Afghanistan: la trappola costata la vita ai sei parà

attentato-kabul3Roma, 19 set – “Sulla White road, la strada che conduce all´aeroporto di Kabul, la buca dell´autobomba e’ grande come la ruota di un camion, e piena d´acqua sporca. Gli afgani hanno lavato subito tutto, si lamenta un ufficiale, lasciandoci appena il tempo di raccogliere le prove”. È il racconto di REPUBBLICA. “Ma non bastano rottami e poveri resti a ricostruire quello che e’ successo nella maledetta mattina di giovedi’, quando sei soldati italiani e una quindicina di afgani sono rimasti uccisi a due passi dal piazzale intitolato a Massoud, nel cuore della capitale afgana. Secondo una prima ricostruzione che circola a Camp Invicta ma che non trova conferme ufficiali, in agguato sulla White non c´era solo un´autobomba, ma una trappola complessa’: dopo l´esplosione i militari italiani superstiti sono scesi dal Lince danneggiato e – raccontano alla Folgore – si sono visti bersagliare da colpi di armi leggere. Assordati dalla deflagrazione, stravolti dalla vista del loro mitragliere ucciso dall´onda d´urto, i quattro para’ sopravvissuti hanno sparato anch´essi. ‘E´ stata una battaglia, durata tre minuti interi, in pieno centro’, dicono al contingente italiano. Non e’ chiaro se qualche colpo e’ andato a segno, o se lo scontro abbia causato perdite fra i passanti, gia’ decimati dalla bomba. Pero’ dopo l´allarme, quando e’ arrivata la ‘Forza di reazione rapida’non c´era traccia di elementi ostili. E al comando centrale della missione questa ricostruzione non trova nessuna conferma: ‘A noi non risulta niente del genere’, dice il portavoce della missione Isaf, ‘ma il quadro e’ ancora nebuloso, per avere chiarezza bisognera’ aspettare la fine dell´inchiesta’. Poi il portavoce aggiunge che ‘a parlare di sparatoria e’ solo il farneticante comunicato di rivendicazione dei Taliban, che accusa gli italiani di aver sparato sulla

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Il luogo dell’attentato

gente'”. “Ma Kabul la vita va avanti. Accanto al cratere un giovane in camicione bianco gesticola, altri lo stanno ad ascoltare, ma il traffico, separato solo da una striscia di plastica bianca e rossa, non si ferma. Nessuno si aspettava che gli “insurgents” colpissero cosi’ pesantemente nel centro della citta’. L´obiettivo con tutta probabilita’ non era il contingente italiano, ma il primo convoglio occidentale a portata di mano. Un altro gruppo di mezzi italiani era passato da dieci minuti, lo stesso comandante appena mezz´ora prima. L´autobomba, smembrata dall´esplosione al punto che ancora non e’ chiaro se fosse l´ennesima Toyota Corolla o qualche altro modello, aveva a bordo da 150 a 200 chili di esplosivo artigianale, di quello ottenuto mescolando gasolio al fertilizzante. ‘Forse era quello stesso che gli portiamo noi per le colture di zafferano e di gelso’, commenta amaro un militare. La bomba ha letteralmente scaraventato via il primo blindato, quello che i radiofonisti chiamavano Pegasus 2, spostandone le sette tonnellate ad oltre 25 metri di distanza. Dopo il botto il caporalmaggiore Agostinelli, che comandava la seconda macchina, continuava a cercare i compagni per radio, convinto che si fossero allontanati. Invece l´equipaggio di Pegasus 2 era dall´altra parte della strada, nella cellula del blindato, sventrata come una scatoletta e strappata via dalla scocca. ‘Con una carica del genere, nemmeno un bunker di cemento armato con le ruote ci avrebbe potuto proteggere’, si sfoga il comandante della Folgore, Aldo Zizzo. ‘Usavano mine da sei chili, e vedevano che al Lince saltava una ruota. Con nove chili distruggevano anche mezzo motore. Ne hanno messo settanta, e sono riusciti a uccidere il povero Di Lisio, che stava in piedi sulla “ralla”. Ora, con 150 o forse 200 chili, il risultato e’ questo’, ricostruisce un analista. Pero’ sapere “come” e’ successo non basta, bisogna capire ‘chi’ ha realizzato questo attacco. Prima riflessione: secondo l´intelligence militare l´attentato e’ stato organizzato fuori da Kabul, perche’ preparare un´auto bomba del genere nella capitale avrebbe potuto attirare attenzioni indesiderate. Ma per entrare in citta’ servono coraggio e abilita’, cosi’ da filtrare inosservati nei momenti di grande traffico. O forse basta un complice, magari un poliziotto abbagliato da una mazzetta di 3-400 dollari. E la capacita’ di agire a Kabul suggerisce due ipotesi: un nucleo di integralisti Taliban, legati agli irriducibili del mullah Omar. Oppure gli uomini di Jalaluddin Haqqani, ‘signore della guerra’ ed ex combattente contro l´Urss, considerato l´ispiratore dei primi attentati suicidi in Afghanistan. Gli uni e gli altri, nemici giurati della presenza occidentale. ‘Bastardi’, mormora un para’, mentre

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Il secondo “Lince” gravemente danneggiato

un altro sintetizza: ‘Stavolta ci hanno davvero fregato’. E indagare sui responsabili, o riprendere il lavoro, e’ un modo per cancellare il dolore, per esorcizzare la pena”. “A Camp Invicta, quartier generale italiano, non c´e’ un alito di vento a smuovere le bandiere. Il tricolore e le insegne delle altre nazioni di Isaf restano ferme, alte sul sostegno. A mezz´asta c´e’ solo il gagliardetto della Folgore. Ordine del generale McChrystal, dicono i soldati italiani: secondo il comandante americano, con perdite cosi’ frequenti e’ meglio evitare di esporre i simboli del lutto, che contribuiscono a buttar giu’ il morale. Ma non servono manifestazioni pubbliche di sofferenza. Bastano gli occhi rossi dei militari all´ingresso, con un sottufficiale che tiene la testa fra le mani e mormora: ‘Bisogna andare avanti’. Basta il volume delle conversazioni, quasi soffuso: persino il vocione del colonnello Zizzo e’ calato di intensita’. Il comandante ribadisce la linea della Brigata: ‘Continueremo il lavoro di sostegno agli afgani, con il doppio dell´impegno, in ricordo dei nostri sette caduti, i sei di giovedi’ piu’ Alessandro Di Lisio’. Alla fine la voce quasi gli muore in gola, poi si riprende: ‘Stiamo programmando altre attivita’, anche notturne, nella valle di Musahy come a Paghman. Non e’ semplice, ma andiamo avanti’. Poi scappa a firmare i fogli con cui testimonia la “causa di servizio” per i quattro feriti e va a salutarli, prima che partano per l´Italia. Le salme invece sono rimaste in una camera ardente d´emergenza allestita all´aeroporto: in Italia saranno domani. Fuori dalla caserma le pattuglie ripartono, i blindati Lince continuano ad uscire, ‘come ieri e come i prossimi giorni’, sintetizza un ufficiale, concentrandosi sul giubbotto antiproiettile per nascondere gli occhi lucidi”.

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