forte apprezzamento per il dibattito e per i lavori che si sono svolti nella Commissione difesa, in maniera approfondita e costruttiva, che hanno sicuramente portato a miglioramenti del testo presentato dal Governo.

Vorrei quindi cogliere l’occasione per ricordare sentitamente il presidente Giampiero Cantoni, sotto la cui Presidenza sono iniziati i lavori di questo disegno di legge, e per ringraziare l’attuale presidente, il senatore Carrara, ed i relatori, senatori Esposito e Scanu. Un ringraziamento va anche al presidente Azzollini della 5a Commissione, che ha svolto un lavoro molto importante.

Al riguardo, vorrei richiamare le più importanti modifiche apportate in Commissione che il Governo ha condiviso.

Innanzitutto, la precisazione che, dopo l’approvazione della spending review, i risparmi di spesa derivanti dall’adozione dei decreti legislativi di riduzione del personale nel periodo 2013-2015 andranno a beneficio dei saldi di bilancio; solo dopo questo periodo, i risparmi conseguenti verranno utilizzati per ribilanciare, come ho detto prima, l’essenza di questo disegno di legge delega: la ripartizione delle spese.

Un’altra modifica fortemente condivisa dalla Difesa valorizza la categoria dei volontari di truppa congedati senza demerito, con il riconoscimento agli stessi dei titoli e dei requisiti minimi professionali e di formazione per la nomina a guardia giurata e per l’iscrizione nell’elenco prefettizio di cui all’articolo 1 del decreto ministeriale del 6 ottobre 2009 del Ministero dell’interno.

Da ultimo, desidero sottolineare l’inserimento delle nuove procedure per l’approvazione dei programmi di ammodernamento dei sistemi d’arma, che recepisce le conclusioni dell’indagine conoscitiva condotta nel 2010 dalla IV Commissione della Camera sulla legge Giacchè. È un punto su cui molti di loro hanno insistito, tra gli altri il senatore Ramponi, la senatrice Negri e la senatrice Amati.

Queste garantiranno un ancor più incisivo controllo parlamentare sugli investimenti ma, tengo a sottolinearlo, comporteranno anche – e so che quest’Aula non si sottrarrà a tale compito – una più profonda condivisione delle responsabilità tra Governo e Parlamento per l’adeguamento dei sistemi e delle dotazioni dei nostri militari, fondamentali per la loro operatività e per la loro capacità di operare a testa alta insieme con gli alleati europei e NATO. Infatti, sia nel contesto europeo che in quello atlantico, all’Italia, ma non solo all’Italia, vengono richieste capacità operative avanzate e di alta tecnologia, il che riconduce all’importante tema dell’industria italiana per la difesa e ai suoi sviluppi in chiave europea ma anche atlantica, come richiamato dalla senatrice Negri.

Il settore industriale italiano nel campo sicurezza e difesa è un settore ad alta tecnologia e ad alta innovazione, di rilevante importanza per lo sviluppo economico e industriale di questo Paese. Finmeccanica, la più grande delle industrie italiane del settore, la seconda più grande azienda industriale italiana ed una tra le grandi industrie della sicurezza e della difesa a livello globale, impiega circa 70.000 unità lavorative e ha un fatturato di oltre 16-17 miliardi di euro all’anno.

Di questo fatturato, l’80 per cento – ripeto, l’80 per cento – viene dal settore sicurezza e difesa. Questa realtà tecnologica e industriale, importantissima anche per l’occupazione e la crescita a cui contribuisce, deve essere sostenuta con investimenti appropriati e collaborazioni internazionali importanti, in particolare nel quadro europeo.

Signor Presidente, onorevoli senatori, nel concludere ringrazio il Senato della Repubblica per aver voluto esaminare questa riforma strutturale, importante obiettivo del Governo. Però il fattore tempo è decisivo. La legislatura si avvia al termine e il percorso di questa legge delega prevede, dopo il Senato, il passaggio alla Camera. Ne auspico, quindi, una rapida approvazione.

Quando voterete, indipendentemente da quello che ho detto, senatori, so che lo farete seguendo il vostro libero giudizio e la vostra libera coscienza. Nel farlo, vi chiedo di pensare per un momento a tutte quelle donne e a tutti quegli uomini che, con senso del dovere, abnegazione, professionalità, generosità e umanità, spesso in situazioni difficili e, talvolta, con il sacrificio della vita, onorano il nostro Paese e garantiscono la nostra sicurezza. Loro – non io – meritano la vostra attenzione al momento del voto. Loro meritano che il vostro voto sappia assicurare un futuro di operatività al nostro strumento militare nel contesto europeo e atlantico. Naturalmente sono pronto ad esaminare, con spirito costruttivo, gli emendamenti che dovessero essere presentati in quest’Aula.

Vi ringrazio e mi scuso per il lungo tempo che ho utilizzato, ma mi sembrava indispensabile.

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