Amianto sotto coperta!

amianto-marinaIl Cocer: 250 marinai morti, centinaia i malati. (di Silvia D’Onghia – Il Fatto Quotidiano) Mesotelioma: tumore maligno derivato dal tessuto mesoteliale. La localizzazione più importante è a livello pleurico.

La sintomatologia può essere assente o rappresentata da dolore toracico e difficoltà respiratorie, con o senza tosse secca”. Questa è la definizione che il dizionario dà di quella forma di tumore ancora incurabile. Un male che uccide in pochi mesi e che siamo abituati ad associare ai minatori e a coloro che hanno avuto a che fare con l’amianto (messo al bando, in Italia, nel 1992). Non tutti sanno che, tra questi ultimi, ci sono anche i marinai. O almeno quelli che hanno prestato servizio sulle navi militari fino al 2005, quando si è compiuto il disarmo definitivo.
Negli anni precedenti, all’interno delle navi militari italiane, tutto era coperto dall’amianto, dai macchinari alle tubature alle cabine. Secondo il Cocer Marina, la rappresentanza sindacale interna, 250 sono i morti accertati, ma si stima che almeno 400 persone siano decedute per mesotelioma. Se si pensa che la media nazionale è di uno ogni 40 mila abitanti, quella tra i marinai è di 200 volte superiore. E non sappiamo cosa accadrà nei prossimi anni, considerando che gli effetti dell’esposizione all’amianto si vedono dopo 20 anni.
Centinaia sono i malati di asbestosi, una malattia che non uccide ma che colpisce i polmoni fino a rendere impossibile fare una rampa di scale. In difesa delle vittime, il Cocer combatte da dieci anni. Da quando, nel 1999, una prima delibera chiedeva al Capo di Stato maggiore di conoscere quali rischi avesse incontrato il personale imbarcato sulle navi. Anni di richieste, studi, interrogazioni, fino a quando, nel maggio del 2004, lo Stato maggiore risponde al Cocer: “Per quanto attiene all’argomento dell’amianto, non risulta alcuna documentata notizia circa un’incidenza anomala di tumori nella popolazione militare. In merito, comunque, si promuoveranno specifici interventi legislativi finalizzati ad estendere al personale militare i benefici di legge già previsti in materia per i dipendenti privati”.
Sembra una contraddizione in termini. Eppure, in quegli anni, di amianto si parla, eccome, la stessa Marina “disarma” le navi, e i marinai continuano a morire.
Ma nessuno li considera vittime o invalidi del dovere. In realtà già dall’anno precedente, il 2003, la Procura di Padova sta indagando su quelle morti sospette. È un fiume in piena. Dal capoluogo veneto fascicoli, cartelle cliniche e certificati di morte vengono smistati sul tavoli dei procuratori di mezza Italia. Lo scorso 17 settembre il gip di Padova ha rinviato a giudizio sei ammiragli e due generali, con l’accusa di omicidio colposo, il processo si aprirà il 12 gennaio 2010. “Una notizia che dà speranza a tutte le famiglie -spiega il capitano di fregata Alessio Anselmi, presidente del Cocer Marina- speriamo che questo contribuisca a sbloccare gli otto disegni di legge fermi da anni in Parlamento”. Alla fine di agosto 2009 la Difesa ha risarcito i famigliari di due vittime dell’amianto, elargendo (con la formula delle transazioni) 800 mila euro per un caduto sottufficiale e 850 mila per un capitano di vascello. Una goccia nel mare.

LA TESTIMONIANZA


MIO MARITO ABBANDONATO DALLA MARINA
Mio marito è morto nel 1988. Tumore al mediastino. Aveva 35 anni”. Si commuove ancora oggi, Tina Leone, vedova di Luigi, uno delle centinaia di marinai morti per l’amianto con cui erano ricoperte le navi militari. Luigi si era imbarcato a 16 anni sul Vittorio Veneto; in tutto aveva sulle spalle 19 anni di servizio, 7 e mezzo dei quali a bordo. Nell’88 il più grande dei suoi tre figli aveva nove anni, la più piccola tre mesi. Tutto cominciò con un dolore alla spalla sinistra.
“Io pensai che avesse preso un colpo d’aria -spiega Tina- sei mesi dopo non c’era più. E allora cominciò il vero calvario. Io, madre di tre figli piccoli, che la Marina voleva sfrattare dall’alloggio militare. Pur essendo tarantina, decisi di rimanere a La Spezia per il futuro dei bambini”. All’epoca, tre medici scrissero che il marito morì per cause di servizio, ma di amianto ancora non parlava nessuno . “Se ne cominciò a parlare nel 1992. Chiesi la pensione privilegiata, mi fu negata. Il mio avvocato, che era un ex ufficiale di Marina, mi consigliò di fare causa. Ancora oggi aspetto una risposta dai Tribunali”. Tina si sente abbandonata, ma non perde le speranze: “Ho detto ai miei figli: se io muoio, andare avanti. Lo dovete fare per vostro padre”. (s.d.)

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