Marina: condannato in appello l’ex comandante del “Sibilla” per il naufragio nel Canale d’Otranto

KATER108 morti, condanne confermate dopo 14 anni. Roma, 30 giu – Quattordici anni per arrivare alla sentenza d’appello per il naufragio che il 28 marzo del 1997, giorno del Venerdì Santo per i cattolici, insanguinò le acque del basso Adriatico. Per naufragio e omicidio colposo plurimo la Corte d’appello di Lecce ha condannato a due anni e quattro mesi di reclusione l’ufficiale della Marina militare italiana Fabrizio Laudadio: quella sera era al comando di nave “Sibilla” che si scontrò con una “carretta del mare”, la motonave albanese “Kater I Rades”. Su questa imbarcazione c’erano almeno 120 albanesi, che fuggivano – come migliaia di loro connazionali in quel periodo – dal loro Paese: molte erano le donne e molti i bambini. Molti furono quelli che morirono – 108 persone – nella “pancia” di quella carretta finita presto, dopo la collisione, a 790 metri di profondità e poi recuperata. A tre anni e dieci mesi di reclusione è stato condannato il presunto comandante della “Kater”, Namik Xhaferi, che non ha mai ammesso di essere stato alla guida della motovedetta albanese. Pene leggermente più miti rispetto al primo grado (tribunale di Brindisi, 19 marzo 2005) perchè il reato di lesioni colpose è stato ritenuto prescritto. In quell’occasione Laudadio fu condannato a tre anni, Xhaferi a quattro anni. Confermati i risarcimenti danni – tra i 20mila e i 300mila euro – alle parti civili. Quello in cui avvenne la collisione era il periodo della piena “emergenza albanesi”: a centinaia, su imbarcazioni di fortuna, fuggivano dal loro Paese. La collisione in Canale d’Otranto provocò numerose polemiche, soprattutto perchè fossero chiarite le direttive che il governo allora presieduto da Romano Prodi aveva impartito alla Marina militare italiana per il contrasto alle “carrette del mare” che solcavano l’Adriatico. Polemiche che giunsero fino alla forte presa di distanze di Nanni Moretti, nel film “Aprile” (1998).

sibilla

Corvetta Sibilla

Sulla spiaggia brindisina di “Aprile” il protagonista si lascia andare contro i dirigenti della sinistra, al governo con Prodi, che disertano il luogo della tragedia della Kater I Rades: ”Non gliene frega niente, io me li ricordo alla Fgci, vedevano Happy Days, questa è la loro formazione”. Il 28 marzo ’97 a bordo della “Kater” c’erano 120 persone: i numerosi corpi che finirono a 790 metri di profondità furono recuperati nell’ottobre successivo grazie all’intervento della nave oceanografica “Performer” chiesto dal pubblico ministero inquirente, Leonardo Leone de Castris. La Kater I Rades aveva lasciato il porto di Valona attorno alle 16 del 28 marzo 1997. La tragedia avvenne due ore dopo. Il natante, non appena al largo dell’isola di Saseno, venne avvicinato dalla nave “Zeffiro” della Marina Militare Italiana che poi lasciò a Laudadio e alla “Sibilla” il compito di convincere il comandante del natante albanese a tornare indietro. La nave albanese era di fabbricazione russa ed era lunga 21 metri e larga tre e mezzo: era stata rubata dai gruppi criminali che gestivano il traffico di clandestini nel porto meridionale di Saranda. Il suo comandante, dopo aver ignorato per oltre due ore le intimazioni della fregata italiana “Zeffiro”, fu avvicinata dalla corvetta “Sibilla” a 35 miglia al largo di Brindisi.

Secondo il pm di primo grado, per un concorso di colpa del comandante della “Sibilla”, che voleva fermare la rotta della “Kater”, e di quello della motovedetta albanese, che non ascoltava le intimazioni, ci fu la collisione ed avvenne la tragedia. La motovedetta si ribaltò su un fianco e affondò: 34 furono i sopravvissuti e quattro i cadaveri subito recuperati. Tesi queste ribaltate in appello con la richiesta del procuratore generale, Giuseppe Vignola, di assolvere Laudadio sostenendo che la collisione tra la Sibilla e la Kater era stata causata dalle manovre spericolate del comandante della motovedetta per sfuggire al blocco navale italiano davanti alle coste pugliesi. I giudici, però, non hanno creduto alla pubblica accusa e hanno confermato la sentenza di primo grado. (ANSA)

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