Generale Masiello: “restiamo e muoriamo in Afghanistan, le scelte politiche spettano a Roma”

generale-MasielloHerat (Afghanistan), 9 lug – (di Barbara Schiavulli) L’operazione è in corso: caccia a capi Taliban. Non si può dire dove fino a quando non sarà finita. “È imponente”, assicura il generale Carmine Masiello, comandante della Brigata Paracadutisti Folgore e da marzo della regione occidentale dell’Afghanistan. Fino alle due e mezza di notte è rimasto con i suoi uomini a pianificare l’intervento.

Una serata piena per la base di Herat, con 4 colpi di mortaio che esplodono vicino e le sirene che invitano a scendere nei bunker stretti nei propri giubbetti antiproiettile in attesa che l’allarme cessi. “Quanti sono i militanti? Centinaia. È’ abbastanza difficile avere un quadro preciso. Si muovono velocemente per non essere individuati. Cercano di andare, dove noi non siamo”, dice il generale promettendo che il mese di luglio ci saranno molte operazioni.

Sono giorni decisivi a Herat, manca poco alla consegna ufficiale della responsabilità della sicurezza dai militari italiani a quelli afghani. Forse questa settimana, forse la prossima. Per paura di attentati le autorità afghane non dicono neanche il giorno esatto. “Siamo velatamente preoccupati e occupati a evitare che qualcosa possa accadere. Un attentato terroristico nel giorno della transizione avrebbe una visibilità elevatissima. L’attività di prevenzione è fatta dalla polizia afghana e dai servizi d’intelligence”.

Qui e in altri sei posti in Afghanistan inizia la transizione che terminerà nel 2014 con il ritiro delle truppe straniere. Tutto dipende dalla preparazione dell’esercito e della polizia afghana: “La polizia si sta rendendo sempre più autonoma. Conducono da soli operazioni anche di notevole spessore. Tra addestramento e mentoring sono cresciuti, anche se nella logistica sono un po’ carenti. Ma hanno le capacità di base. Durante le operazioni ci chiedono quello che ancora non hanno: l’evacuazione medica, il supporto aereo, l’intervento sugli ordigni”.

Ottimista il generale, forse gli afgani ce la faranno, intanto in Italia si è votato il rifinanziamento delle missioni all’Estero, quella in Afghanistan non è stata toccata, ma il ministro della Difesa La Russa sostiene che potrebbero rientrare dei militari: “È una decisione politica. E a questo ci adeguiamo. Con la transizione in corso, man mano che vengono passate porzioni di territorio alle autorità afghane si potranno fare delle valutazioni, però sarà la situazione del momento a stabilire se sia possibile diminuire il livello di forze. In questo momento per noi è adeguato, non si risolve il problema con più militari della Nato, sono gli afgani il centro di gravità, noi siamo in supporto a loro. Nel Gullistan e a Baqwa (sud) li stiamo raddoppiando”.

Sicurezza, sviluppo e governance, sono le parole magiche per un Afghanistan stabile. La strategia operativa di Masiello è cominciata quando ancora era in Italia, lo ha portato a concentrare lo sforzo a nord. “L’operazione è andata a buon fine, i risultati sono ottimi, sono già in contatto con il mio successore, e toccherà a lui decidere come continuare. Su questo influiscono diversi fattori, tra i quali quello climatico, nel nord d’inverno è complicato”.

Il ricordo della morte del caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo, rimasto ucciso una settimana fa su un ordigno, è ancora fresco nella base di Herat, e infastidisce che ogni volta che un soldato muore si gridi al ritiro. “Un militare viene qui perché è mandato. La maggioranza degli italiani ci sostiene. Il comandante di compagnia che ha accompagnato la salma di Gaetano, che tra l’altro è l’unico comandante di compagnia donna di tutta la brigata paracadutisti, doveva tornare a Baqwa, una zona dura, le ho detto di prendersi un paio di giorni, mi ha risposto: ‘Non ci penso proprio, devo tornare, perché è lì che sono i miei uomini’. Ogni giorno mi confronto con i soldati e hanno una serenità e una tranquillità incredibile. Perché è importante restare? Perché ci sono 39 morti a cui rispondere, per loro bisogna portare a termine questa missione, lo dobbiamo a loro”. (Il Fatto Quotidiano)

 

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