Afghanistan, Miotto: “seppellitemi tra i caduti di guerra”. Il papà: ditemi come è morto mio figlio

alpini-miottoThiene (Vicenza), 1 gen – (dell’inviato Michele Galvan) La sua vita era in Afghanistan. Lo aveva detto anche poco dopo Natale ai genitori, Matteo Miotto , il giovane alpino con gli ideali di un tempo ucciso ieri in Afghanistan. Era di guardia alla base avanzata “Snow”, nella valle del Gulistan, la parte più pericolosa del settore ovest affidato al controllo dei militari italiani, quando un cecchino lo ha centrato: un colpo solo, letale. Un ragazzo 24enne che credeva alla Patria e ai valori militari, Matteo. Che da soldato aveva fatto testamento, chiedendo di essere sepolto con chi aveva sempre ammirato: i caduti di guerra. Sapeva che per loro c’è un’area riservata nel cimitero di Thiene.

Un desiderio che purtroppo la sua città, nel più mesto 1 gennaio che qui si ricordi, si appresta ad esaudire. Prima però, dovrà essere fatta chiarezza su come il caporal maggiore è morto. Le versioni contrastanti sul punto in cui il proiettile del cecchino l’avrebbe raggiunto – alla spalla, oppure al fianco – non hanno convinto il papà del ragazzo, Francesco Miotto, 63 anni: ”adesso devono dirmi come è morto Matteo”. Il nuovo lutto tra i militari italiani fa discutere anche la politica. ”Il problema è che quelli che non tornano sono troppi” dice Umberto Bossi, ammettendo tuttavia che ”se gli Stati Uniti non fossero andati in Afghanistan avremmo il terrorismo in tutta Europa”. Sulla presenza italiana in Afghanistan, il governatore Luca Zaia ritiene peraltro ormai ”indifferibile una exit strategy. Non possiamo più restare inermi nel constatare come quella che era nata come missione di pace si sia trasformata in un tragico bollettino di guerra”.

Oggi nella villetta di via Ferrarin, a Thiene, c’è un silenzio spesso che dura dal pomeriggio di ieri, quando un ufficiale italiano dall’Afghanistan ha telefonato: «è un’esperienza che non auguro a nessuno per la sua brutalità», spiega Francesco Miotto. «Chi è in linea mi chiede se sono il papà di Matteo Miotto, rispondo di sì, e dall’altra parte proseguono»: “suo figlio è deceduto”’.

I vicini di casa, la gente che conosce la famiglia e quella fede del loro figlio per il lavoro militare, ha saputo poco dopo, dalle tv. Nessuno ha festeggiato il 2011. Ieri sera non un botto, non un petardo ha osato violentare quel silenzio carico di rispetto per i genitori di Matteo. Stamani, mentre papà Francesco e la mamma Anna Dal Ferro, 55enne, si apprestavano a partire per Roma assieme alla fidanzata di Matteo, Giulia, che con i suoi 22 anni non riusciva a frenare le lacrime, qualcuno nell’appartamento accanto ha legato un Tricolore unito ad una penna da alpino. Ora c’è il dolore, ma anche la richiesta di verità da parte dei familiari dell’alpino ucciso mentre, a quanto pare, era di guardia in una garitta. «E’ legittimo chiedere come è morto un figlio», dice Francesco con dignità e fermezza. «E’ poco chiaro quello che è successo. Non voglio contestare niente, ma non capisco come un proiettile che arriva alla spalla possa colpire organi vitali». «Ieri – prosegue – mi hanno detto che era stato ferito alla spalla, adesso si parla di un colpo che l’avrebbe raggiunto al fianco. I dubbi non li ho avanzati io, ci sono delle versioni discordanti. Lo posso capire, nei momenti concitati del fatto. Ma noi familiari vogliamo capire cosa è successo. L’autopsia la faranno per questo».

«Con Matteo ci siamo sentiti al telefono l’ultima volta dopo Natale e avevamo in programma una grande festa con gli amici e i parenti quando sarebbe tornato a fine gennaio», dice la mamma del giovane alpino, Anna. «Matteo mi diceva sempre: “mamma io tornerò a casa per la famiglia – aggiunge la donna – ma la mia vita è qui, in Afghanistan”. Ce l’aveva nel sangue il mestiere dell’alpino, la voglia di aiutare gli altri. Io ho appoggiato sempre le sue scelte». «Mio figlio era così – sottolinea – Non è vero che tutti questi ragazzi che vanno in missione di pace all’estero lo fanno solo per i soldi». Matteo e la passione per le “guerre”, quelle di cui parlava sempre con il nonno materno, Antonio, anche lui alpino. Matteo e la passione per la montagna, che lo accomunava al papà, e lo portava a partire zaino in spalla da solo per trascorrere la notte sul Pasubio. Matteo e Giulia, la sua fidanzata da sei anni, che adesso appare più disperata di tutti mentre ai cronisti, con le lacrime che gli corrono sul bel viso, dice solo ”sì”, lei e il suo alpino si volevano sposare. In serata i commilitoni di Matteo, ad Herat, lo hanno salutato per l’ultima volta. La bara, avvolta nel tricolore, è stata trasportata a bordo di un camion fino al C-130J che domani alle 11 sarà all’aeroporto di Ciampino. Dopo l’autopsia, la camera ardente, dalle 16.30 alle 19 al policlinico militare del Celio. Lunedì alle 11, nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli, le esequie solenni. Martedì alle 10.30 la cerimonia funebre nel duomo di Thiene. (ANSA)

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