Inseguendo il “Jolly Roger”: le Navi della Marina italiana a caccia dei pirati

Jolly-rogerBordo portaerei Cavour, Mar Arabico, 26 gen – (di Filomena Furlan) Dopo aver visitato i Paesi del Golfo Arabico il 30° Gruppo Navale, guidato dall’Ammiraglio Paolo Treu, continua la campagna “Sistema Paese in Movimento” con il periplo del continente africano. Passando per il Golfo di Aden la portaerei Cavour, la fregata Bergamini, il pattugliatore Borsini e la nave ausiliaria Etna hanno attraversato una zona particolarmente sensibile per quanto riguarda il fenomeno della pirateria.

In un’azione multidisciplinare messa in campo per promuovere l’Italia in quella che possiamo definire “diplomazia della crescita” frutto di una sinergia tra istituzioni, aziende e associazioni Onlus, non ci si può dimenticare che il ruolo di un Paese nella comunità internazionale è determinato anche dal contributo che questo dà in termini di sicurezza globale.

La Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legislazione Marittima del 1982 chiarisce la necessità che tutti gli Stati cooperino il più possibile per la repressione della pirateria in acque internazionali. L’UE è impegnata sul campo con l’ Operazione Atalanta dell’EUNAVFOR; in questa e nell’Operazione Ocean Shield della NATO sono costantemente coinvolte sin dal 2009 le Unità della Marina Militare. Attualmente, infatti, in area è presente la Fregata Classe Maestrale Libeccio che a breve si avvicenderà con il Cacciatorpediniere Mimbelli, entrambe Unità normalmente assegnate al Comando delle Forze di Altura. In più, operano nella stessa area una Combined Task Force tra USA e Alleati e diverse Unità di Corea, Cina, Giappone, Russia, Malaysia, Iran e Arabia Saudita. Queste operazioni, anche se indipendenti da un punto di vista operativo, beneficiano di un meccanismo di coordinamento delle loro attività detto Shared Awareness and Deconfliction Exercise (SHADE).

L’azione antipirateria non si limita all’intervento esterno sul mare e dal mare, ma è volta a coinvolgere anche le marine locali attraverso diverse attività di Capacity Building. Il 30° Gruppo Navale, impegnato nella campagna “Sistema Paese in Movimento”, ha infatti tra i suoi obiettivi principali anche quello di educare ed istruire le marine locali anche riguardo agli strumenti di prevenzione contro gli attacchi dei pirati. Questo avviene non solo in linea teorica, attraverso seminari tenuti dagli ufficiali imbarcati, ma anche dal punto di vista pratico organizzando esercitazioni congiunte.

pirata-somaliaLa povertà e l’instabilità politica che regnano in Somalia, in Puntland particolarmente, hanno contribuito allo sviluppo di uno stato di endemica violenza che alimenta il fenomeno della pirateria lungo i 3025 Km di costa. Con circa 23000 navi che transitano ogni anno il Golfo di Aden e 3 miliardi di barili che passano da Bab al Mandeb, i danni economici non riguardano solo il pagamento dei riscattiper il recupero degli equipaggi dei mercantili sequestrati (per cifre che si aggiravano intorno ai 73milioni di dollari nel 2008 e che sono giunte a 540 milioni di dollari nel 2010) ma anche la perdita di merce (per un valore di 6 miliardi di dollari nel 2008 e di 16 miliardi di dollari nel 2010).

Qualora il fenomeno della pirateria nel bacino somalo e nel Golfo di Aden non venisse arginato, ne deriverebbe una marginalizzazione del Mar Mediterraneo, con un conseguente cospicuo aumento dei costi di trasporto dovuto alla necessità di circumnavigare il continente ( e di farlo più velocemente) per arrivare al Mare Nostrum. In aggiunta, sarebbe inevitabile un ulteriore aumento delle tariffe assicurativeannuali per i cargo (già passate da una media di 200 dollari nel 2008 a 20000 dollari nel 2010).

E’ chiaro che l’intervento sistematico delle forze navali, in corso ormai dal 2008, ha significativamente ridotto gli attacchi dei pirati somali; tuttavia diversi studi evidenziano come il fenomeno stia crescendo pericolosamente lungo la costa occidentale dell’Africa.

Il giro di affari che coinvolge il Golfo di Guinea, però, non riguarda più tanto il sequestro di navi mercantili quanto il traffico di armi, di persone e la pesca illegale. Secondo Adjoa Anymadou, ricercatore di Africa Programme, circa il 40% del pesce proveniente dalle acque dell’Africa Occidentale è pescato illegalmente e costa ai Paesi della regione una cifra valutata 1,5 miliardi di dollari. Inoltre, a pagarne le conseguenze è anche la popolazione locale che vede diminuire l’afflusso di turisti a causa della maggiore violenzacon cui si manifestano gli attacchi di questo nuovo genere di pirateria.

pirateria“E’ fondamentale non sottovalutare il problema, nonostante gli attacchi siano diminuiti negli ultimi anni” dichiara l’Ammiraglio Paolo Treu, alla guida del 30° Gruppo Navale. In un contesto così poco uniforme è necessario mantenersi in stato di allerta e monitorare la situazione, non solo per mantenere un certo livello di sicurezza ma anche per evitare danni economici che coinvolgono in maniera più o meno diretta tutta la comunità internazionale.

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