Specificità del comparto Sicurezza e Difesa: la fregatura è servita

Roma, 15 ott 2011 – (Avv. Giorgio Carta) Lo avevo detto da subito che la norma sulla specificità si sarebbe ritorta contro tutti gli operatori del comparto Sicurezza e Difesa. Ma, a quell’epoca, erano tutti troppo impegnati a scambiarsi pacche sulle spalle e a celebrare l’avvento di una nuova era nella quale (si credeva) sarebbero stati finalmente valorizzati e remunerati i maggiori sacrifici – in termini di diritti e di obblighi – dei cittadini in uniforme.

Ovviamente, si sbagliavano tutti, a partire dai coceristi che tanto si vantavano del risultato ottenuto.

Parliamo del famigerato articolo 19 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Specificità delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco).

In base a tale norma, ai fini della definizione degli ordinamenti, delle carriere e  dei contenuti  del  rapporto  di  impiego  e  della   tutela   economica, pensionistica e previdenziale, è riconosciuta  la  specificità  del ruolo delle  Forze  armate,  delle  Forze  di  polizia  e  del  Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché  dello  stato  giuridico  del personale ad essi appartenente, in dipendenza della peculiarità  dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni  personali,  previsti  da leggi e regolamenti, per le  funzioni  di  tutela  delle  istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e  della  sicurezza  interna  ed esterna, nonché per i peculiari requisiti  di  efficienza  operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti.

I gonzi avevano festeggiato la norma come il dovuto, seppure tardivo, riconoscimento dei gravi sacrifici cui sono quotidianamente sottoposti militari e forze dell’ordine e si erano preparati festosi all’incasso di denari, medaglie e nuovi diritti.

La norma è servita invece al giustificare l’esatto contrario, cioè l’ulteriore limitazione dei diritti civili dei cittadini in uniforme e, francamente, era abbastanza agevole prevederlo.

La riprova è data dalla recente, sciagurata, decisione del Consiglio di Stato, Sezione IV, n. 2707/2011 , pronunciata in riferimento al ricorso di un appartenente alla Polizia Penitenziaria che aveva chiesto un trasferimento di sede di servizio beneficiando delle disposizioni della rimodulata legge n. 104/1992.

Come è noto, tale legge tutela – fra l’altro – il lavoratore che, dovendo accudire un congiunto afflitto da un handicap in condizione di gravità, ha diritto (si fa per dire) a tre giorni di permesso mensili e a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più prossima all’infermo.

Meglio sarebbe dire che la legge è posta a tutela del disabile che necessita dell’assistenza di un congiunto lavoratore.

Tale legge, come è noto, è stata di recente modificata in modo da renderla finalmente fruibile anche dal lavoratore che, al momento della domanda, non abbia un’assistenza in atto (e che intenda instaurarla) ed anche nel caso in cui vi siano altri parenti astrattamente idonei ad occuparsi del medesimo congiunto.
In siffatta materia, evidentemente, non dovrebbe sussistere alcuna discriminazione o favoritismo, essendo la normativa posta a tutela del principio prima che giuridico, umano e religioso, dell’assistenza agli infermi.

Il Consiglio di Stato, però, la pensa diversamente e con la sentenza citata ha ulteriormente relegato gli operatori del comparto sicurezza e difesa o, meglio, i loro congiunti handicappati in condizione di gravità nella serie B (o forse C o D) della gerarchia sociale.

Il supremo Giudice amministrativo, infatti, ha stabilito che la nuova disciplina sull’assistenza ai disabili potrà trovare applicazione anche per il personale appartenente alle Forze Armate, alle Forze di Polizia, nelle quali rientra la Polizia Penitenziaria, al Corpo Nazionali dei VV.FF. solo quando verranno emanati gli appositi provvedimenti legislativi previsti dall’art.19 della richiamata legge, dovendosi tener conto “della peculiarità dei compiti, degli obblighi e delle limitazioni personali, previsti da leggi e regolamenti, per le funzioni di tutela delle istituzioni democratiche e di difesa dell’ordine e della sicurezza interna ed esterna, nonché per i peculiari requisiti di efficienza operativa richiesti e i correlati impieghi in attività usuranti”.

Ecco, quindi, la specificità tradotta in termini pratici: ai cittadini in uniforme, in considerazione dei loro peculiari compiti, non spettano i medesimi diritti spettanti a tutti gli altri cittadini.  O meglio, ai congiunti disabili degli operatori del comparto competono meno diritti degli altri disabili, come se la parentela con un militare o un poliziotto fosse l’ulteriore sventura occorsa loro.

Ovviamente, la norma sulla specificità non imporrebbe affatto questa assurda soluzione interpretativa, ma è noto come i giudici amministrativi si dilettino da sempre ad ulteriormente circoscrivere i già limitati diritti dei cittadini con le stellette e la norma sulla specificità conferisce loro un valido strumento attuativo.

Va dato conto, per fortuna, della diversa opinione espressa dal TAR Lazio in alcune recenti sentenze, con le quali si è giustamente affermato che “non può condividersi la posizione pure di recente espressa dal Consiglio di Stato (sezione IV, 5 maggio 2011, n. 2707) ”dato che tale rappresentazione finirebbe per creare una ingiustificata disparità di trattamento tra coloro che non appartengono alle Forze Armate ed hanno parenti disabili e coloro che vi appartengono e si trovano nella analoga situazione di assistenza” (sentenza n. 7816/2011 ).

Come si vede, quindi, almeno sul punto, il dibattito è ancora aperto ed è confortante che ancora ci si avveda della “ingiustificata disparità di trattamento tra coloro che non appartengono alle Forze Armate ed hanno parenti disabili e coloro che vi appartengono e si trovano nella analoga situazione di assistenza” determinata dalla sciagurata interpretazione del Consiglio di Stato.

Va detto, tuttavia, che il Consiglio di Stato è giudice di appello rispetto ai TAR e che, quindi, ha l’ultima parola sulla controversie amministrative. Bisognerà, quindi, valutare se il supremo giudice amministrativo saprà e vorrà rimangiarsi una decisione così assurda e discriminatoria per l’intero comparto sicurezza e difesa.
Per il momento, però, possiamo già registrare quali siano i possibili nefasti effetti di una norma che solo nella mente degli ingenui poteva accostare la agognata specificità all’ampliamento dei diritti e che, pertanto, prima di festeggiare l’avvento del relativo principio normativo, ben avrebbero fatto a riflettere sulla abituale tendenza dei giudici amministrativi a mortificare i già ristretti diritti dei cittadini in uniforme.

Insomma, con la norma sulla specificità la fregatura è servita.

1 Commento

  1. Rinnovo contratto comparto Difesa: il Cocer chiede la "quattordicesima" per i militari - GrNet.it - Network su Sicurezza e Difesa

    […] Naturalmente nella stessa sede il Cocer chiederà al governo di allocare specifiche risorse per retribuire la già richiamata “specificità”, mettendo la parola fine ad una annosa questione che – di fatto – ha reso tale concetto solo una scatola vuota, o peggio, come abbiamo avuto modo di scrivere molto tempo fa (leggi gli articoli di repertorio qui e qui). […]

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