Afghanistan: Silvia, il sottotenente di vascello che governa la base di Bakwa

silvia-russoBakwa (Afghanistan), 7 gen. – (dall’inviato Enzo Castellano) Se non fosse per Silvia Russo, “qui non si mangerebbe! Oppure non sapremmo dove procurarci il carburante per i mezzi, o altro ancora per il funzionamento della missione. Dalla cosa più semplice alla più complessa…”. Capelli lunghi biondi, che però deve portare raccolti; occhi celesti; un bel sorriso; bella presenza; grado sottotenente di vascello (equivalente a quello di tenente nell’Esercito), Silvia, 32 anni, nativa di Latina e in servizio al Reggimento San Marco della Marina militare, di stanza a Brindisi, “governa” l’avamposto Lavaredo a Bakwa, sede della Task Force South-East, unità di manovra del Regional Command West in Afghanistan affidato al contingente italiano. E’ lei il “motore” o, se preferite, il “combustibile” della task force, in questo periodo rappresentata appunto dal Reggimento San Marco comandato dal capitano di vascello Giuseppe Panebianco, che sta operando nella estesa provincia di Farah controllando i distretti del Gulistan, zona montagnosa, e di Bakwa, zona desertica. Silvia è capocellula della logistica, come dire che tra le sue mani passa – e quindi il sì o il no – tutta la documentazione che riguarda la vita della base e anche dei due COP (Combat Outpost) in attività nell’area, Snow e Ice. E’ suo il compito di essere il supporto alle truppe, ovvero garantire rifornimenti, viveri, gasolio, munizioni. A sceglierla per questo incarico delicato è stato lo stesso Panebianco: “Ho puntato su di lei – dice – perchè è brava. Era già componente del plotone logistico a Brindisi e l’ho scelta come capocellula. E non avevo dubbi sulle sue capacità e sulla riuscita”.

silvia-russo1Silvia RussoA inizio 2011 le è stato comunicato che si sarebbe occupata della logistica a Bakwa e nel giro di pochi mesi si è passati dalle parole ai fatti. A Pasqua di un anno fa Silvia è venuta qui, ha fatto un sopralluogo, si è resa conto dal vivo di cosa significhi e quanto sia importante assicurare la logistica per un avamposto come questo e in una zona così difficile dal punto di vista dei collegamenti, oltre che per le sue caratteristiche orografiche. Ad agosto è entrata in attività, così da essere pronta quando a settembre il Reggimento San Marco ha preso il posto del 186° Reggimento paracadutisti della Folgore, e Silvia è diventata il punto di riferimento della logistica. Laurea in Scienze organizzative e gestionali, ora è iscritta al corso di laurea magistrale in imprese e pubblicità all’Università di Viterbo. Questa in Afghanistan è la sua prima missione in assoluto. “La sensazione? Tanta carica, tanta grinta, voglia di fare esperienza all’estero”, racconta. E quanto al rapporto con i maschi, “sono 5 anni che lavoro con loro, sono abituata ad averli accanto. L’impressione è positiva. E’ bello lo spirito di gruppo, condividere emozioni, è un’esperienza bellissima”. Nella base di Bakwa, come in altre basi, al calar del sole si sta al buio, o quasi: è una necessità, per motivi di sicurezza non si vuole offrire un riferimento fisso e certo agli “insurgent”. E allora al buio forzato si fa fronte con piccole torce tascabili, e così la sera tra una tenda e l’altra, nei camminamenti, nelle aree più ampie dell’avamposto “Lavaredo” vedi tanti piccoli occhi luminosi che sembrano danzare come le lucciole. E si apprezza tanto – dice Silvia – la luce delle stelle.  In effetti Silvia ha ragione, il cielo afghano è straordinariamente stellato, e in questi giorni è sgombro di nubi. Lei non nasconde ovviamente che il pericolo non va sottovalutato: “non siamo in un residence, non siamo in un villaggio vacanze, il pericolo c’è sempre ma comunque cerchiamo di vivere tranquilli pur avendo la dovuta attenzione. E’ evidente che chi esce di pattuglia possa anche avere timore, paura, mentre la mia è una paura diversa: legata alla logistica”. Il comandante Panebianco segue il colloquio a distanza, discreto e con il sorriso convinto di chi sa di aver fatto la scelta giusta. E poi rivela: “Lei riesce a trovare quelle alchimie logistiche particolari per cui tutto funziona come io voglio. Come faccia non lo so, è una sua alchimia”. Silvia ascolta, coglie e sorride anche lei. Un solo cruccio: ha dovuto rinunciare al vezzo di portare i capelli sciolti, mentre agli orecchini non ha rinunciato, anche se sono fissi al lobo, senza pendenti. La stretta di mano finale è decisa e forte. Quasi maschile, verrebbe da dire se non fosse che si rischia di offenderla. E infatti, sorridendo ancora, ti scruta con altrettanto fare deciso. (AGI)

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