Esercito: a Lampedusa parla arabo e tigrino. Tre soldati fanno i “mediatori” culturali

esercito-arabi-lampedusaLampedusa, 21 tt – (di Angela Abbrescia) Si chiamano Ahlame Boufessas, Aynour Kchouk e Romano Pala, sono italiani di origine africana, le loro storie sono diverse ma li accomuna il fatto di appartenere all’Esercito italiano.

E ora la forza armata ha deciso che le loro origini e competenze linguistiche possono essere utili per aiutare i migranti sbarcati a Lampedusa e ospitati nel Centro di prima accoglienza e stabilire con loro un contatto. Inutile dire che la presenza dei tre giovani militari dai tratti somatici simili ai loro e che capiscono e parlano la loro lingua è stata accolta con sorpresa e sollievo dagli immigrati presenti nel Centro lampedusano.

Ahlame Boufessas è una soldatessa nata in Libia da genitori marocchini, Aynour Kchouk è nato ad Ancona da genitori tunisini e Romano Pala ha avuto i natali in Eritrea, ad Asmara, da padre sardo e madre eritrea. Da tre giorni sono arrivati sull’isoletta siciliana nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”, che vede circa 5.000 militari collaborare con le forze di polizia in varie zone d’Italia – in Val Susa ad esempio vigilano sui lavori per l’Alta velocità – e che a Lampedusa ha il compito di sorveglianza nel Centro di prima accoglienza.

Lampedusa fa parte del raggruppamento Sicilia occidentale che è agli ordini del colonnello Marco Buscemi, comandante del Sesto Reggimento Lancieri. “Il contingente è a Lampedusa da quasi cinque anni – precisa all’ANSA il maggiore Massimo Carta – con il compito principale di sorveglianza del Centro di accoglienza, ma la pattuglia si muove anche nel paese per controllare ad esempio i barconi sotto sequestro giudiziario. Nelle fasi di emergenza, abbiamo anche fatto l’osservazione della costa per avvistare eventuali cadaveri (compito ora rientrato perchè il grosso delle vittime dei naufragi è stato recuperato) e abbiamo collaborato con le forze dell’ordine per trasportare i cadaveri all’interno dell’isola, dal molo fino all’hangar per il riconoscimento. Abbiamo portato 350 cadaveri in questi giorni, l’ultimo proprio oggi, non è stato un compito facile”.

E’ in questa situazione che è nata l’idea di inserire nel personale di stanza a Lampedusa militari di seconda generazione che parlano arabo e tigrino, le lingue della maggioranza dei migranti sbarcati sull’isola nelle ultime settimane. Per dare modo agli stranieri di avere informazioni, sfogarsi raccontando le loro drammatiche traversate, stabilire un contatto umano. Ahlame Boufessas è una soldatessa dal viso dolce, che proviene dal terzo reggimento alpini di Pinerolo. Racconta di aver parlato con tanti ospiti del Centro, che le hanno raccontato le loro esperienze, il loro viaggio. “Racconti piuttosto duri – ammette – si vede la sofferenza nei loro occhi, si percepisce dai loro racconti”. Certamente, “trovarsi di fronte una persona che comunica nella loro stessa lingua li fa sentire rassicurati. Vedendoci, si avvicinano, ci parlano. Per qualsiasi problema vengono da noi e noi riferiamo alle forze dell’ordine”.

esercito-arabi-lampedusa1Aynour Kchouk è l’unico dei tre nato in Italia. “Mio padre, tunisino, è venuto qui negli anni ’70 e ha fatto il pescatore” racconta. Parla arabo, e poichè nel Centro di Lampedusa ci sono molti siriani questo aiuta molto: “quando trovano una persona con la divisa che parla l’arabo si sentono più sicuri, cercano di fare amicizia. Raccontano le loro storie, non è stato facile per loro arrivare da noi”. Storie drammatiche, “per paura di morire si cerca di emigrare in altri Paesi. Io capisco quello che provano, so quello che desiderano, che pensano”. Dice, il caporalmaggiore Kchouk, che gli ospiti del Centro “sono contenti di stare qui e di come vengono trattati. Le condizioni del centro non sono ottimali, ma rispetto a quello che hanno vissuto… L’importante è aver trovato un posto sicuro”.

Romano Pala, nato ad Asmara, ha vissuto lì fino all’età di 18 anni. “Laggiù – spiega – ci sono enormi problemi, anche di libertà”. Sono tanti gli eritrei nel Centro di accoglienza, molti hanno parlato con lui del loro viaggio. “Per lo più sono bambini e famiglie che vengono divisi, sbattuti di qua e di là, non si vedono da tanto tempo”. Emozione? “Tanta”. E chissà, magari conoscere questi militari dai tratti familiari e che parlano la loro lingua farà sognare a qualcuno dei giovani migranti un futuro in divisa. (ANSA)


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