Armi chimiche, oltre 30mila ordigni nel mare Adriatico

armi-chimiche-adriaticoRoma, 21 feb – Sono oltre 30mila gli ordigni inabissati nel sud del mare Adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari; 13mila i proiettili e 438 i barili contenenti sostanze tossiche inabissati nel golfo di Napoli; 4.300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare davanti a Pesaro. E poi laboratori e depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo, l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro e migliaia di “bomblets” (derivati dall’apertura delle bombe a grappolo) sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra del Kosovo. E poi il Porto di Monfalcone, la Sardegna. C’è chi la chiama la “coda avvelenata della guerra” o “eredità scomoda”, che continua a rilasciare sostanze tossiche come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina da più di 80 anni, causando gravi danni all’ecosistema e alla salute delle popolazioni locali. E chi si occupa di ripulire? A questa domanda hanno cercato di dare una risposta Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, presentando oggi a Roma il dossier “Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa”, visto che tra l’altro una vera e propria mappatura di questa realtà non esiste ancora. La risposta alla domanda che riguarda le responsabilità di bonifica e gestione dei siti contaminati può sembrare ovvia, ma non lo è. Si pensa subito al ministero della Difesa, al quale, invece, spetta solo la competenza per le aree militari (militari al momento della bonifica). Quando viene rinvenuto un ordigno chimico, questo viene trasportato a Civitavecchia nel centro tecnico logistico interforze Nbc dove viene demilitarizzato e distrutto. Solo per queste, nel 2011 gli interventi di bonifica sul territorio nazionale sono stati 49.

chemweapons-bomb-350La Convenzione di Parigi prevede che ogni Stato si impegni a distruggere e smaltire le armi chimiche sul suo territorio e quelle abbandonate sul territorio di altri Paesi. Ma qui entra in gioco un discorso di policy nazionale e “per il momento, la policy del ministero degli Affari Esteri è che l’Italia gestisca da sè gli ordigni presenti sul suo territorio”, specifica il colonnello Antonello Massaro, direttore dell’Nbc, centro che fruisce dal 2009 di un finanziamento annuo di 1.200.000 di euro per la propria attività. E quando si parla di militari e di bonifiche da ordigni, si parla anche del caso Lago di Vico e del mistero che per decenni ha avvolto la Chemical City, il centro di ricerca e produzione di armi chimiche voluto da Mussolini e attivo fin dagli anni ’70. Nel 2000 le attività militari hanno concluso le operazioni di bonifica dei serbatoi, ma le successive indagini dell’Arpa sui sedimenti del lago hanno evidenziato concentrazioni di arsenico superiori alla soglia di contaminazione. I militari ribadiscono che l’arsenico è un elemento di origine naturale non riconducibile nè nell’iprite nè nel fosforo e che quindi la fonte della contaminazione del lago va ricercata altrove. Fatto sta che “entro l’anno – assicura il colonnello Massaro – inizieranno i lavori di bonifica del lago, che erano già stati programmati in previsione della dismissione del sito”. I fondi già ci sono e ammontano a 1,2 milioni di euro.

Piu’ difficile andare a cercare il reponsabile di un’eventuale bonifica di altri siti non militari, come nel caso di Molfetta. Quello all’imboccatura del porto è un vero e proprio mare di bombe, la maggior parte delle quali derivano dalle 17 navi affondate nel porto di Bari durante il bombardamento tedesco del 2 dicembre del 1943, le cui stive erano cariche di bombe all’iprite. A quelle inabissate, si aggiunsero poi quelle sganciate dai caccia della Nato durante la guerra del Kosovo. In attesa di porre un tardivo rimedio alla situazione, gli ordigni continuano a rilasciare i loro veleni. Un’indagine condotta dall’Ispra sulle conseguenze ambientali dell’abbandono delle armi chimiche in mare, condotta nel Golfo di Manfredonia, ha rilevato nei pesci alterazioni del dna e degli enzimi epatici, presenza di arsenico nei muscoli e nel fegato superiori alla norma, ulcere riconducibili al contatto con l’iprite, sui cui contenitori i pesci vivono e si fanno la tana. (Adnkronos)

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