Guardia Costiera, convegno Welfare Gente di Mare: dal 2008, 37 navi abbandonate nei porti italiani

navi-abbandonateRoma, 5 ott – Dalla fine del 2008 all’agosto di quest’anno ben 37 navi sono state abbandonate nei porti italiani, e a bordo di queste quasi 700 marittimi sono rimasti reclusi in banchina senza salario, viveri, combustibile per il riscaldamento. E’ quanto emerge dagli atti del Convegno nazionale dei Comitati per il Welfare della Gente di Mare tenutosi ieri a Roma presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti alla presenza, tra gli altri, del Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, Ammiraglio Ispettore Capo Marco Brusco, e del Presidente della Confederazione Italiana degli Armatori, dott. Paolo d’Amico.

“L’accoglienza dei marittimi a tutto tondo, senza distinzioni di alcun genere, non nobilita solo lo scalo marittimo, ma la comunità locale in senso ampio che vive intorno al porto”, ha dichiarato l’Ammiraglio Brusco, presidente del Comitato nazionale per il Welfare, ricordando l’impegno profuso dai Comitati territoriali con la sinergia di Capitanerie di Porto, Federazione nazionale Stella Maris, operatori portuali, enti locali, sindacati e volontariato.
“A quella incalzante delle navi abbandonate – ha continuato l’Ammiraglio  – si è ora purtroppo affiancata l’emergenza (anch’essa con gravi implicazioni umanitarie) dei marittimi prigionieri delle navi sequestrate dai pirati nonché delle loro famiglie, costrette a lunghi periodi di angosciosa attesa e di paura”. Anche su questo versante, egli ha aggiunto, il Comitato per il Welfare indirizzerà il proprio impegno, in attesa della ratifica italiana della Convenzione sul lavoro marittimo, MLC 2006.

Due sono i piani di intervento, secondo il Presidente di Confitarma, dott. d’Amico: “Un welfare avanzato per i marittimi in navigazione ed uno territoriale finalizzato ad alleviare in porto la sofferenza di chi ha perso la serenità a bordo”. Welfare e business, egli ha aggiunto, devono saper convivere, e a questo obiettivo tende l’impegno comune di Confitarma e Capitanerie di Porto.
Don Giacomo Martino, Direttore generale dell’Apostolato del mare della Fondazione Migrantes della CEI, ha tracciato le possibili linee di sviluppo del Comitato per il Welfare della Gente di mare, mirate ad un sempre migliore legame tra porto e città (“la città non sempre vede il suo porto”), con l’imprescindibile coinvolgimento del volontariato. A condizione, egli ha precisato, che tale volontariato non sia – benché generoso – improvvisato, ma caratterizzato da una mirata professionalità marittima.

Le navi abbandonate

Il fenomeno dell’abbandono delle navi è sempre esistito, tuttavia negli ultimi trent’anni si è verificato un notevole aumento di casi di abbandono. Per rendere l’idea solo nel 2002 si sono contati 89 casi di abbandono di navi che hanno coinvolto 1.780 marittimi in tutto il mondo (IMO, ILO).
Si parla di abbandono di una nave nel momento in cui l’armatore non adempie ai doveri di mantenimento economico della nave e del suo equipaggio. Si verifica infatti in seguito al suo fallimento economico, a discutibili strategie di riorganizzazione della flotta, o a seguito di un grave incidente della nave. Generalmente il vero e proprio abbandono della nave viene preceduto da alcuni segnali negativi come il mancato pagamento dello stipendio ai marittimi e ai creditori, soste in porti non previste, poca chiarezza riguardo al reale stato economico della compagnia e alle sorti dell’equipaggio.
Dopo alcuni mesi che la nave è ferma in un porto viene dichiarato lo stato di fallimento della nave con atto legale a cui seguiranno il sequestro e il processo che culminerà con la vendita all’asta.
Tutto questo iter burocratico dura in media dai 2 ai 4 anni, periodo nel quale alla nave mancano le risorse principali, come per esempio il carburante. Mentre all’equipaggio, oltre alla mancata retribuzione di diversi mesi, col passare del tempo viene meno anche l’essenziale per vivere come il cibo, l’acqua, il riscaldamento, ecc. Come se non bastasse lo status giuridico del marittimo impedisce all’equipaggio di lasciare la nave, poiché risulterebbe clandestino. Inoltre il rimanere a bordo è l’unico modo per fare valere i propri diritti in attesa della fine del processo.

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