India, crisi Marò: si va verso una soluzione alternativa al carcere

maro-india4Kollam (India), 6 mar – (dell’inviato Maurizio Salvi) I giudici indiani hanno deciso: i marò devono andare in carcere, ma l’Italia resiste. E il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura è categorico: non saranno detenuti in una prigione comune, sottolinea mentre a notte inoltrata, si parla di una soluzione “ponte”. Della possibilità cioè che i due marò – spiega una fonte autorevole che segue il negoziato – siano ospitati in una costruzione separata, continuando ad indossare la loro divisa e potendo disporre del telefono. In attesa che, in un paio di giorni, sia allestita una struttura ad hoc, come il “police club” di Kollam che li ha ospitati fino ad oggi, a cui attribuire giuridicamente la figura di prigione.

Dopo giorni di relativa quiete la sorte dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, implicati nella morte, il 15 febbraio, di due pescatori indiani nel Mar Arabico, è tornata ad infiammare le relazioni fra Roma e New Delhi quando su richiesta del sottosegretario agli Esteri italiano Staffan de Mistura si sono rifiutati di entrare in una cella del carcere centrale di Trivandrum. I militari italiani ”non possono e non debbono essere detenuti in una prigione per detenuti comuni”, ha spiegato De Mistura in una dichiarazione formulata nell’anticamera del direttore della prigione, mentre la situazione nella nottata indiana era ancora irrisolta. ”Non mi muovo da qui – ha insistito – fino a quando non avremo chiarito una situazione inaccettabile” che può essere chiarita ”applicando il punto 6 della decisione giudiziaria di oggi che prevede la possibilità di collocazione alternativa”, come era avvenuto fino ad oggi in strutture di ospitalità della polizia di Kochi prima e Kollam poi. Al termine di 15 giorni di fermo cominciati il 19 febbraio, i marò sono comparsi ieri davanti al magistrato A.K. Gopakumar che ha disposto il loro trasferimento per due settimane, fino al 19 marzo, nel carcere centrale di Trivandrum, nell’estremo sud dell’India. L’udienza si era aperta con una illustrazione da parte dell’avvocato difensore Suhail Dutt di una petizione formale del governo italiano in cui si chiedeva un trattamento di riguardo per Latorre e Girone, dato che erano a bordo della Enrica Lexie in servizio di Stato, e visto anche il clima ostile nei loro confronti creato dalla stampa indiana.

Curiosamente in disparte, prima in fondo in piedi e poi seduti su una panca, Latorre e Girone in divisa militare e basco hanno seguito il dibattito, scambiandosi di tanto in tanto battute, ma trascorrendo la maggior parte del tempo in silenzio. Rotto solo da una veloce risposta ad una domanda di un cronista italiano: “come state?”, ”andiamo avanti”, le poche parole dei due italiani. Il giudice si è ritirato quindi per oltre un’ora in camera di consiglio firmando una ordinanza in cui stabiliva l’invio dei due in carcere, lasciando però la porta aperta ad una scelta alternativa da parte della Direzione delle prigioni del Kerala. A questo punto, mentre i marò sotto il bombardamento dei flash salivano sulla jeep che li avrebbe portati a Trivandrum, il console generale Giampaolo Cutillo avviava una corsa contro il tempo per far accettare l’ipotesi di una sistemazione in una struttura che non fosse strettamente carceraria. A dare man forte alla richiesta di Cutillo giungeva da New Delhi anche De Mistura che chiedeva ai marò di rifiutarsi di entrare in una cella del carcere comune, interpretando in questo moto la ferma nota della Farnesina che considerava questo stato di cose ”inaccettabile”. Il reperimento di una residenza, certamente sorvegliata, ma adeguata allo status dei due militari era considerato dalla delegazione italiana come un elemento per poi potersi preparare meglio, in attesa della perizia tecnico scientifica sulle armi sequestrate a bordo della petroliera, alla decisiva battaglia rappresentata dalla causa in corso nell’Alta Corte di Kochi sulla territorialità dell’incidente e il diritto internazionale.

In questo ambito le parti si confronteranno ancora domani, anche se non si attende una decisione immediata del giudice P.S. Gopinatha che, dopo aver ascoltato le ragioni per cui l’Italia rivendica la titolarità dell’eventuale processo, permetterà alla Procura indiana di formulare le proprie controdeduzioni. Tutto lascia ritenere che una soluzione definitiva per la detenzione dei marò (dopo tre mesi si potrà richiedere la libertà dietro cauzione), nonchè i risultati delle perizie in corso nell’Istituto scientifico della polizia e la fine della causa sulla giurisdizione internazionale, si avranno in Kerala dopo il voto del 14 marzo che agita il mondo politico locale. E’ anche per questo che, temendo una reazione negativa dell’elettorato composto da molte famiglie di pescatori, ancora oggi il chief minister del Kerala, Oommen Chandy, ha dichiarato in un acceso dibattito al Parlamento che ”le indagini proseguono nella giusta direzione” e che ”nessuna clemenza verrà manifestata per gli imputati” italiani.(ANSA)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.