Luca Barisonzi: per l’alpino ferito sei mesi di angoscia

barisonziIl padre: «Luca partito convinto di portare la pace, ora lo Stato non dimentichi». Milano, 31 gen (di Erika Camasso) – «Anche se non  leggerai tutto questo, noi siamo qui… Devi farcela … Un vero soldato non molla mai». Da due settimane il volto sorridente di Luca Barisonzi, 20 anni, caporalmaggiore dell’8° Reggimento degli alpini ferito gravemente in Afghanistan nell’attentato in cui è rimasto vittima il commilitone sardo Luca Sanna, accompagna ogni giorno le decine di messaggi di incoraggiamento e solidarietà sulla pagina di Facebook del gruppo “Luca Barisonzi siamo con te e la tua famiglia“, creato appositamente dagli amici virtuali.

Il giovane alpino e tomato in Italia e ricoverato alI’ospedale Niguarda di Milano: e ancora intubato e sedato, paralizzato dalla testa in giu da una lesione midollare che potrebbe costringerlo per tutta la vita su una sedia a rotelle. Alcuni giomi fa Luca è stato sottoposto ad un secondo intervento; ma solo tra sei mesi, si potrà sapere se il soldato potrà tornare a muovere gli arti.

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Luca Barisonzi

«L’aspetto sanitario a in leggero miglioramento, ma i medici non si pronunciano perchè le schegge presenti nel corpo di mio figlio impediscono di eseguire la risonanza magnetica che comporterebbe troppi rischi», spiega il papà di Luca, Fabio Barisonzi, carabiniere in servizio ad Aglie (Torino). Originario di Voghera, Luca si e trasferito nel 2oo7 a Gravellona Lomellina, piccolo centro in provincia di Pavia, insieme alla mamma, Clelia Novella, maestra d’asilo, e al fratello Paolo, alla Cascina Nidasio, la tenuta dei nonni paterni, proprietari terrieri e titolari di un maneggio. La passione per lo sport, due anni in prima fila nella squadra di calcio locale, il volontariato in parrocchia, poi, nel 2009, la decisione di interrompere gli studi all’istituto alberghiero “Cossa” di Pavia per arruolarsi nell’Esercito con la precisa intenzione di partire per le missioni di pace all’estero.

«Una decisione presa con grande dispiacere mio e della mamma di Luca  – confessa Fabio Barisonzi -. Inizialmente abbiamo cercato di convincere nostro figlio a ripensarci. Quando abbiamo capito che quella era la sola strada che voleva percorrere, lo abbiamo sostenuto». Questa in Afghanistan per Luca era la prima missione all’estero. «Era partito a settembre – continua papà Fabio – convinto di contribuire a portare la pace in un paese straniero».

Convincimento che spinge ora il padre dell’alpino a rispondere alle dichiarazioni di monsignor Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova, secondo cui i militari italiani in Afghanistan non sarebbero da considerare degli eroi: «Da padre – commenta il carabiniere – posso dire che Luca è sempre stato animato dal desiderio di fare qualcosa per la sua nazione e per gli altri. Ci sono tanti giovani che pianificano il loro futuro spinti dal cuore, e non dal portafogli…».

Nei prossimi giorni Luca Barisonzi contatterà la famiglia del compagno Luca Sanna. «Gli abbiamo detto che lui non ce l’ha fatta – racconta ancora il padre -. Con le uniche forze che aveva, mio figlio ha pianto. Poi ha detto, “scusatemi”. Con un filo di voce. «Al ministro La Russa che ci ha fatto visita, abbiamo detto che non permetteremo allo Stato di dimenticarci. Comunque vada, la vita di nostro figlio sarà difficile. Lo Stato ha preso un impegno preciso. Per il mio Luca, per Luca Sanna e per tutti gli altri Luca che all’estero sentono di svolgere niente di più che il loro dovere». (Corriere della Sera)

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