I militari uccisi in Afghanistan, le loro storie. Tre di essi avevano solo 26 anni

militari-uccisi-kabul

Roma, 17 set – I sei militari italiani rimasti uccisi nell’attentato di Kabul fanno tutti parte della Folgore, distaccati a Siena, dove da questa mattina è ammainata a mezz’asta la bandiera in segno di lutto. E cala il lutto nei paesi e nelle città da cui sono partiti, man mano che le vittime di Kabul prendono un nome e un volto. La Difesa ormai li ha resi noti tutti.

Prima che i nomi fossero resi noti le agenzie battevano una indiscrezione: uno di loro è sardo. Infatti il primo nome che viene diffuso è quello di Matteo Mureddu. Aveva 26 anni, era nato a Solarussa, un piccolo comune della Sardegna, in provincia di Oristano. Suo padre fa il pastore e possiede un piccolo gregge. Da qualche anno, invece Matteo, si era trasferito a Uopini, nel Comune di Monteriggioni, vicino Siena.

Antonio Fortunato, 35 anni, era originario di Lagonegro, in provincia di Potenza. Era lui che comandava la pattuglia della brigata Folgore colpita dall’attentato questa mattina. Lascia la moglie e un figlio piccolo. “Era un uomo grande, maestoso, che amava profondamente il suo lavoro”, racconta tra le lacrime Antonietta, sua cugina, che accoglie i parenti nella casa dei genitori di Fortunato, a Tramutola, nella campagna potentina, mentre genitori e i fratelli (Alessandro e Teresa) sono in viaggio per raggiungere moglie e figlio di Antonio, che sono in Toscana, a Badesse, in provincia di Siena, dove Antonio si era trasferito. “Amava il suo lavoro”, dice ancora la cugina.

Un “dolore troppo grande”, dice tra le lacrime Anna, Randino, la mamma di Massimiliano Randino, primo Caporal maggiore. Massimiliano, 32 anni, era nato a Pagani, in provincia di Salerno. Era sposato e viveva a Sesto Fiorentino, dove è di stanza il suo battaglione, mentre il padre e la madre vivono a Nocera Superiore, in un condominio modesto a tre piani.

Gian Domenico Pistonami, Caporal maggiore, veniva da Lubriano, un paese di mille abitanti che si affaccia sulla valle dei Calanchi, al confine tra il Viterbese e il Ternano. Aveva 28 anni, era figlio unico ed era fidanzato con una ragazza. Il padre, Franco, 55 anni, è operaio in una ditta d’impianti elettrici. La mamma Annarita, di 47, casalinga.

Roberto Valente, 37 anni, era napoletano. Ieri sera era ancora a Napoli, con la famiglia. Una licenza di quindici giorni. Poi oggi il rientro in Afghanistan. Il convoglio su cui si trovava al momento dell’attentato, un mezzo pesante che tante volte ha salvato i militari a bordo da attentati minori, lo avrebbe dovuto riportare dall’aeroporto alla base militare. Sua madre attendeva in mattinata una telefonata, per sapere se il viaggio di rientro era andato bene; invece della comunicazione del figlio è stata raggiunta da una delegazione dell’Esercito italiano. “Tutti i nostri congiunti sanno che tipo di lavoro facciamo, e hanno nell’animo una piccola preparazione, per quanto possa sembrare assurdo, a questi momenti. Quando un militare cade, la famiglia chiede anche degli altri: quanti sono i soldati coinvolti? Chi sono? Insomma, si pensa a tutti”, dice il colonnello Masiello, il militare che ha avuto il compito di dare la notizia alla famiglia di Roberto.

Davide Ricchiuto, primo Caporal maggiore, era nato in Svizzera, a Glarus. Ma viveva nel Salento, a Tiggiano, con la sua famiglia. (foto Repubblica.it)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.