Militari dell’Esercito rubavano dallo spaccio alla “Cecchignola”

cecchignolaIl difensore: “Refurtiva tutta già restituita”. Roma, 22 ott – Sigarette, schede telefoniche ma anche un centinaio di euro in contanti, confezioni di cioccolatini o pile per radio portatili. Tre militari dell’Esercito Italiano devono rispondere dell’accusa di furto aggravato per aver svaligiato lo spaccio della caserma militare “Scuola delle trasmissioni della Cecchignola” forzando con violenza la porta d’ingresso dell’esercizio. Il colpo è stato effettuato dai tre militari verso l’una di notte del 26 novembre 2006. La mattina seguente il titolare dell’esercizio all’interno della caserma, un civile, ha trovato lo spaccio devastato e quindi ha sporto denuncia ai carabinieri. Sono state quindi avviate le indagini e il comandante della compagnia ha assunto informazioni da alcuni caporali della caserma i quali hanno riferito di aver visto, proprio verso l’una di notte del 26 novembre, tre loro commilitoni vestirsi e allontanarsi dalle camere con fare sospetto, nonostante fosse già suonato il silenzio.

I tre imputati, difesi dagli avvocati Gianluca Arrighi e Emanuela Santarelli, sono stati quindi convocati dal comandante e in breve hanno confessato e restituito tutta la merce rubata. Due di loro hanno optato per il giudizio abbreviato e sono stati condannati a 2 mesi e 20 giorni di reclusione. Per il terzo militare, che ha deciso di non optare per riti alternativi, il dibattimento inizierà invece il prossimo 7 febbraio davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Roma. L’avvocato Arrighi ha spiegato: “Il processo è stato correttamente incardinato dinanzi al tribunale ordinario e non a quello militare poichè il furto è stato commesso ai danni di un civile, nonostante l’esercizio commerciale dal lui gestito si trovi all’interno della caserma. Il fatto che gli imputati abbiano restituito tutta la refurtiva prima del giudizio – ha aggiunto il penalista – rappresenta una specifica circostanza attenuante della quale il giudice non potrà non tener conto nell’emettere la sentenza”.

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